Pesaro, 20 marzo 2009

Ringrazio il Comune di Pesaro, il suo Sindaco Luca Ceriscioli, l’Assessore al decentramento Michele Gambini per l’ospitalità di oggi, per aver collaborato con noi all’organizzazione di questo convegno che giudico molto riuscito e, siccome sono una persona sincera, riuscito molto al di là delle mie aspettative.

Il momento è particolare, ci sono gli impegni connessi alla fase preelettorale, ci sono attenzioni rivolte doverosamente ad altri aspetti della vita amministrativa, e sono quindi molto lieto che noi possiamo registrare una partecipazione qui oggi molto significativa, dalla Sicilia alla Lombardia, di numerosi comuni della fascia tra i 30 e i 100 mila abitanti. Essi possono dar luogo, ed è questo il primo elemento che voglio sottolineare, ad un movimento, ad una iniziativa che non si esaurisca ovviamente nella giornata odierna sul tema del decentramento, della partecipazione. La nostra proposta è che, come ha ricordato Francesco Frieri all’inizio, il documento che vi è stato distribuito possa avere in calce il nome del vostro comune di appartenenza, al fine di considerare i vostri comuni impegnati a sostenerne il contenuto; che questo documento venga usato da voi nelle vostre realtà per essere comunicato alle rappresentanze politiche locali, ai rappresentanti parlamentari, ai partiti, e diventi oggetto anche di una iniziativa nei vostri territori, in modo tale da creare il più possibile un clima di consenso attorno ai contenuti del documento stesso e poi dare vita come Lega delle Autonomie Locali ad un forum nazionale degli amministratori e dei tecnici che lavorano sul decentramento e sulla partecipazione. Come avete visto dall’intervento di Francesco Frieri, lui fa parte dell’ufficio di Presidenza nazionale della Lega delle autonomie, c’è una certa competenza ed esperienza in questo campo e quindi non facciamo fatica a gestire dal punto di vista anche tecnico, oltre che politico, un lavoro su questo argomento. Ci serve la vostra partecipazione, cioè che gli Assessori che oggi erano qui presenti dichiarino la loro disponibilità a mettersi insieme, a dar vita a un forum nazionale su questo tema in modo tale che si possa sviluppare il lavoro in due principali direzioni. La prima è quella di verificare nell’immediato se ci sono i margini per soddisfare la richiesta legittima del consigliere di Pescara che chiedeva un intervento immediato, cioè verificare se ci sono provvedimenti legislativi in esame del Parlamento nei quali si possa introdurre un emendamento abrogativo del provvedimento contenuto nella Finanziaria per il 2008. Il secondo, un po’ più di progetto, è quello di lavorare in funzione della nuova Carta delle autonomie locali. Ci saranno occasioni, ovviamente, legate all’approvazione di questa Carta delle autonomie locali, che sostituirà il Testo Unico degli enti locali, oggi in vigore, che riguarderanno (perchè questo è un po’ l’orientamento del governo) aspetti diversi dell’ordinamento delle autonomie, non un provvedimento organico purtroppo, ma un complesso di quattro documenti, le funzioni fondamentali dei comuni, i piccoli comuni, le città metropolitane,
La polizia locale è il quinto previsto che ancora deve essere presentato. Questi quattro documenti conterranno, ovviamente, aspetti che riguardano tematiche che sono oggi regolate dal Testo Unico e quindi è del tutto evidente che lì sarà la sede per fare proposte di merito, concrete e articolate anche sul decentramento e sulla partecipazione. Questo significa mettersi al lavoro, fare, come stiamo facendo per altri aspetti, ad esempio il forum che abbiamo messo in piedi di confronto fra unioni di comuni e comunità montane ed altri temi ancora sui quali stiamo lavorando.
