1) Partiamo dalla questione terremoto. La tragedia accaduta alla popolazione abruzzese, in qualche modo, ha aperto una nuova fase politica: da una parte si è dimostrato che nell’emergenza il Paese è capace di dare risposte importanti nonostante le derive propagandistiche; dall’altra che il malgoverno, si pensi per esempio agli edifici non idonei alle norme antisismiche, può essere peggio di un semplice spreco, addirittura un crimine. Quali riflessioni suggerisce questa situazione?Per dare una risposta compiuta e documentata a questa domanda ci vorrebbe un convegno. Comunque vediamo. In primo luogo abbiamo assistito ad uno straordinario moto di solidarietà attiva e non è la prima volta che accade, questo vuol dire che su questo carattere degli italiani possiamo contare,se è una forza vera nell’emergenza può diventarlo anche nella vita ordinaria. Poi abbiamo visto al lavoro una macchina della protezione civile che funziona. Se solo pensiamo a ciò che accadde con il terremoto dell’Irpinia di strada ne abbiamo fatta in poco più di vent’anni, e su questa crescita ha inciso anche il lavoro fatto dalle regioni, dalle province e dai comuni per costruire i gruppi di volontariato,per formarli, attrezzarli. Per quanto riguarda l’azione del Governo bisogna dare atto della assidua presenza sul campo del Presidente del Consiglio credo che quelle popolazioni così duramente colpite ne avessero bisogno ma prima di dire che a questo seguirà certamente una adeguata azione nella fase della ricostruzione aspetterei. Intanto si parte con un decreto sottofinanziato e che ha suscitato le proteste dei sindaci e delle province. E poi il balletto sulle new town per fortuna rientrato. Insomma questo presidente del Consiglio non riesce proprio a resistere ad un atteggiamento per cui il capo propone, decide, fa. Dovrebbe sapere che così non funziona in democrazia e temo che questo suo atteggiamento finisca per dar luogo a improvvisazioni ,ritardi, conflitti, quando invece abbiamo bisogno della massima coesione per fare presto e bene. Noi avevamo gradito l’idea di una “adozione “ da parte di ogni provincia italiana di un area di crisi. Non sappiamo che fine abbia fatto questa idea.
Per il resto il terremoto ci ha drammaticamente ricordato quanto è ancora lunga la strada per diventare un paese normale. Prima non c’era una legislazione adeguata, una adeguata cartografia nazionale del rischio sismico. Da qualche anno tutto questo c’è. Ma ci sono anche i semestrali decreti mille proroghe che spostano continuamente i termini di entrata in vigore di queste norme sotto la spinta di interessi più o meno forti che trovano sempre orecchie attente anche in Parlamento;non si finanzia la messa a norma delle scuole, degli edifici pubblici, ci sono le imprese disoneste, non ci sono i controlli e soprattutto un giorno si e un giorno pure si alimenta l’ostilità verso le regole, quasi che chi le rispetta sia un fesso. Lo fanno in tanti ma quando lo fanno i vertici istituzionali è più grave. Ecco un paese senza regole e soprattutto senza civismo produce morte, lutti, dolore. Un bel tema per gli amministratori locali che saranno eletti il 6 e 7 giugno perché loro possono contribuire a far si che l’asticella del civismo non venga mai abbassata.

2)Il Decreto sicurezza è in approvazione al Senato. Ma intanto monta una forte polemica, Franceschini ha parlato di “leggi razziali” e Maroni di “strada da seguire”. Cosa ne pensa?

