Intervista per "Autonomie e Comunità". Oriano Giovanelli,  presidente di Legautonomie, scatta una fotografia del Paese alla luce della recente crisi economica e dai principali fatti di cronaca: dalle lezioni americane, alla crisi finanziaria, alle elezioni amministrative.

Presidente è  accaduto molto a livello politico in queste settimane…
Indubbiamente è un momento carico di significati politici sia a livello nazionale che internazionale. Le dirò vedo un momento storico per certi versi drammatico, e lo dico senza alcun cedimento all’enfasi, ma anche molto carico di opportunità e mi creda so cosa dico e non sono incline al facile ottimismo.  La ruota della storia ha deciso di fare un giro veloce e se ci stiamo senza paura ne può scaturire davvero qualcosa di decisivo. Importante sarà dare la giusta lettura degli  eventi, evitando inutili entusiasmi e altrettanto inutili abbattimenti. Mi riferisco in particolare all’elezione di Barack Obama, alla sconvolgente crisi finanziaria e alla altrettanto pesantissima crisi della economia così detta reale per la quale gia contiamo decine di migliaia di lavoratori in cassa integrazione, migliaia di imprese di tutte le dimensioni in grave difficoltà e che non sanno se ce la faranno.

Che tipo di illusione teme?
Si potrebbe cadere nella previsione molto provinciale che basta Obama per innestare un ciclo positivo di tipo planetario sotto le bandiere del cambiamento e della speranza. Invece no. Quella elezione è un fatto politico importantissimo ma per volgerlo al meglio ci sarà da lavorare sodo a partire dalla riscoperta di concetti fondamentali per anni oscurati e relegati in condizione di emarginazione.

Quali?
Beh, mi sembra evidente, l’elezione di Obama, la crisi finanziaria e la crisi dell’economia reale rilanciano alla grandissima:
il bisogno di un governo multipolare dei problemi del pianeta (il G20 è stato gia un fatto significativo a tal proposito); la centralità di riprendere il cammino della integrazione politica dell’Europa e la sconfitta di chi aveva lucrato sull’euroscetticismo; l’idea di una economia che si faccia carico delle contraddizioni ambientali e sociali in cui versa il genere umano, insomma l’economia senza valori produce mostri e allora ecologia, formazione, giustizia sociale, beni comuni non sono più arnesi di una vecchia ideologia ma strumenti dell’unico sviluppo possibile; una forte attenzione alla concretezza della dimensione territoriale delle politiche di sviluppo e se mi consente quest’ultimo aspetto per noi che su questo tasto battiamo da anni è un fatto rilevantissimo.
Massimo D’Alema in una recente bella intervista ha detto, cito a memoria, che esce ridimensionata la visione Glocal (globale e locale) della globalizzazione. Mi dispiace sbaglia! La visione Glocal in verità è stata ben presto messa in archivio lasciando spadroneggiare i cultori della economia finanziaria, poteri fuori da ogni controllo democratico, come se tutto, economia e potere decisionale, fosse ormai definitivamente evaporato dall’ancoraggio con una dimensione territoriale. Invece questa crisi dimostra proprio il contrario. L’unica globalizzazione sopportabile è quella che mantiene un legame forte con le dimensioni territoriali e con la democrazia.

Altro?

Certo che sì. Se le cose stanno così le elezioni regionali e le prossime elezioni amministrative che riguarderanno la maggioranza degli 8104 comuni italiani e tantissime province non saranno solo l’occasione di rinnovare sindaci, presidenti e consigli, ma l’occasione di rilanciare una visione del mondo, dell’economia, della democrazia, del benessere sociale. E se il centro sinistra saprà interpretare questa occasione sarà l’inizio della fine della politica degli spot, dell’illusionismo berlusconiano, che del resto alla prova dei fatti cominciano già a mostrare la corda. Guardi la scuola e l’università, nessuno parla più del maestro unico, del grembiule e del voto, giustamente si parla dei tagli, del rischio che corre il tempo pieno, della possibilità che i bambini studino meno e viaggino di più sugli scuolabus.  E questo vale per la sicurezza come per lo sviluppo. Se pensiamo che a luglio ci hanno detto che per rilanciare l’economia si affidavano alla Robintax e allo sgravio fiscale sugli straordinari!? Beh, vede anche lei che oggi non si discute di come tassare le banche ma di come aiutarle e gli straordinari  chi li fa nel momento che c’è una esplosione della cassa integrazione?