Questo è ciò che va fatto nell’immediato, poi c’è una riflessione che credo dobbiamo portare avanti dove ognuno contribuisce per quello che può, e io provo da parte mia, in conclusione di questo dibattito particolarmente stimolante e interessante, a fare considerazioni personali. Innanzitutto credo che dobbiamo chiederci perchè è potuto accadere che un governo di centro sinistra abbia ceduto alla pressione demagogica (perchè poi è questa la sostanza) sul tema dei costi della politica mettendo un principio come quello del decentramento della partecipazione democratica sotto la voce “costi della politica”. Badate che non è una cosa sulla quale non vale la pena spendere un minimo di riflessione. Siccome bisogna guardare sempre la trave che si ha nel proprio occhio prima di guardare la pagliuzza negli occhi degli altri, dobbiamo chiederci se effettivamente su tutto il territorio nazionale l’esperienza delle circoscrizioni o dei municipi avesse dato luogo a fenomeni degenerativi. In sostanza così è, e il nemico passa sempre dove tu gli apri la breccia. Non c’è dubbio che in alcune realtà, però parliamo di città di un’altra dimensione rispetto alle vostre, anche se d’ora in poi fino ai 250.000 abitanti non puoi pagare il Presidente, l’idea che il ruolo istituzionale in una circoscrizione diventasse occasione di ulteriore spartizione di poltrone, che diventasse una sorta di sostitutivo della propria attività professionale ha creato il corto circuito dentro il quale si sono inseriti degli avversari che genericamente e generalmente hanno denigrato tutta l’esperienza in atto.
Questa è la trave nel nostro occhio, cioè la mancanza da parte nostra, di ognuno di noi, nei nostri ruoli, anche delle associazioni delle autonomie, della capacità di reagire a una degenerazione che c’è stata. La seconda , ancora più grave secondo me, è che nel momento in cui il problema è stato posto non siamo riusciti, come invece siamo riusciti sulla campagna denigratoria sulle comunità montane, a distinguere bambino e acqua sporca, è passato troppo facilmente un atteggiamento semplificatorio e qui devo dire che io, ad esempio, ho vissuto con dispiacere anche personale questo tipo di dibattito il quale poi è stato stroncato perchè è stata messa la fiducia sul provvedimento, impedendo la possibilità di discutere seriamente, dispiacere aggravato dall’assenza di una reazione forte degli amici dell’Anci. Non è che devo sempre polemizzare con l’Anci, anzi, mi dà sempre fastidio polemizzare con l’Anci, però non c’è dubbio che è emersa in questa vicenda, come purtroppo emerge molto spesso da parte dell’Associazione nazionale dei comuni d’Italia una sorta di attenzione prevalente nei confronti delle grandi città, che non erano toccate da questo provvedimento, e di una assoluta invisibilità delle città medio-piccole. E siccome questo provvedimento non riguarda Firenze, non riguarda Bologna, non riguarda Milano, Torino, Napoli, Venezia, ecc., alla fine c’è stata una fascia di città, alle quali noi oggi ci siamo rivolti, che non è riuscita a far sentire la propria voce, e quando noi della Lega abbiamo sollevato il problema, non ho visto una reazione forte nei confronti di questo provvedimento, e la nostra è rimasta una voce isolata. E questo è grave perché, come veniva sottolineato, se c’è un luogo dove possiamo andare a cercare delle esperienze virtuose, non sicuramente costose, del decentramento, sta proprio in questa realtà della fascia media. Ora, questa difficoltà che abbiamo avuto di distinguere il bambino dall’acqua sporca, dobbiamo assolutamente recuperarla; non può essere che questa vicenda si chiuda in questo modo, e quindi il documento, l’iniziativa da prendere ecc. Però il nodo è anche di contenuti. Innanzi tutto, uno degli aspetti che noi dobbia
mo, dal punto di vista del contenuto, rilanciare, è il valore della partecipazione. Che cosa è la partecipazione? E a che cosa serve in una democrazia moderna la partecipazione? Badate che la storia del decentramento è una storia piuttosto vecchia, nel Testo Unico del 1915 era prevista la possibilità di fare le circoscrizioni, per i comuni superiori a 60.000 abitanti,previo parere del prefetto, paradossalmente erano più avanzati dei contenuti del provvedimento della legge finanziaria approvato di recente. Poi arrivò il gelo del fascismo, che bruciò la primavera municipale dei primi del ‘900. Subito dopo il secondo conflitto mondiale, un nucleo di comuni che ricostituì, è da quel gruppo che rinacque la Lega dei Comuni Democratici, l’odierna Legautonomie, nel 1947 rimise in moto l’esperienza dei processi partecipativi alla vita del governo locale. La guerra aveva talmente delegittimato le istituzioni rispetto alla popolazione, che uno dei temi principali visto da chi aveva a cuore il carattere democratico e popolare della repubblica, fu quello di andare a cercare un rapporto diretto col popolo. Non in modo assemblearistico-consultivo, ma farlo contare davvero, il popolo, tanto è che i prefetti intervenivano per bocciare le delibere fatte dai comuni della sinistra che erano eccessivamente spostati verso un potere decentrato nei confronti dei cittadini. E’ da lì che nasce il fenomeno del decentramento, e nasce a partire dal dibattito intorno alla finanza locale, perché parlare di finanza e di bilancio non è qualcosa di diverso che parlare di democrazia e partecipazione.