La sicurezza è un grande tema, guai a sottovalutarlo e non è disgiunto dal ragionamento che abbiamo fatto sopra un paese dove il rispetto delle regole è un optional non sarà mai un paese sicuro.Ma per capire il cambiamento epocale e irreversibile che l’insicurezza sta provocando nella mente e nei comportamenti di ognuno di noi bisogna andare alla specificità della insicurezza urbana. Questo è un paese che ha sconfitto il terrorismo senza smarrirsi eppure anche allora c’era chi invocava la pena di morte; è un paese che fronteggia l’enorme potere economico, il potere di vita e di morte della criminalità organizzata in una lotta che sembra impari e perdente da decenni eppure non si arrende. Perché dovrebbe essere un paese che sbanda così paurosamente di fronte alla “insicurezza urbana”tanto da favorire chi su questo sbandamento cerca senza nemmeno nasconderlo di costruire le sue fortune elettorali, di alimentare un consenso popolare diffuso ad idee e visioni che razionalmente dovrebbero essere assolutamente minoritarie in particolare in un paese cattolico. Perché? E’ a questa domanda che bisogna provare a rispondere onestamente se si vuole interrompere questa spirale. La risposta sta nella specificità della insicurezza urbana. Se ci si pensa bene anche le nostre forze dell’ordine, la magistratura, il decennale dibattito politico sulla sicurezza hanno avuto come riferimento principale terrorismo e criminalità organizzata. Professionalità , cultura, servizi si sono formate su quei fenomeni. L’insicurezza urbana è cosa recente e su di essa scontiamo impreparazione e ignoranza. L’insicurezza urbana non è riferita alle istituzioni come il terrorismo, non è un sistema di controllo del territorio come la mafia. L’insicurezza urbana colpisce la nostra intimità, il nostro spazio vitale, la nostra dimensione privata, familiare, per questo è insopportabile. Noi prima di tutto siamo persone, affetti, famiglia, comunità ed è tutto questo che sentiamo minacciato. Poi ci sono le aggravanti: una popolazione che invecchia è più insicura; la rapida crescita di immigrazione porta un diverso da noi molto forte, molto “ingombrante”. Si sente dire “se non stiamo attenti e non li rimandiamo a casa ci cacceranno”! Poi c’è la questione “razziale” con la quale abbiamo avuto sempre un approccio teorico. Il fatto è che ora siamo costretti a farci i conti, sappiamo che è un atteggiamento sbagliato tanto che lo neghiamo a noi stessi, dobbiamo superarlo ma facciamo fatica, proprio perché quello che collettivamente ci sta accadendo è che il 10% della popolazione che ci circonda è cambiata molto in fretta, non credo che negli ultimi mille anni della nostra storia sia mai accaduto qualcosa del genere. E ancora c’è il fattore religioso che non possiamo sottovalutare.
In questo clima è facile che la politica si pieghi al vento e faccia norme illiberali, a volte incivili quindi è giusto che l’opposizione incalzi la maggioranza affinché i provvedimenti che hanno per oggetto la tutela della sicurezza non ci facciano arretrare sul piano della civiltà del diritto, dei valori costituzionali, dei diritti dell’uomo. E’ un investimento necessario sul futuro possibile, ma personalmente non mi faccio illusioni sul fatto che la gente ci segua facilmente. Quindi a quella regola dobbiamo far seguire un grande impegno per la legalità che non si deve fermare davanti a nessuna soglia.

3) In questo contesto qual è il pensiero di Legautonomie ?

Il nostro punto di vista non può che muovere dalla esperienza concreta di tanti amministratori locali. Essi sanno di essere diventati volenti o nolenti attori fondamentali di una politica di sicurezza urbana e sanno che il Governo in carica non sta dando loro nessuno strumento reale, così si trovano a dover rispondere di un fenomeno che non possono padroneggiare perché in verità non ve
ngono davvero coinvolti. Per questo insistiamo per una evoluzione per un maggior ruolo di indirizzo dei sindaci nelle politiche di sicurezza locale, su una evoluzione della integrazione fra il ruolo specifico della polizia urbana con quello della polizia di stato, dei carabinieri, della guardia di finanza. Ci battiamo perché le forze di polizia statale abbiano i mezzi materiali e finanziari per svolgere un ruolo più efficace. Ma soprattutto insistiamo sul fato che la sicurezza può essere solo il frutto di una politica che integra diverse azioni e fra queste quelle rivolte al sociale, alla scuola, alla intercultura, al risanamento delle aree degradate, sono decisive. Gli amministratori non debbono accodarsi alla politica di questo governo che sbandiera azioni manifesto e devono battersi perché il governo e il parlamento ascolti davvero le idee precise che essi si sono fatti sulla materia. Recentemente uno studio di Legautonomie Calabria e dico Calabria ha evidenziato una sottodotazione di polizia municipale del 46% in quella regione. E’ un dato enorme. Come si può accettare che non sia nemmeno stata presa in considerazione che la spesa per assumere nuovi addetti della polizia municipale non venisse contabilizzata nel patto di stabilità? Questi sono i fatti.

