Anno terzo dell’era M.
M. sta per Meloni, secondo Sabino Cassese la migliore allieva di Togliatti
Politica- 5 minuti lettura
Che Palmiro Togliatti si rigiri nella tomba è certo, ma l’affermazione del novantenne Sabino Cassese fa pensare. Sta di fatto che sono passati tre anni dall’arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni e non si vedono, al momento, crepe tali che non facciano pensare ad un percorso netto di cinque anni alla guida del Paese. Tre elementi almeno depongono per questo scenario. 1) Meloni è pienamente inserita in un vento di destra che soffia dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Europa al Giappone e che ha nell’economia di guerra il suo faro principale. 2) Meloni è riuscita , anche se non del tutto, a dare stabilità e credibilità alla sua coalizione; cosa non scontata se si pensa solo un attimo a ciò che Salvini riuscì a dilapidare anni fa in una sola estate. 3) Meloni non è una donna sola al comando e non da minimamente la sensazione di costruire il suo consenso su una iper visibilità social; al contrario da la concreta impressione di saper promuovere un gruppo dirigente, dai comuni, alle regioni, dalle regioni ai ministeri, sia sotto il profilo strettamente politico sia sotto quello delle figure addette a presidiare “le case matte” del potere. In questo senso è leader di un partito e non di un partito del leader.
Come tutte le figure rilevanti ha dei meriti, ma soprattutto è capitata in un contesto che le sta spianando davanti una prateria. Stringi stringi direi che il contesto a Lei favorevole è la crisi (irreversibile?) della liberal democrazia. Da quel versante in disfacimento vengono al suo progetto energie fino ad oggi non prevedibili. Mi riferisco ai protagonisti dello stato profondo, alle elite industriali, ad associazioni rilevanti come radicamento popolare come la Cisl o la Coldiretti. Da Mario Draghi a Sabino Cassese. Ad ogni tornante della storia le forze che hanno interpretato la cultura liberal democratica quando ravvisano il rischio che la loro crisi faccia strada ad una reazione popolare verso obiettivi di rinnovamento nei valori guida delle scelte di governo, quando vedono minacciato il capitale di ricchezza accumulata , come fosse un riflesso condizionato, si buttano a destra, mai a sinistra. Si mettono al riparo di forze che non andranno mai contro le ricchezze sfacciate, se ne fregano altamente di etica dello sviluppo o della responsabilità sociale dell’ impresa, fuggiranno sempre da una regolazione che vada incontro ai più poveri, ai più bisognosi, ad una maggiore di giustizia sociale e ambientale. Con un corollario inquietante : la guerra come strumento regolatore non tanto e non solo dei rapporti di forza fra nazioni ma dei rapporti fra chi sta sopra e chi sta sotto della scala sociale. Se c’è la guerra nel taccuino delle priorità, se c’è un nemico da combattere ( se non c’è lo si inventa) , diventa più facile smantellare lo stato sociale, canalizzare enormi quantità di denaro in senso opposto ai bisogni popolari, “rieducare” la scuola, smantellare le università pubbliche luogo di possibili reazioni al potere, chiudere gli spazi di democrazia in nome della rapidità delle decisioni necessarie in emergenza, togliere il diritto di veto nei meccanismi decisionali europei. C’è da fare la guerra, tutto si giustifica.
Meloni non ne avrebbe particolare bisogno ma se non bastasse tutto quanto detto al suo potere arriva anche l’aiutino di chi dovrebbe rappresentare l’alternativa. La sconfitta nelle Marche è paradigmatica. Una sinistra che ha disarmato il suo popolo da un pensiero davvero critico, che ha omologato i linguaggi a quelli neoliberali, che pensa addirittura che la risposta alla destra sia la cultura neo liberale quando questa ne è la causa principale. Da questo disarmo dalle categorie critiche del sistema capitalista nella sua versione ultra liberista o sovranista consegue l’incapacità di fare analisi anche delle sconfitte, l’incapacità anche di chiedere aiuto alle intelligenze migliori che non hanno mai smesso di studiare e denunciare dove ci stessero portando dalla sbornia globalista in poi.
Per non dire dell’adattamento ad una realtà che fa rabbrividire chi viene dalla mia storia: lo snobbismo con cui accettiamo il dato ormai decennale di essere, a sinistra, le forze che non capiscono più le periferie chiuse nel perbenismo da centro città. Qualche mese fa dalla CGIL, come fosse una voce dal sen fuggita, usci la parola “rivolta sociale” ( certo un po campata per aria perché la rivolta la dici quando hai davvero la forza di farla); ma ciò che mi ha colpito è la reazione a sinistra a quelle parole; ricordate la canzone Contessa? Che roba Contessa all’industria di Aldo/ han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti/volevano avere i salari aumentati/ dicevano, pensi, di essere sfruttati/ …
Eppure è da lì che bisogna ripartire, francamente non dalla novella corrente riformista (??? Anche Giorgio Napolitano non tollererebbe questa storpiatura del concetto) del PD. Ripudio davvero della guerra, No alle folli spese militari, salari e stipendi, diritti sociali. Noi di qua e loro di la. Loro contro il popolo noi con il popolo riscoprendone la sacralità come ci invita a fare Antonio Cantaro nel suo ultimo libro.
Niente di meno, l’alternativa è l’era di M.
Condivido in pieno
Grazie, mi fa piacere.