Lo vedremo quando avremo a che fare con il federalismo fiscale, con una vera autonomia impositiva, che cosa vuol dire partecipazione, democrazia e finanza locale. Esisteva allora l’imposta di famiglia, il comune di Milano aveva messo in piedi delle commissioni tributarie comunali che avevano dato luogo ad una rete delle commissioni tributarie, che si riunivano frequentemente perché non vi fossero abusi, ci fosse una atteggiamento corretto dal punto di vista del governo popolare di quella imposta. Il comune di Milano aveva costituito le consulte, le prime consulte (il modello è simile a quello che abbiamo sentito stamattina da Lugo ) che sostanzialmente erano un sistema di decentramento effettivo, tant’è che a livello dell’amministrazione comunale centrale c’era una specie di obbligo implicito a coordinare le consulte ed attuarne gli indirizzi . Le consulte erano presenti in ogni quartiere, si raccoglievano le decisioni, si riunivano i presidenti, c’era una sorta di coordinamento, e l’amministrazione era tenuta ad attuare gli indirizzi delle consulte. Questo meccanismo diede poi vita alle prime esperienze nella seconda metà degli anni ’50, delle vere e proprie circoscrizioni, e lì si scatenò la prima ondata di rigetto da parte del governo centrale attraverso i prefetti e così via.
La vicenda quindi è antica e riguarda appunto il modo di vivere l’amministrazione; il discrimine, che ancora ogni tanto viene fuori, basta sentire qualche dibattito parlamentare e qualche dichiarazione di partito, era fra chi pensava che l’amministrazione locale fosse sostanzialmente un soggetto decentrato di una volontà nazionale, braccio esecutivo vicino al territorio, e chi pensava – la Sinistra riformista da sempre – che il primo compito dell’amministrazione locale sia quello di rappresentare i bisogni e gli interessi dei cittadini, cioè della gente del luogo, che è l’interlocutore naturale dell’amministrazione. non il governo centrale, ma la gente. In questo senso, noi in questi ultimi anni siamo diventati un po’ troppo attenti agli aspetti formali, lo dico perché le cose nuove fatte in quegli anni, ma anche dopo, sono state fatte forzando le leggi, non adeguandosi alle leggi. L’Italia sarebbe oggi molto peggiore se i sindaci, i presidenti di provincia si fossero sempre fatti imbrigliare dalle norme e non avessero guardato invece prioritariamente ai bisogni della gente andando oltre le leggi, contribuendo così a riformarle. Noi abbiamo gli statuti, noi li dobbiamo usare, per stare borderline, per cercare di fare sempre un passo avanti, ci bocciano una delibera: si fa ricorso al TAR; è così che cresce il movimento delle autonomie. Se noi stiamo sempre tutti dentro, incasellati a ciò che sostanzialmente dal governo nazionale – da ultimo con le leggi finanziarie – ci viene consentito di fare, l’autonomia finisce, muore.
