6 marzo
CODICE DELLE AUTONOMIE E
FEDERALISMO:
IL RUOLO DEL SEGRETARIO COMUNALE
E PROVINCIALE
Bene, grazie alla Lega delle Autonomie toscana, grazie a voi per la partecipazione a questo incontro che ho voluto seguire con grande attenzione perché gli attribuisco una grande importanza, consentitemi però in avvio di unire anche gli auguri della Lega nazionale delle Autonomie Locali al presidente del consiglio Regionale della Toscana, Riccardo Nencini per una sua pronta guarigione.
La questione che abbiamo messo all’ordine del giorno di oggi è di primaria importanza e le mie non hanno assolutamente la presunzione di essere delle conclusioni rispetto alle relazioni e al dibattito che ne è seguito; anche l’associazione che presiedo andrà via via affinando una sua posizione sulla materia man mano che si avvicinerà l’appuntamento con il dibattito parlamentare sulla nuova carte delle autonomie locali, e lo farà mandando avanti un confronto che oggi in modo così qualificato abbiamo avviato qui e che per quanto mi riguarda continuerà in Lombardia con un’iniziativa analoga che si terrà il 26 marzo e poi a EuroPA a Rimini il 2 aprile, una serie di appuntamenti che mi vedono anche personalmente coinvolto, e che credo consentiranno all’associazione che presiedo di dire infine una parola chiara su questa questione e di dare il proprio contributo dopo avere fatto un percorso di ascolto, di valutazione delle diverse opinioni presenti sul tappeto. Non aspettatevi da me una risposta netta alle cose che sono state sollevate questa mattina anche in considerazione del ruolo che ricopro nella commissione affari costituzionali della camera, e di primo firmatario alla camera del progetto di legge del Partito Democratico sulla nuova carte delle autonomie- Per tutte queste ragioni e per amore di serietà, l’ascolto per questa fase è la cosa principale che mi interessa.
La storia che abbiamo analizzato questa mattina è di grande attualità ma in vero rimanda ad una storia antica, e la storia è sempre maestra, anche perché pur non riproponendosi identica c’è, esiste si fa sentire e far finta che non ci sia, porta male, porta male sempre. È una storia lunga, è una storia che comincia nel 1928 quando il fascismo, modificando il testo unico del 1915 portò il segretario comunale sotto la dipendenza del ministero degli interni, sostanzialmente chiudendo quella che nei primi decenni del ‘900 era stata una vera e propria primavera municipale, questa è l’origine. Subito dopo la liberazione del nostro paese dal fascismo, la Costituzione e l’avvento della repubblica italiana, il movimento delle autonomie, la lega delle autonomie…
…i sindaci delle principali città riproposero immediatamente la cancellazione di tutti i provvedimenti anti autonomistici del 1928 e purtroppo invece quella auspicata riforma della figura del segretario comunale e del rapporto fra il segretario comunale e il governo della città, tardò molti decenni a materializzarsi e ricordo bene, perché ero già sindaco, che nonostante che fossero passati molti decenni, non fu affatto facile far passare quella riforma. E se quella riforma pur difettosa passò, lo dobbiamo al coraggio anche di segretari come Carlo Paolini che affrontarono assemblee, mi ricordo una a Milano particolarmente vivace, poi a Brescia un’altra, piuttosto tumultuose. Capirete che con queste premesse non è facile portare a sintesi, a conclusione questo dibattito sul ruolo del segretario comunale in rapporto all’amministrazione e al governo delle amministrazioni locali. Quegli anni immediatamente dopo la guerra sono stampati anche nella mente, oltre che negli scritti, di tanti amministratori locali, non solo perché ci fu subito una sorta di epurazione, dalle carriere prefettizie di tutti quelli che vi erano entrati attraverso il comitato di liberazione nazionale, ma ci fu una sorta di omologazione forzata delle amministrazioni comunali che volevano andare verso un ampliamento delle loro funzioni, in particolare in Toscana, in Emilia Romagna, non limitandosi ad un semplice amministrare, ma facendosi carico delle condizioni di vita materiale delle persone, delle famiglie e, anche qui temo la storia si ripeterà, si ritrovarono di fronte a provvedimenti prefettizi spesso sostenuti o in qualche modo suggeriti dai segretari comunali, che portarono allo scioglimento dei consigli comunali e delle