Ci sono tutti gli elementi perché le autonomie locali siano sconvolte da un vero e proprio vortice, una specie di grande tornado. In primo luogo sul piano politico. Se stiamo alla storia una autentica cultura autonomista per decenni è stata patrimonio di una realtà, per quanto minoritaria, fortemente radicata nelle forze che oggi hanno dato vita al Partito Democratico. Anche nei momenti più difficili, dopo le elezioni politiche del 2001 ad esempio, le forze di centro sinistra non sono arretrate di un passo sul piano locale e anzi da lì hanno trovato la spinta per reagire anche a livello nazionale. Del resto la grande stagione riformista degli anni ‘90 ha visto proprio quelle forze, eredi delle migliori esperienze di governo locale, fortemente in campo nel produrre riforme, cultura del cambiamento, politiche attive di livello territoriale. Lo hanno fatto per arginare la spinta della Lega Nord? Certo, ma non solo e comunque lo hanno fatto. Il centro destra che oggi si riconosce nel PDL non ha questa tradizione e se mi è consentito nemmeno questa vocazione se si eccettua la cultura della sussidiarietà a cui ha saputo dare voce in particolare Comunione e Liberazione. La Lega Nord fa storia a se e nonostante i proclami e le provocazioni non si può iscrivere facilmente nel solco riformista secolare della cultura autonomista se non altro perché quella cultura aveva comunque come riferimento la nazione, il paese. Con le prossime elezioni comunali e provinciali questa realtà potrebbe cambiare radicalmente. Potremmo trovarci davanti ad un forte ribaltone nel governo di tante città e province senza che le forze potenzialmente vincenti siano depositarie di un progetto solido di cambiamento del paese che prenda le mosse dal governo locale. Piuttosto c’è il rischio del manifestarsi di tanti replicanti, senza averne le caratteristiche personali, del presidente del consiglio. E lo stesso Partito Democratico rischia di non cogliere, come invece dovrebbe in modo assolutamente prioritario,  in quella dimensione la propria occasione veramente costituente; la propria linea del Piave. Le cronache locali ci rimandano troppi episodi propri di  un festival di personalismi anzi che una valorizzazione nazionale delle tante e buone cose fatte dagli amministratori di centro sinistra e di  un progetto di governo delle autonomie che abbia un senso forte e comprensibile. Della cultura autonomista dell’IDV con tutto il rispetto non parlo nemmeno. Se questa è la realtà dopo il 6 e 7 giugno ci potremmo trovare sul piano squisitamente politico nella necessità storica di rifondare una cultura autonomista più che dipanarne un coerente sviluppo con una grande attenzione verso gli amministratori eletti di entrambi gli schieramenti politici e se non ci riusciremo saranno guai seri non per i partiti ma per la cultura politica che guiderà le scelte di quegli amministratori.
La situazione non è più facile sul piano del clima o se volete del contesto di opinioni che si fanno strada nei confronti delle autonomie. Sono anni che come Legautonomie denunciamo un neo centralismo di fatto rispetto ad un federalismo predicato. E sono mesi che denunciamo una vera e propria aggressione culturale alle autonomie locali. Colpa nostra non c’è dubbio. Troppo carente l’attenzione alle autonomie come sistema; troppe chiusure corporative; troppi litigi fra regioni, comuni, province, comunità montane; troppa pigrizia sul piano della innovazione. E le stesse associazioni troppo preoccupate di andare a braccetto con i ministri di turno piuttosto che spinte a costruire politiche che testimonino concretamente la nuova cultura di governo di cui le autonomie possono e debbono essere portatrici. Ma le nostre responsabilità non bastano a motivare l’acrimonia e il pregiudizio che si legge un giorno si e un giorno pure sulle colonne dei grandi giornali nazionali. Dal terremoto che ha colpito l’Abruzzo alla sicurezza, dalla sanità alle società che gestiscono i servizi pubblici locali, alla casa. L’abbiamo detto e lo ripetiamo non è una aggressione politicamente neutra, è un disegno gravissimo che punta a legittimare la cultura dell’uomo solo al comando che fa il paio con lo svuotamento della funzione del Parlamento, con l’occupazione degli organi di informazione, con il conflitto perenne con la magistratura. Ma ciò che allarma è la pochezza della reazione a questa aggressione e il carattere potenzialmente egemone degli argomenti che usa.
Eppure l’Italia dal punto dei vista democratico, sociale, economico, culturale, starebbe molto peggio se comunque ogni giorno, sindaci, presidenti di provincia e di regione non si sobbarcassero la loro parte di responsabilità.
Allora non abbiamo altra strada. Dobbiamo accettare la sfida di questo stato centralista e populista e batterlo sul terreno concreto dei fatti. Dove batterlo significa spingerlo a cambiare radicalmente rotta. Sarà difficile ma non ci sono alternative. A ogni candidato che oggi si presenta agli elettori per assumere la guida di un comune o di una provincia dobbiamo dire che da solo o con la speranza di qualche rapporto amicale con Roma finirà per incupirsi nella propria frustrazione e alla fin fine scontenterà coloro che oggi gli danno fiducia. O oltre  a governare bene la propria realtà saprà avere l’ambizione di essere parte di un movimento nazionale per cambiare il paese, di una nuova classe dirigente nazionale o perderà comunque. E non pensi mai che non ha gli strumenti per competere. La sua forza sarà nella capacità di tenere vivo il rapporto con la gente onorando ogni giorno i valori della partecipazione e della democrazia; mettendosi in prima fila nella lotta alla povertà crescente; dimostrando che si può quotidianamente migliorare il lavoro della pubblica amministrazione; chiamando le forze economiche, sociali, culturali del proprio territorio a definire nuovi orizzonti di sviluppo della comunità; facendo della sostenibilità ambientale un nuovo modello di vita; dimostrando che si può fare pace anche con la parola tasse se a questa corrisponderanno servizi quantitativamente e qualitativamente adeguati. Sono strumenti potentissimi che come un lunghissimo filo tengono insieme una storia secolare, una bella storia che oggi è quanto mai necessario non smarrire.