Noi abbiamo bisogno che le autonomie riprendano questo gusto di inventarsi le soluzioni, di andare a cercare le soluzioni più efficaci per i loro territori, di andare oltre la legge, non contro la legge, ma spingendo la legge, allargandone i confini, e non c’è tema che così non possa essere sviluppato in positivo. Frieri ha introdotto la sua relazione così, “facciamo finta che non ci siano leggi ma che ci sia un potere e in qualche modo il cittadino debba confrontarsi col potere” e il sindaco debba decidere il carattere di questo confronto, facciamo finta che non ci siano le leggi sulla partecipazione e il bisogno di partecipare rimarrebbe comunque intatto. Un bisogno non esiste perché una legge lo prevede. Io credo che la partecipazione sia uno dei temi dove si può osare di più, si deve osare di più. Faccio notare marginalmente a proposito dei costi della politica che la battaglia della sinistra in quegli anni, ’46 e ’47 per il decentramento amministrativo e per il ruolo della gente dentro le amministrazioni, andò di pari passo con la battaglia perchè al Sindaco venisse riconosciuta un’indennità di funzione. Questo per dire che sembra davvero che qualcuno che in qualche modo parla in vece nostra e prende le decisioni per noi si sia scordato totalmente da dove veniamo, quali sono state le battaglie qualificanti che ci hanno consentito di allargare il ruolo della democrazia e la funzione democratica delle amministrazioni locali, e questo è un aspetto che meriterebbe un’ulteriore riflessione, sempre riferita a che cosa facciamo noi associazioni per recuperare questi ritardi. Bene, io credo quindi che il primo tema di contenuto sia riappropriarsi del significato di questa battaglia, da dove viene e come sta dentro il contesto attuale. Nel contesto attuale io direi che un altro aspetto che merita una riflessione e di cui sono particolarmente convinto è che il limite demografico non può essere un riferimento per definire il sistema organizzativo della partecipazione. Che cosa c’entra più di 50.000, più di 250.000? Probabilmente andranno trovate forme diverse di partecipazione ma non meno necessarie o meno utili, sempre nell’ambito dell’autonomia statutaria degli enti, non c’è dubbio che se noi parliamo di una città metropolitana il tema è l’organizzazione dei municipi e della partecipazione e della democrazia nei municipi, cioè delle forme partecipative attraverso le quali si arricchisce la vita e la qualità decisionale dei municipi che hanno spesso a che fare con un tema di cittadinanza molto complicato, alle prese con sterminate periferie e con forti concentrazioni urbane, ma se dall’altra parte io passo ai piccoli comuni è sciocco pensare che anche li un problema oggi, moderno, di partecipazione e democrazia? Esiste un problema moderno di partecipazione democratica nei piccoli comuni. Nei comuni cosiddetti “polvere”, c’è un rapporto paternalistico, si dice che non ci sia bisogno della partecipazione democratica, eppure molte politiche vitali che riguardano i cittadini di quel territorio si svolgono senza alcuna partecipazione, perchè si svolgono ormai sopra la testa di quei comuni, di quei cittadini. E allora il tema che noi poniamo con forza per la Carta delle autonomie locali dell’aggregazione obbligatoria dei piccoli comuni, non della fusione, ma d
el mettersi insieme obbligatoriamente per poter svolgere alcune funzioni fondamentali, dell’avere il fisico adeguato per affrontare alcune funzioni fondamentali deve anche significare dotarsi dentro una dimensione nuova di percorsi partecipativi. Lo dico a te Frieri perchè adesso cominci a lavorare in un’unione di comuni, quindi tutto quello che hai da portare dentro l’esperienza di un’unione dei comuni non è soltanto il governo dell’aggregazione di servizi, ma anche come in una realtà di piccoli comuni evolve in qualche modo una cultura della partecipazione. E poi c’è questa nostra realtà di città medio piccole che, secondo me, hanno dato anche in passato un grande contributo al tema della partecipazione e della democrazia.
