Allora concentriamoci sulle cose da fare e facciamo in modo di sfruttare i margini di positività che in ogni realtà sono presenti e cerchiamo di non sbagliare mosse e priorità.
Questa è la prima avvertenza.
La seconda è questa: gli economisti tacciano per un po e si cospargano il capo di cenere per non aver capito niente di quello che ci stava arrivando addosso. Per quanto mal messa la parola passa alla politica, alla sua capacità di guardare il paese con occhi di verità e assumersi delle responsabilità forti.
1. Prima di tutto pensiamo al lavoro e in particolare a chi rischia di perdere il lavoro per un tempo più o meno lungo. Tre milioni e mezzo di lavoratori con contratti diversi da quello a tempo indeterminato rischiano di non vedersi rinnovati i contratti nelle aziende manifatturiere, nei servizi, nel commercio. Un altro milione e mezzo di lavoratori rischia di vivere l’anno nuovo in cassa integrazione o in mobilità aggiungendosi cos’ all’altro milione e mezzo di disoccupati che ad oggi il nostro paese registra. Molti di questi lavoratori sono immigrati e alla perdita del lavoro si aggiungerà per loro la condizione di disagio e di precarietà che solo chi vive in un paese straniero lontano dalla propria famiglia può capire.
A tutte queste persone va garantita protezione concentrando il più possibile le risorse in direzione degli ammortizzatori sociali e lo deve fare lo Stato e assieme ad esso le Regioni. In questa direzione si muove il decreto del governo nazionale recante misure di emergenza per affrontare la crisi, ma l’entità e la qualità delle proposte è del tutto insufficiente per fronteggiare la situazione.
2. In secondo luogo bisogna mettere i Comuni nelle condizioni di affrontare l’onda d’urto della povertà. Tutti i dati prodotti da diverse fonti negli ultimi tempi evidenziano una situazione drammatica. Il ruolo dei Comuni per far fronte alla crisi è completamente sottovalutato da questo Governo di centro destra che del resto li aveva già messi in serie difficoltà con la manovra di luglio e poi con la finanziaria. Solo chi non ha alcun rapporto con la realtà può pensare che siano sufficienti la social card e i bonus famiglia proposti. C’è in queste proposte un inaccettabile cinismo, un disinteresse vero verso chi non riesce non dico ad arrivare alla fine del mese con il proprio stipendio ma verso chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. In questo contesto il Governo ha ridotto da un miliardo a settecento milioni di euro il fondo sociale.
Provate a mettere in fila questa possibile situazione: una famiglia dove lavoravano in due e dove uno dei due perde il lavoro avendo in casa un anziano non auto sufficiente, un malato, un portatore di handicap, dove andranno a sbattere la testa? In comune ovviamente! E’ al comune che vanno garantite risorse immediate per finanziare la spesa sociale, per aiutare chi non riesce a pagare le bollette, chi non arriva a mettere assieme i soldi per l’affitto. E quel volontariato come la Caritas che sta facendo un lavoro straordinario lo vogliamo aiutare o no? Ci vogliono almeno due miliardi di euro. La demagogia che imperversa a livello del Governo centrale vuole dare direttamente qualche elemosina ai cittadini, ma è il Comune l’istituzione che può fare un lavoro preciso e puntuale individuare davvero chi a bisogno e soccorrerlo.
3. In terzo luogo bisogna dare una mano alle aziende e quando dico aziende nella nostra regione penso alle piccole e piccolissime aziende che denunciano all’unisono un unico grande problema: l’accesso al credito, la liquidità. Il sistema Bancario fonte della crisi è impallato, il credito interbancario non va, le banche hanno paura e l’una non si fida dell’altra. Ogni aiuto che dal Governo dovrà andare alle banche deve essere orientato tassativamente a risolvere questo problema. I tassi si abbasseranno ma è la moneta che deve tornare a circolare.
4. Da ultimo bisogna rilanciare la domanda, ma non il consumismo spicciolo. Va rilanciata la domanda aggregata e fra questa quella che può essere messa in movimento dagli investimenti. Dei mega progetti tipo il ponte sullo stretto di Messina non sappiamo cosa farcene in questa situazione. Bisogna rilanciare migliaia di piccole e medie opere pubbliche quelle che i comuni, le province e le regioni in primo luogo possono sostenere, perché sono più immediatamente “cantierabili” con effetti benefici immediati sull’economia del paese. Anche qui si può fare una proposta concreta. I soci proprietari della Cassa Depositi e Prestiti, Tesoro e Fondazioni bancarie, rinuncino ad una percentuale dell’utile che annualmente intascano, e mettano a disposizione delle autonomie locali almeno un miliardo di euro per rilanciare gli investimenti locali e queste spese vengano sottratte al vincolo del patto di stabilità interno. La proposta del Governo che questo valga solo per gli investimenti nella metropolitana di Roma è davvero inaccettabile.
Ecco, queste sono le scelte da fare, almeno le principali. Con queste proposte si può stare in campo davvero in una crisi dura come non se ne vedeva da decenni.
Il mondo industrializzato, il capitalismo, non sarà più lo stesso dopo questa crisi, almeno così si dice, ma non è detto che quello che ne uscirà, perché ne uscirà certamente, sarà necessariamente peggiore di quello che abbiamo conosciuto.
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