Mi è stato chiesto di portare una testimonianza sul compagno Marcello Stefanini. Testimone è colui che ha visto, per questo non so  se la mia testimonianza sarà esattamente quella che vi aspettate da Oriano Giovanelli sindaco,  quando la mia condivisione di un pezzo di strada con Stefanini  risale alla mia presenza, con lui segretario,  nella segreteria regionale del partito comunista  italiano delle Marche. Certo prima di tutto il pensiero va a trent’anni fa alla notizia della sua morte, al viaggio a Roma per riportarlo a casa, al dovere e al desiderio di fare in modo che la città lo salutasse come era giusto facesse. E la Città lo fece sia con il rito istituzionale commovente della esposizione della salma nella Sala Rossa, dove  tanta gente di ogni ceto e orientamento vennero a rendergli omaggio  sia  sul piano della grande  partecipazione popolare autenticamente commossa e grata a quell’uomo che ha lasciato un segno positivo e originale nella storia, tutto sommato coerente e unitaria, del governo di sinistra della città. Devo sinceramente dire che sentimmo molto vicino il partito nazionale in quei giorni, ma in particolare Massimo D’Alema e in quella sua presenza si avvertiva qualcosa che andava oltre il ruolo. Non è un caso che egli sia qui trent’anni dopo con noi.  C’è una immagine fra le tante che mi commuove, quella che  vede insieme attorno alla bara i sindaci De Sabbata, Tornati, Amati e me. Si, penso di poter dire che Stefanini nel suo originale contributo al governo della città, interpretando una stagione particolarmente fertile come furono gli anni 70 del secolo scorso, va letto dentro la continuità di quella storia. Per me, vado a memoria, nel discorso di saluto venne facile portare alla mente di tutti il contributo che lui continuava a dare al governo della città stante che ogni giorno io da Sindaco sentivo  la sua  presenza  per i pensieri e i commenti dei dipendenti comunali che avevano lavorato con lui o dei compagni e delle compagne  delle nostre sezioni: se pensavi ai servizi educativi non potevi che fare riferimento alla stagione in cui con Stefanini sindaco questi servizi conobbero una espansione come mai prima, così se parlavi di partecipazione e dei consigli di quartiere non potevi fare a meno di ricordare che Pesaro aveva anticipato la legge nazionale per dar vita a quel decentramento, se parlavi di urbanistica  tutti ricordavano il piano del centro storico e l’incarico dato per la sua redazione ad una Università e non ad un professionista ragione per cui vi si poteva leggere il taglio culturale che si dava a quella pianificazione qualcosa di più che la produzione di qualche tavola, così ancora la cultura nella città nei quartieri e come non ricordare l’originale dialogo e collaborazione con il cattolicesimo di base che tanto segnò anche la mia esperienza. Ma Stefanini fu anche molto di più, partecipe com’era del dibattito attorno al sistema delle autonomie locali anche a livello nazionale. In sintesi possiamo dire che egli interpretò come pochi altri in Italia il clima , lo spirito i contenuti degli anni settanta che furono per i comuni una stagione molto fertile. Ma il mio ricordo di Stefanini più forte è legato alla sua segreteria regionale del PCI e in particolare agli anni in cui, con lui segretario, io svolsi il ruolo di responsabile regionale della organizzazione del partito. Lì, fuori dal mito, conobbi un po’ meglio il dirigente e l’uomo. Parlo degli anni 1982/1985. Io arrivai alla segreteria regionale, perché lui chiese a Martellotti, segretario provinciale, che io passassi dalla responsabilità della  organizzazione provinciale, dove ero arrivato a fine 1980, a quella regionale. Martellotti non era tanto d’accordo a mollarmi ma, lo so per certo anche in altre occasioni fu così,  non era proprio capace di dire di no a Stefanini che ammirava e stimava molto, borbottava  ma alla fine ne riconosceva la statura. Per darvi l’idea di che cosa stiamo parlando erano già anni  di crisi ma il PCI regionale aveva circa 54.000 iscritti e solo nella provincia nostra eravamo attorno ai 25000. E in quel contesto conobbi davvero Stefanini, la meticolosità con cui si preparava per i piccoli e grandi appuntamenti si trattasse della relazione al