C’è un punto sul quale io non condivido molto alcuni accenti del dibattito; il rapporto tra partecipazione e politica, tra partecipazione e partiti. Io non credo che la partecipazione sia neutra. Non credo che neanche i comitati cosiddetti spontanei siano neutri. Non credo. Anzi, dovrebbe essere nostro obiettivo, posso sbagliare, di farci carico nella dimensione dell’amministrazione locale anche del tema della riforma della politica e della qualità dei partiti, perchè no? Perchè noi dobbiamo sempre ragionare in termini di come bypassiamo i partiti attraverso forme che non li riguardano? Il tema dovrebbe essere come con le forme di partecipazione facciamo a meno dei partiti? Io non credo proprio. Abbiamo un articolo, l’articolo 49 della Costituzione che prevede un ruolo dei partiti, che è proprio quello di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, perchè non dovremmo porci questo obiettivo? Perchè quando parliamo di partecipazione nei nostri livelli comunali dovremmo dire che dobbiamo trovare un sistema che non sia intercettato dai partiti? Io penso esattamente il contrario. Io penso ad un sistema che intercetti i partiti e li costringa a cambiare. E’ meglio forse avere partiti che alla fine si riducono solo alla selezione, quando va bene, del Sindaco da candidare direttamente piuttosto che della nomina di qualche Assessore? Poi tutto quello che accade intorno non conta niente? Non è anche quella del decentramento dei luoghi della partecipazione una modalità in cui costringiamo anche a una sorta di democratizzazione della vita dei partiti? Per questo io credo invece al recupero in qualsiasi modo della forma elettiva e credo che sia necessario che i partiti siano coinvolti. Mi spiegate quale dovrebbe essere il tema che tiene in piedi un partito se non la vita della propria comunità? Perché, se un partito a livello locale deve essere tenuto in piedi perché il tale è amico mio che faccio il deputato, amico di uno che fa il presidente di una regione, referenti locali buoni solo in occasioni elettorali, allora è un altro film! Ma è un film che ci porta lontano dalla natura corretta dei partiti, che si occupano della città, dei luoghi dove svolgono la loro funzione, e lo fanno in modo democratico.
Una battaglia persa? Può darsi, però io dico che laddove abbiamo vissuto la politica in questo modo, i partiti sono stati un po’ migliori che laddove non è accaduto. quindi si può anche fare, non è impossibile, non è una battaglia persa in partenza. E credo che questo sia un aspetto che ha a che fare indissolubilmente con il tema che è stato posto oggi da altri interventi, il tema del fare comunità. Un altro elemento, secondo me, importante, nella riflessione della partecipazione e del decentramento è il tema dell’integrazione, dell’integrazione sociale, che è fatta anche di quella quotidianità di cui si parlava; per me il fatto che ci siano delle sedi aperte nei quartieri, che ci sia qualcuno dentro che dà delle risposte è una cosa che non ha prezzo. Noi, anche politici, parliamo spesso di una situazione difficile come quella della crisi, la disoccupazione, ecc., però mi raccontava un mio collega che l’altro giorno è andato a fare una riunione di partito, c’erano una sessantina di persone, ha chiesto: quanti sono tra voi quelli che stanno rischiando di perdere il posto di lavoro?
Di sessanta persone, nessuno! Vuol dire che noi politici ci siamo ridotti a parlare con un pezzo della società, non intercettiamo la società, non la vediamo neanche, la leggiamo sui giornali sotto forma di statistiche che non hanno volto: hanno perso il lavoro 340.000 persone, la disoccupazione passerà da un milione e mezzo a 3 milioni, tutti numeri che non hanno volto. E questa è una cosa drammatica dal punto di vista della capacità delle istituzioni, della politica dei partiti, di chi svolge un ruolo, di interpretare la realtà. Gli amministratori vivono un’altra dimensione, li vedono un po’ di più; quelli che poi svolgono la loro attività quotidiana a livello del quartiere li incontrano, non possono fare a meno di incontrarli, e spesso hanno il volto di cittadini stranieri che non incontriamo anche perché sono, oltre che precari in perdita di lavoro, anche stranieri. Basta andare nelle nostre aziende per vedere quanti sono questi che perdono il posto di lavoro e quanti sono gli stranieri che stanno perdendo il posto di lavoro. Il tema dell’integrazione è legato alla sicurezza ed entrambi sono molto connessi all’attività del decentramento, e in questo senso la vita di un consiglio di circoscrizione, la vita di un consiglio di quartiere va al di là della pratica partecipativa e diventa appunto strumento di integrazione di costruzione della comunità.