6) Il Federalismo fiscale ora è legge. Quanto c’è da salvare e quanto da buttare?

Le politiche di sicurezza urbana assiemea quelle sociali e educative passano per una reale autonomia finanziaria degli enti locali e delle regioni. Quando parliamo di federalismo fiscale noi vogliamo parlare di questo, di politiche concrete per le quali assumersi davvero la responsabilità a fronte di risorse certe.
Aabbiamo salutato l’approvazione della delega al governo di attuazione dell’articolo 119 della costituzione come un fatto positivo. Detto questo siamo ben consapevoli che il cammino è ancora lungo. Se si trattasse di scrivere una lettera dovremmo dire che siamo ancora al “caro amico”. Nel nostro convegno di Viareggio i primi giorni di ottobre faremo il punto e allora probabilmente avremo anche la legge sulle funzioni fondamentali da attribuire ai singoli livelli istituzionali senza delle quali tutto è solo teoria. Alcuni principi sono stati fissati, il Parlamento ha fatto davvero un buon lavoro e le stesse associazioni delle autonomie con le regioni sono state protagoniste attive e costruttive. Rimangono alcuni nodi che sintetizzerei così:
1 al federalismo fiscale bisogna arrivarci presto e soprattutto bisogna arrivarci vivi. Non possiamo affrontare un altro anno di crisi economica con questo patto di stabilità interno e Legautonomie farà una sua proposta precisa.
2 L’attuazione della delega dovrà vedere un coinvolgimento non formale delle regioni e delle autonomie.
3 Per noi rimane imprescindibile rafforzare la parte relativa ai tributi propri sui quali non si possono fare discorsi generici. Senza tributi propri forti non ci sarà reale autonomia. Per i comuni in particolare insistiamo affinché venga rimarginata la ferita prodotta con l’abolizione dell’ici sulla prima casa. La tassazione immobiliare deve essere semplificata e riunita in una unica imposta a vantaggio dei comuni.
4 Bisogna riaprire il capitolo delle regioni a statuto speciale nel senso che la specialità va salvaguardata ma i privilegi no.
5 L’attuazione del federalismo fiscale va accompagnata da una forte azione per il mezzogiorno vera cartina di tornasole della bontà di questo progetto.

Il Comune di Milano, probabilmente, si costituirà parte civile contro alcune banche per redimere la questione dei derivati (le cifre si aggirano intorno ai quattrocento milioni di euro di contenzioso). Questa è una piaga che infetta molti Comuni italiani, sempre alle prese con economie difficili, il caso-Milano può aprire un capitolo nuovo per gli Enti locali?

Bene ha fatto il comune di Milano. A questo aggiungiamo che Legautonomie ha sottoscritto un patto con Federconsumatori per condividere azioni comuni a fianco degli enti locali interessati. La vicenda ha fatto emergere la debolezza degli enti locali nel reggere il confronto con gli staf tecnici delle banche che spesso hanno raggirato la loro buona fede. Questo mi fa dire che è necessario vietare in toto il ricorso a questi prodotti finanziari da parte degli enti locali per il futuro. Per il resto conterrei gli allarmismi. Tutti i dati recenti testimoniano in generale la solidità degli enti locali.