Comitato regionale o alla riunione a Comunanza. Il tempo è poco, mi ci vorrebbe molto di più. Allora vi dico solo i grandi temi che a memoria lo occupavano e lo coinvolgevano profondamente in quella stagione non facile. E le difficoltà le assorbiva non le scansava. Stefanini somatizzava viveva le cose senza alcun distacco e forse anche per questo creava empatia. Il primo grande tema era se vogliamo organizzativo. Stefanini, che aveva una forte cultura istituzionale interpretava l’evoluzione politica e organizzativa del partito in funzione della evoluzione istituzionale del paese. In questo senso credeva fortemente alla regionalizzazione del partito, c’era in questo tutto il vissuto del dibattito istituzionale sulla nascita delle regioni, nate nel 1970 ma di cui già egli avvertiva chiaramente la crisi, e la riforma delle province che lui aveva vissuto da Sindaco con la nascita delle Comunità Montane da un lato e delle Associazioni intercomunali dall’altro. Il ragionamento era semplice: ad una regionalizzazione del sistema istituzionale doveva far seguito una regionalizzazione dei soggetti politici e del mondo associativo di rappresentanza degli interessi. Questa regionalizzazione del PCI nel nostro caso significava, lo dico schematicamente, un minor ruolo delle federazioni provinciali, vero architrave organizzativo del PCI, e figuratevi voi se i gruppi dirigenti che per decenni avevano costruito sul livello provinciale il loro ruolo potevano assecondare questa cosa pacificamente. Il casus belli più emblematico di quel braccio di ferro fu la regionalizzazione della TV  Antenna Tre, la televisione del PCI che era nata proprio qui a Pesaro e che si stava consolidando sul territorio provinciale. Era un tema in sintonia con i tempi. Un tema che impegnò  anche il partito nazionale, ricordo che se non erro fu Adalberto Minucci che nella segreteria nazionale si occupò nel clima crescente di TV private di uno svecchiamento della sezione “stampa e propaganda”. Non era quindi un capriccio di Stefanini. Egli si buttò su quella scelta anima e corpo, dirottò ingenti risorse finanziarie, e con il senno di poi pagò un prezzo altissimo sul piano politico soprattutto qui sul nostro territorio a causa di queste scelte che erano osteggiate da una parte del partito e facevano fatica ad essere capite anche dai nostri militanti. Una  vicenda che affrontammo insieme anche a Nello Cardinali compagno di questa sezione di Villa Fastiggi. A me che dovevo tenere a bada i conti toccava anche  di tirare il freno perché era tanta la fretta che lui metteva su quel progetto che gli sfuggivano dettagli che dettagli non erano affatto. Da qualche parte Giacomo Mombello, come gli altri, dovrebbe conservare una mia lettera in cui lo ringraziavo del fatto che l’intera liquidazione di fine mandato da consigliere regionale, me la trattenevo per le casse del regionale. Sul piano politico egli era come tanti di noi “devoto” a Enrico Berlinguer ma quelli erano anni in cui anche Berlinguer faceva fatica a tenere a bada i dissensi sulla linea politica. La proposta della “alternativa democratica”, dopo l’esaurirsi della proposta del “compromesso storico”, apriva al partito nuovi orizzonti di impegno e di elaborazione: il pacifismo, il rapporto Nord Sud il dialogo con Brandt e Palme,  la questione femminile, la questione ecologica, le nuove tecnologie. Quella proposta politica con cui Berlinguer proiettava il partito ad una ricerca e ad un dialogo fuori dai confini canonici del PCI, Stefanini la viveva bene perchè  Stefanini era curioso, aperto al nuovo. Dirò così. Stefanini era un dirigente ortodosso tanto era rigoroso quando vestiva i panni del ruolo che ricopriva ma nello stesso tempo l’organizzazione del partito gli stava stretta, era spinto a guardare fuori, al femminismo, alle università, agli intellettuali, agli artisti, al mondo dell’impresa marchigiana.  