La pratica partecipativa è certamente in funzione del prendere una decisione, sia essa la gestione di un bilancio, sia essa la realizzazione di un’opera pubblica, o dell’incanalamento di un conflitto su percorsi che favoriscano l’efficacia della decisione e blocchino derive incontrollabili.
Ma ve ne è un’altra di funzioni del decentramento e della partecipazione, che non deve sfuggire, che è quella che ricordava Sandrina Camilli stamattina parlando dell’esperienza di Pesaro, ma credo diffusa dappertutto, che è quella di moltiplicare le risorse. Per fare comunità, per stare insieme, per fare le feste, per fare attività sociale con gli anziani, per fare attività culturale dove altrimenti non si farebbe mai, è così che si fa, si moltiplicano le risorse attraverso la partecipazione. Quando sento quelli con la puzza sotto il naso, che parlano male delle feste di paese, quando magari è l’unica occasione che si possono permettere per stare insieme durante l’anno, vuol dire che non si ha in mente il valore del fare comunità. Fare comunità significa creare l’occasione per stare e fare insieme, per scambiare e costruire relazioni. Non ha prezzo, e se tu non la fai attraverso i patti di quartiere, il coinvolgimento dei centri sociali, la realtà multiforme sportiva, religiosa, tu non fai comunità. Concludo molto rapidamente. Un altro aspetto che ci deve spingere fortemente ad un rilancio forte dei temi della partecipazione e della democrazia partecipativa è senz’altro la questione fiscale. C’è all’ esame della Camera, in seconda lettura, il federalismo fiscale. C’è stato fatto un lavoro straordinario per democratizzare ciò che in campagna elettorale è stato presentato come strumento eversivo, perché nel progetto di centro destra, che riprendeva il modello lombardo sostanzialmente vi era un carattere eversivo, nel senso che io mi tenevo i soldi e poi quello che rimaneva li davo a te, se mi andava. Questa cosa è stata stravolta, è stato fatto un lavoro immenso, con il contributo delle associazioni delle Autonomie e delle regioni in particolare. Si va avanti. Del resto noi abbiamo detto, e lo ripeto anche qui con grande tranquillità, che per un’asso
ciazione delle Autonomie Locali come la Lega delle Autonomie Locali, questo è un processo che ha una marcia solo, solo in avanti, con prudenza, con senso di responsabilità, ma avanti, perché altrimenti rimaniamo in questa situazione di limbo, di indeterminatezza che sta creando grandissimi problemi alle amministrazioni. Ma, nel momento in cui noi dispieghiamo il tema del federalismo fiscale, e cioè risorse proprie, compartecipazioni, fondi perequativi, fondi speciali, ai sensi dell’art. 119 della Costituzione, noi inneschiamo un meccanismo molto più diretto con il cittadino utente e contribuente, che comporterà degli strumenti di rendicontazione e di partecipazione alle scelte che, o sono tali da accendere un atteggiamento di responsabilità nella comunità, o si creerà un corto circuito non di facile gestione. Se noi ci pensiamo bene, l’unica rendicontazione che ancora gran parte della pubblica amministrazione fa, è quella che sta bene a Brunetta, perché Brunetta dice: basta che vanno a lavorare, se poi in ufficio fanno un solitario, che problema c’é? L’importante è che lui possa dire all’Italia che la statistica di quelli che stanno male è drasticamente diminuita, se poi si fanno il solitario nell’ufficio,quello non è un problema. La questione del federalismo e della rendicontazione è la stessa. Se voi chiedete ad un ministero: sulle problematiche ambientali, qual è la sua rendicontazione? Avevamo 100, abbiamo speso 90. Poi come hai fatto, se hai messo a posto un giardino, hai migliorato la qualità ambientale di una costa, che importa? L’importante è che tu sai che avevi 100 e hai speso 90. Questa è la tecnocrazia al potere, cioè una sorta di dittatura della ragioneria