giunte. La storia è complicata, bisogna averla tutta chiara, la storia. Per questo non deve sorprendere che nel momento in cui si pose all’inizio degli anni ‘90, con più forza il tema dell’autonomia reale degli enti locali, il tema di una moderna pubblica amministrazione locale e anche di diverse modalità di garanzia della legittimità e trasparenza , la figura del segretario comunale e provinciale entrò in discussione. Non deve sorprendere perché appunto quella figura incrociava questi tre concetti, autonomia, moderna pubblica amministrazione, nuove modalità di controllo che per la verità non avevano dato prova in passato di grande efficacia. Voglio dire che chi rimpiange ad esempio i controlli esterni alla pubblica amministrazione deve in qualche modo ricordarsi che i controlli esterni alla pubblica amministrazione, le sezioni regionali dei comitati di controlli furono in gran parte nel nostro paese luogo di opacità, per non dire di malaffare. Chi rimpiange il parere di legittimità da parte dei segretari, per fortuna sono pochi tra i segretari, anzi, quasi nessuno, ma molti invece fra i portatori di una visione vetero della pubblica amministrazione che siedono in parlamento, non ricorda che l’impatto con il parere di legittimità provocò il panico sostanzialmente tra tanti bravi funzionari e segretari comunali, all’interno delle nostre amministrazioni, il crescere delle pile delle pratiche che aspettavano il parere di legittimità, il famoso braccino del tennista, con una sostanzialmente paralisi nei primi anni ‘90 della capacità di decidere, quando invece la società, il mondo rivendicava gia allora nella tempestività delle scelte un parametro significativo dell’agire pubblico insieme alla legittimità, la trasparenza, l’efficacia, l’economicità, la tempestività. Dico questo con franchezza perché la sfida, apertasi con la riforma, di fare del segretario comunale e provinciale un protagonista della nuova stagione della vita delle autonomie locali, è una sfida importante della quale dobbiamo verificare secondo me tutti assieme i passi avanti che senz’altro si sono fatti, ma è una sfida che è dei tempi recenti, non è una questione che si può considerare acquisita. Per me il ragionamento torna ai tre principi che ho posto. La prima questione è l’autonomia. La mia associazione si chiama Lega Autonomie, abbiamo tolto per ragione di internet lo sviluppo di tutto il nome, sull’autonomia non si scherza e non si media. Sull’autonomia non si scherza e non si media e quando abbiamo abbassato il livello dell’asticella rispetto al tema dell’autonomia, ci siamo portati sempre dei gran problemi in casa. L’ultimo esempio è stata la battaglia sull’ICI, la Lega delle Autonomie è rimasta sola a fare la battaglia contro l’abolizione dell’ICI sulla prima casa già dal governo Prodi, perché vi leggeva una lesione spaventosa di quel poco di autonomia che gli enti locali avevano. Oggi è un riconoscimento generale il fatto che ci siamo tirati la zappa sui piedi, perché l’opportunismo e anche la volontà di non indispettire, diciamo così, le buone relazioni con un governo magari amico, o considerato tale, ha portato molti amministratori a vedere con grande ritardo i pericoli che c’erano dietro a quella manovra. E credo che quella vicenda testimon
ia che appunto quando si parla di autonomia non si può mediare e noi vediamo invece una progressiva tendenza all’invasione di campo da parte del governo, del parlamento rispetto a temi che attengono davvero l’autonomia locale. Fra questi temi che attengono in modo centrale l’autonomia locale, c’è l’autonomia statutaria e l’autonomia dell’organizzazione dell’ente. Questa non può conoscere vincoli se non nei principi generali della legislazione. Voglio essere davvero preciso su questo punto. Noi abbiamo vissuto una stagione statutaria negli anni ‘90, seguita anche da “prime note” con un lavoro egregio, un po’ sofferta, qualche volta statuti fatti con il ciclostile, altri invece statuti che si sono fatti carico dei ruoli nuovi che l’ente si trovava ad assumere. Io penso che il modello organizzativo che l’ente locale si sceglie va scritto nello statuto e va deciso dal consiglio comunale in piena autonomia, in piena autonomia. E credo che da questo punto di vista diciamo così la necessità di omogeneizzare le forme organizzative debba essere presa in considerazione con molta, molta