Raccontare le Marche

 

Di Oriano Giovanelli

 

 

Corriere Adriatico 2 ottobre 2010

 

 

 

 

Raccontare le Marche, sembra facile! In tempi di statistiche, sondaggi, omologazione vien da chiedersi se ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di fermarsi a contemplare le sfaccettature, i chiaro scuri, il mutare della luce, ascoltare gli umori, i rumori, i suoni, i lamenti. Tutti aspetti tenui, smorzati, non dico trattenuti o soffocati, perché le Marche sono esplicite, sono autentiche solo che non urlano.

Tanti arrendendosi alla prima difficoltà si sono ben presto convinti che le Marche neppure esistono. Che errore! Devono aver pensato la stessa cosa i sette comuni della Valmarecchia che se ne sono andati. L’umiliazione più dolorosa da quando indegnamente mi occupo di cosa pubblica, di politica, segno indelebile dell’imbarbarimento dei tempi. Oggi mi dicono che emerga anche li qualche rimpianto, chissa! Sicuramente l’hanno pensato tanti politici, sociologi, economisti.

Però sono convinto che gli uomini di cultura no, quelli le Marche le hanno sempre colte come una realtà profonda e di sconvolgente fascino e capacità attrattiva. E quando uno di loro nato da queste parti, intriso di una inconsapevole  “marchigianità”, si è rivelato un grande, grande lo è stato davvero, ha invaso il mondo e la sua grandezza ha retto nei decenni, nei secoli e il luogo con il suo genio sono stati  un tutt’uno.

Le Marche esistono eccome solo che ci vuole pazienza per abbracciarle tutte anche se è una dimensione territoriale tutto sommato piccola, anche se i marchigiani sono relativamente pochi; il fatto è che non è una realtà semplice, banale.

Sono moderne le Marche e (forse) lo sono sempre state. Si Pensi all’intreccio fortissimo che le hanno sempre caratterizzate fra economia e cultura, fra sapere e saper fare. La densità che c’è nelle Marche in termini di imprese, università, beni culturali materiali e immateriali credo che sia unica al mondo. E’ qui la radice della loro secolare modernità. Chi pensò, in assoluta buona fede, guardando alla condizione di miseria materiale in cui vivevano le classi più povere, di equipararle al Sud d’Italia commise un errore, un errore d’amore certamente ma sempre un errore.

Questa modernità se la sapremo raccontare bene sarà ancora la sua carta vincente. Non ho paura del futuro se penso alle Marche e ai marchigiani.

Guardo il provincialismo becero che sta squassando socialmente parti del nostro paese che non hanno saputo temperare con la cultura l’ingordigia della ricchezza e mi dico, anche questa volta l’abbiamo scampata, quel modo di essere e di pensare da noi non ha sfondato.

Guardo l’impotenza inerme fino alla rassegnazione che segna profondamente altre parti del paese e mi dico qui non accadrà mai che qualcuno si fermi al lamento perché non avendo nulla da fare certamente farà qualcosa.

Ecco allora che c’è della tela di futuro da tessere perché la matassa di filo buono è ancora grande.

Pochi giorni fa per meritoria iniziativa in particolare del presidente della provincia di Pesaro e Urbino abbiamo occupato l’area di sedime del cantiere della Guinza. Credo che l’abbiamo fatto perché per noi non solo quella strada è indispensabile, ma ci si rivolta lo stomaco a vedere una incompiuta, i soldi che sono stati spesi per ora inutilmente. Ecco quelli siamo noi, i marchigiani, ne di destra ne di sinistra semplicemente marchigiani. E poi, nella manifestazione di chiusura il presidente della Regione Marche ha espresso ad alta voce un concetto che stavo appunto sussurrando al mio vicino di sedia: se

la Fano Grosseto era stata pensata per noi che guardavamo ad ovest, all’Atlantico oggi serve molto di più a toscani e umbri perché anche loro sono costretti a guardare a Est. Ecco, pensavo, siamo capaci di cogliere il segno dei tempi prima e meglio degli altri, abituati a rivoltare i cappotti per farli sembrare nuovi non ci scordiamo mai che ogni medaglia ha due facce e la probabilità di azzeccare la parte buona è sempre al 50%.

Oggi il mondo guarda a Est e noi quell’orizzonte lo conosciamo bene.

A voi che quotidianamente cercate di raccontare questa nostra regione faccio gli auguri più sinceri consapevole che saremo ancora capaci tutti di stupirci. Sottovoce.