generale dello stato e dei tecnocrati che hanno preso in mano il potere del nostro paese. Quando tu invece scendi sul piano di una rendicontazione che ha a che fare con la politica, tu non ti puoi limitare a dire che avevi 100 e hai speso 90, devi dire dove hai preso i 100, come li hai usati, quanti ne hai spesi, che cosa ci hai fatto, funziona quello che hai fatto, che beneficio ha portato, ecc., Questa è la rendicontazione complessa e sempre più partecipata e democratica che noi saremo costretti a fare nel momento in cui andiamo verso un federalismo fiscale compiuto. E quello ovviamente si dovrà fondare su una cultura della partecipazione molto più ricca e responsabile di quanto oggi non siamo riusciti ancora a produrre, se non in alcune rare eccezioni, per esempio Modena che portiamo un po’ ovunque, ma anche Cesena fa un ottimo bilancio sociale, Pesaro, Cervia. Le cose cominciano a cambiare e ci preparano ad una dimensione dell’idea stessa di partecipazione, di rendicontazione, che sarà non un obbligo di legge, ma una necessità nei prossimi anni. Concludo davvero, sulla questione del contributo che la partecipazione può dare al cambiamento stesso della modalità di essere della pubblica amministrazione, un tema che mi sta particolarmente a cuore. La partecipazione, il decentramento, può cambiare l’atteggiamento professionale di una pubblica amministrazione, che la gente si aspetta sempre di più efficiente, trasparente? Secondo me, sì. Le esperienze che abbiamo fatto anche qui a Pesaro, nel momento in cui abbiamo avuto una crisi delle circoscrizioni e lavorammo per rilanciarle, si giocarono molto su questo. Non ci limitammo a rilanciare sulla funzione partecipativa delle circoscrizioni, e neanche solo consultiva. Anche se la legge diceva che la partecipazione dovesse essere solo consultiva, noi andammo a spingere l’organizzazione amministrativa del nostro ente, quindi anche l’atteggiamento professionale dei nostri dipendenti, a fare i conti con il fatto che tutta una serie di servizi fossero vissuti in modo decentrato, quindi la polizia municipale doveva entrare nell’ottica del poliziotto di quartiere, l’anagrafe e lo stato civile venivano decentrati e in ogni quartiere doveva essere possibile avere tutto quello che si aveva dall’anagrafe centrale, per una serie di piccoli lavori pubblici e piccole manutenzioni, il quartiere doveva avere un budget da gestire autonomamente, scelta che ha accelerato tantissimo i tempi per la sostituzione del vetro rotto nella scuola, il marciapiede da mettere a posto, il lampione, la panchina nel parco. Se tutto è centralizzato, ci vuole sempre tanto a cambiare una panchina. Lì piegammo il meccanismo amministrativo perché le determine che venivano fatte a livello centrale sostanzialmente erano una presa d’atto rispetto alle decisioni che invece in modo partecipato e decentrato venivano assunte dai consiglieri di circoscrizione. Così pure sulle attività culturali. Voglio dire: tu puoi piegare una pubblica amministrazione tendenzialmente portata a chiudersi ed essere autoreferenziale, ad aprirsi, in qualche modo, a misurarsi con un nuovo modello di lavoro, più la rendi trasparente, più la spingi ad uscire dalle logiche tradizionali. Ecco, credo che questo sia un grande contributo che noi possiamo dare, perché – non scordiamocelo mai – noi parliamo di federalismo fiscale, di partecipazione e decentramento, e alla fine l’obiettivo qual è? Cercare di dare dei servizi migliori, meno costosi, più immediati, meglio prodotti, alla gente che ne ha bisogno, alle imprese, alle famiglie, questo è il nostro scopo. Se tutto questo poi diventa solo esercizio formale, non serve a nulla. Io credo invece che la partecipazione e il decentramento, se riusciamo a rilanciarli, possono essere un grande contributo per rilanciare il tema della riforma della pubblica amministrazione.
Grazie a tutti.