cautela. Che ci sia la figura obbligatoria di un segretario comunale, non dimentichiamo che abbiamo conosciuto anche posizioni da noi mai condivise che portavano alla facoltatività di questa figura, penso sia una scelta giusta, nel senso che non ritengo, laddove c’è un esercizio di amministrazione, che possa mancare una figura di questo genere; potremmo dire che si tratta di un livello essenziale della prestazione amministrativa da far valere su tutto il territorio nazionale. Ma il modello organizzativo complessivo dell’ente deve rispondere a criteri autonomi che rimandano ad una centralità preminente che è quella dello sviluppo del programma della amministrazione e conseguentemente dell’articolazione organizzativa di cui l’amministrazione ritiene di dotarsi per attuarlo. Può darsi che sia vero quello che diceva uno degli ultimi che è intervenuto, può darsi che l’introduzione della figura del direttore generale sia stato il segno di un tempo di passaggio, può darsi, è una riflessione che faremo, che faremo insieme, può darsi nel senso che venendo da quella storia della figura del segretario comunale così ostile ad un processo di rinnovamento che poi invece ha abbracciato, nel momento in cui ci si è posti quegli obbiettivi di autonomia, di nuovi modelli organizzativi della pubblica amministrazione locale e nuovi modelli di rendicontazione e valutazione si sia fatto ricorso ad una figura manageriale che oggi possa essere riassorbita da nuovo segretario, può darsi ma io voglio ancora riflettere rispetto al fatto che questa questione sia completamente risolta. Mi chiedo ad esempio quanto centralismo c’è ancora nella modalità di gestione, di organizzazione dell’agenzia dei segretari e anche nella sua stessa formazione? Quanto cioè questa figura ha effettivamente saltato il fosso da rappresentante dello stato centrale in sede locale, a figura direttamente rispondente alle esigenze autonome dell’ente locale? È una valutazione che va fatta, nel senso che è una misurazione che va compiuta, io non escluderei neanche una sorta di indagine conoscitiva su questo terreno, certamente vedo che c’è una propensione ancora molto forte ai rapporti con i ministeri, il ministero dell’interno ieri, ministero degli affari regionali oggi. Sarà perché si tratta di una categoria sindacalizzata e non di una associazione di professionisti, sarà per altre ragioni romane, certamente penso che questo non sia bene, penso cioè che nelle modalità di organizzazione e di gestione della figura del segretario, l’autonomia dell’agenzia e anche l’organizzazione della scuola debbano davvero dare piena rappresentanza al sistema delle autonomie, e diciamo così essere un pochino meno sensibili, molto meno sensibili alla ricerca di relazioni, di rapporti con la struttura centrale del governo del paese- Perché o è l’uno o è l’altro, elementi di ambiguità su questo punto non ve ne possono essere, perché se è l’uno, cioè autonoma soltanto in apparenza, figura nazionale, figura obbligatoria, figura addirittura, ho sentito qui, terza rispetto all’ente, insomma, ditemi voi, torniamo a prima, obbligatorio, nazionale, pure terzo, come si gestisce una realtà di questo genere poi in chiave di rispetto della reale autonomia? Seconda valutazione sempre problematica: il governo locale nel momento in cui è stato chiamato ad assumere nuove funzioni, si è assunto nuove responsabilità, nuovi ruoli, è stato chiamato ad usare dei nuovi strumenti di lavoro. Cos’è oggi una moderna organizzazione di un ente? Non troverete mai né nelle cose che ho scritto, né nelle cose che ho detto in questi anni, ormai forse troppi di militanza dentro il movimento delle autonomie, non troverete mai una mia affermazione che omologa la pubblica amministrazione ad un’azienda, però ho sempre aggiunto, quando negavo questa assimilazione mentre in giro tanti dicevano invece che la pubblica amministrazione è come un’azienda, che ciò non di meno una serie di strumenti propri dell’organizzazione aziendale ben si attagliano anche alla pubblica amministrazione e bisogna conoscerli e saperli usare per organizzare in modo moderno la pubblica amministrazione stessa. Il segretario vecchia maniera in comune complesso, anche come il mio, difficilmente avrebbe potuto presiedere all’operazione di budgeting che non fosse quella diciamo tradizionale ad effetto incrementale che abbiamo