Lunedì 2 marzo ore 6 e 59 puntuale da Ancona arriva a Pesaro l’Eurostar per Milano. Alle 8 e 40 arrivo a Bologna, scendo anche se è a Milano che devo andare, ma alle 9e20 c’è un alta velocità che da li mi porta a destinazione con mezz’ora di vantaggio rispetto all’altro treno. Lo prendo. Alle 10e 30 puntualissimo scendo alla stazione centrale di Milano. Questa è una Italia che funziona, o meglio che può funzionare. Tre ore e mezzo da Pesaro centro a Milano centro, meglio dell’auto, meglio dell’aereo. Ma, c’è sempre un ma, in verità è una parte d’Italia che funziona. L’alta velocità lega il Nord da Ovest a Est e lega il Nord a Bologna e da li a Firenze, Roma, Napoli, Salerno. Tutta la dorsale adriatica e gran parte del sud è fuori da questo servizio.
Quando dico che c’è una secessione reale che si è realizzata a prescindere dai proclami di Bossi è questo che voglio dire. Quando dico che lo stato centralista ha fallito alla prova dell’unità del paese è questo che voglio dire.

In treno. Ottima ospitalità, quotidiano, caffè, dolcetto. Sedili comodi con prese per il computer. Tanti, quasi tutti, attorno a me in maniche di camicia lavorano, scrivono, scaricano mail dal cellulare al pc, compilano tabelle. Più che un vagone del treno sembra un ufficio. Anche questa è una Italia che funziona, che lavora in modo nuovo, che sostanzialmente non smette mai di lavorare, senza orari, senza scrivania. Uffici ambulanti sempre aperti. Probabilmente i loro stipendi sono buoni, non so quanto lo sia la loro qualità della vita e poi c’è la crisi. Anche loro ci sono dentro fino al collo ma forse per professionalità e condizione se la caveranno meglio. Almeno spero.

In stazione a Milano. Appena messo piede a terra fra il vociare dei miei compagni di viaggio dominano i fischietti. E’ una manifestazione. Pochi passi e li vedo. Sono lavoratori precari di una delle società di quelle che erano le ferrovie dello stato. Non si frappongono al nostro incedere veloce. Io mi fermo prendo un volantino, altri li oltrepassano in fretta. Sono precari, decine di persone che stanno perdendo il loro posto di lavoro, la paga da portare a casa dove magari c’è una famiglia che guarda al futuro con paura.

Prendo il taxi. Corso Venezia 49. Sede della Camera di Commercio mi pare. Li ho il mio convegno sul ruolo delle Agenzie di Sviluppo Locale. Sono in ritardo ma era previsto così e sono atteso. Ma c’è un drappello di persone davanti all’ingresso. Sono 60 persone dipendenti delle Pagine Blu, concorrenti Fininvest delle Pagine Gialle. Loro il lavoro l’hanno gia perso. Altro volantino. Altri drammi personali e famigliari.

Domanda: che rapporto c’è fra quell’Italia che stava sul treno ad alta velocità, in prima classe a lavorare e quei precari, quei disoccupati. Oggi forse nessuno. Non c’è nessuno che provi a tenerli insieme a fargli sapere con chiarezza che il benessere degli uni non è scindibile dal benessere degli altri. Anzi, temo davvero, che ci sia qualcuno che sempre più farà credere ai miei compagni di viaggio che la loro speranza di futuro deve mettere in conto la disperazione degli altri. Che nella vita umana come in natura il più debole deve soccombere per consentire al più forte di vivere.

Però. C’è sempre un però. Quando i disperati diventano tanti milioni, dobbiamo sapere che proveranno a convincerci che  non ci rimane altro che accettare che le loro proteste siano soffocate (vi dice niente la legge con la quale si vuole intervenire sul diritto di sciopero? In questo momento vi sembra una priorità? Lo è solo se si mette in conto la crescita esponenziale degli scioperi e la possibilità dei disperati di bloccare i “viaggianti”), e che le nostre case siano difese dalle ronde.