Ma le condizioni economiche del Paese non sono confortanti…

La crisi ha  risvolti mondiali. Ma aspettare che l’affrontino gli altri mi sembra suicida. Ognuno la sua parte. Allora guardando la realtà dalla dimensione locale, la sfida è come ricollocare la funzione di comuni province e regioni in questo scenario. In un certo senso potrei dire ai Comuni poco cambia, erano privi di risorse prima e lo sono tutt’ora. Ma che risposta sarebbe? Mi interessa in questo scenario stimolare la riflessione sul rapporto fra sistema delle autonomie e lotta alla povertà…. e politiche a sostegno della conoscenza e della innovazione….e riforma della pubblica amministrazione….e visone strategica dello sviluppo dei territori. parte, questo è la conseguenza di un fare politico poco attento alle esigenze vere dei cittadini: il controllo e la gestione del territori.  Si è fatto credere  che i numeri piccoli, comuni, banche, aziende, singoli non avessero più importanza e invece ne avevano eccome. In pellegrinaggio silenzioso col cappello in mano dall’artigiano e dal piccolo imprenditore che resiste, dall’imprenditore agricolo, dal sindaco del piccolo comune di montagna, dovrebbero andare certi mega manager! Non per chiedere scusa ma per imparare!

In queste pagine in un’ intervista rilasciata al nostro giornale, Massimo Calearo,   sottolinea come l’intervento dello Stato a favore degli istituti di credito non sia assolutamente garanzia di ripresa e, al contrario, disegna scenari da incubo per le piccole- medie imprese. Che dire?

Calearo coglie un aspetto importante  quando sottolinea che questo tipo di intervento non aiuta le imprese medio piccole. Se contiamo, poi, che quelle piccole, a conduzione familiare, sono circa il novanta per cento del totale e rappresentano la vera dorsale economica del Paese, non è difficile capire quanto sia grave la situazione.  Con altre parole mi sembra dica le cose che sto sostenendo e non mi sorprende viste le origini di Calearo.

È un vicolo cieco?

Non esistono vicoli ciechi. Non bisogna avere paura, è il momento di serrare i ranghi e lavorare ancora più intensamente. Da tempo abbiamo segnato le tappe necessarie per  uscire dall’impasse politico-economica che ci accompagna orma da lungo tempo: si chiama federalismo fiscale, più autonomia agli Enti locali e non abbassare la guardia sul fronte delle battaglie politiche. Mi permetto di dire federalismo fiscale ora o mai più, lotta dura contro i diversivi messi in campo dai centralismi gattopardeschi. Unire i federalisti in Parlamento come dissi a Viareggio nella relazione di apertura del convegno di Legautonomie.

A proposito di battaglie politiche, Legautonomie ha segnato un successo importante con l’attuazione della Riforma del sistema  sanitario penitenziario…

Si. Ma non c’è da sedersi  sugli allori. È l’inizio di un nuovo corso, una ulteriore dimostrazione del coraggio e del senso di  responsabilità degli Enti locali. Come Legautonomie  siamo soddisfatti del fatto che un decennio di lavoro abbia portato ad un sostanziale cambiamento di una realtà ormai intollerabile. Il sistema andava cambiato ora  non possiamo perdere l’occasione di confermare quanto già fatto di buono fino ad oggi. Impegno e concretezza, unitamente ai valori di solidarietà e impegno civico che ci contraddistinguono ci hanno condotti fon qui, ora si deve proseguire.