In questo senso si avvertiva che era figlio di un circolo culturale più che della struttura partito. Il pensiero  del partito, dunque,  si allargava alla contemporaneità  ma la politica delle alleanze e lo scenario istituzionale ci vedevano sempre meno al centro della dinamica politica. E questo apriva delle crepe tanto che si disse che Berlinguer era in minoranza. Da una parte nel partito c’era chi non perdonava a Berlinguer il taglio dato al rapporto con l’URSS con la dichiarazione del 1981 sull’ “esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, e qui nella nostra regione e provincia quel dissenso che bisognava arginare e sconfiggere, non era per niente marginale. Dall’altro l’iniziativa di quella componente  detta dei “miglioristi” che faceva riferimento a Giorgio Napolitano e altri era sempre meno una corrente di opinione e sempre più una componente organizzata. Il tema era il socialismo europeo, l’omologazione alle socialdemocrazie e in Italia questo passava per il difficile rapporto con il PSI di Craxi. Quindi l’azione di Stefanini doveva destreggiarsi su entrambi i fronti per tenere in asse un partito che con Berlinguer si chiamava comunista e lottava per mantenere la propria originalità. Il prezzo che Stefanini pagò in quegli anni glielo leggevamo nei suoi  occhi tristi ogni volta che negli assetti nazionali la sua qualità di intellettuale e di dirigente veniva si riconosciuta ma nei ruoli di direzione facevano passi avanti esponenti del partito marchigiano dell’ala migliorista che effettivamente esprimeva figure di tutto rispetto. Non fatevi una idea sbagliata. Milly Marzoli, Silvio Mantovani, tutti compagni e compagne che stimavano Stefanini e lui stimava loro, niente a che vedere con il modo personalistico di vivere la politica di oggi. Giusto per essere chiaro. Ma questo non toglie che lo scontro era reale e anche la fatica a reggerlo.  Questo incideva anche sulla salute dell’uomo Stefanini. Egli era già malato, aveva degli sbalzi di pressione impressionanti, ho memoria visiva di cosa questo provocava sul suo fisico che per altro lui trascurava perché, diciamolo, era tanto meticoloso nell’esercizio del suo ruolo politico quanto piuttosto disordinato nella sua vita privata e soprattutto nella cura di se. Vivemmo insieme anche la tragica morte di Enrico Berlinguer nel 1984. Si aprì una discussione su chi avrebbe dovuto assumere il ruolo di segretario nazionale. Se non ricordo male, ma davvero in questo caso la memoria non mi aiuta egli avrebbe preferito un salto generazionale e l’indicazione di Occhetto. Io no, ero talmente preoccupato che la scelta ricadesse su Napolitano che, nella consultazione che Stefanini fece nel gruppo dirigente, mi espressi subito per Alessandro Natta, con una battuto per l’usato sicuro. La nostra frequentazione continuerà fino alla sua morte ma la collaborazione fianco a fianco finirà nel 1985. A Pesaro uscimmo vincenti alle elezioni comunali davvero per il rotto della cuffia. Un seggio di Borgo santa Maria ci confermava per una manciata di voti la maggioranza e rendeva impossibile il ribaltone da parte del PSI con la DC, che forse allora lo avrebbe fatto. Ma la botta fu forte e provocò  un contraccolpo nel partito. Allora non era pensabile che dopo una sconfitta non se ne discutesse immediatamente, e ogni riferimento alla sconfitta alle ultime regionali è voluto. A farne le spese un po’ per tutti fu Anna Faggi. Stefanini disse, vai a Pesaro. Praticamente mi impose perché non è che venni accolto con gli applausi. Quella indicazione di Stefanini segnò il resto  della mia vita politica. Lo sostenemmo con molto piacere deputato nel 1987, ma ricordo benissimo la sua campagna elettorale per il Senato nel 1992 per cui mi chiese di organizzargli qualche cena fuori dal circuito del partito, ne facemmo alcune  e fu l’occasione per misurare ancora una volta quanto fosse ancora radicato il suo ricordo in ambienti anche lontani dal nostro mondo dovuto alla sua stagione da sindaco e dalla sua persona dal suo essere Marcello. Visse malissimo la non ricandidatura nel 1994. Dipese da una scelta nazionale: non ricandidare chi fosse indagato. Eravamo nel vortice di tangentopoli. Ma onestamente a me non sembrò che fu solo quello. Sono convinto che ci fu chi spinse su quella situazione per non ricandidarlo.  Lui   accettò quella scelta con disciplina e onore ma ne soffrì tantissimo. Pochi mesi dopo morì e a me quella che ricordo come una ingiustizia e come un errore poltico, poiché il tesoriere del partito si difende sempre, pesa ancora.

Villa Fastiggi, Pesaro 25 gennaio 2025