conosciuto sempre nella pubblica amministrazione. Quando si tratta di mettere mano a un’organizzazione delle risorse umane, ci sono professionalità e conoscenze che ad esempio non si imparano necessariamente all’interno della pubblica amministrazione, ma si possono imparare anche all’interno di un percorso nel privato, e qui mi consento di aprire e chiudere una parentesi: è davvero così sbagliato che noi favoriamo una osmosi, un entra ed esci tra l’esperienza di lavoro privato e un’esperienza di lavoro pubblico? La pubblica amministrazione è un tipo di lavoro specifico ma non separato dagli altri modelli di lavoro, tant’è che io se potessi avere un megafono urlerei al mondo intero che la cosiddetta rivoluzione Brunetta sulla rilegificazione del rapporto di lavoro è una controriforma, non una riforma. Essa sottrae al percorso di lavoro privatistico il pubblico impiego, che è fatto di contratti, certo, è fatto di cultura datoriale del lavoro, il pubblico deve sapere essere un bravo datore di lavoro e deve fare in modo di confrontarsi con il sindacato alla pari, ma non c’è altra strada, perché se ritorniamo alla legge torneremo ai privilegi, torneremo alle leggi e alle leggine tutte costruite per tutelare quella categoria piuttosto che l’altra, torneremo allo snaturamento del rapporto di lavoro che faticosamente dagli anni ‘90 avevamo cercato di costruire nel pubblico secondo logica privatistica, ed è una controriforma che produrrà meno trasparenza e meno efficienza della pubblica amministrazione, sicuramente. Allora è così sbagliato che anche nelle figure dirigenziali ci sia un percorso osmotico per il quale uno può avere una carriera nel privato, poi fare un pezzo di pubblico e poi tornare al privato o al contrario, è così sbagliato? Non renderebbe il paese un po’ più unito anche dal punto di vista delle culture professionali? E tornando a noi, governare oggi in modo moderno una pubblica amministrazione non comporta appunto l’acquisire strumenti di managerialità che tradizionalmente erano fuori dalla cultura tipica della pubblica amministrazione? Secondo me sì. Mi direte giustamente era così prima, oggi stiamo facendo percorsi formativi che ci portano ad acquisire queste co
mpetenze, tant’è che molte amministrazioni locali trovano assolutamente naturale, il mio presidente della lega provinciale qui presente fra questi, unificare le due figure di segretario e di direttore. Probabilmente quella esperienza è propedeutica e significativa di una mutazione dei tempi, cioè del fatto che i tempi stanno cambiando, e non stanno cambiando in peggio, stanno cambiando in meglio dal punto di vista delle figure professionali interne all’ente, fermo restando ovviamente che il segretario generale viene scelto dal sindaco per la durata del suo mandato. E qui vengo sul secondo punto sulla terzietà. Che vuol dire? Spieghiamoci. Non ci devono essere equivoci. Nell’organizzazione interna dell’amministrazione ciò che è centrale è il programma, il programma prima è elettorale depositato da parte del sindaco al momento della candidatura, poi diventa indirizzi di governo del consiglio comunale nel momento in cui il consiglio comunale approva gli indirizzi di governo dopo il risultato e elettorale. Quello è il primo vero atto di indirizzo del consiglio comunale o del consiglio provinciale, quello è l’elemento centrale. La struttura organizzativa, senza diciamo pensare di dover fare stragi, perché non serve, si modella in funzione della realizzazione di quel programma, tutti concorrono per le loro professionalità e competenze a fare in modo che l’attuazione di quel programma segua i principi della legalità, della trasparenza e principi generali dell’economicità, dell’efficacia, tutti, ma per fare quello, cioè per attuare il programma che è il pezzo centrale cui si ispira l’organizzazione dell’ente, non era così in passato, in passato non era così. In passato c’era una pubblica amministrazione con le sue logiche organizzative e c’era una politica che addirittura faceva i programmi dopo che erano stati eletti i consiglieri, prima venivano eletti poi facevano i programmi. Io credo che questo punto vada chiarito fino in fondo, nel senso che sono d’accordo con Walter che il problema non è di fedeltà ma di lealtà, ma non c’è dubbio che la struttura organizzativa non può essere terza rispetto alla finalità del raggiungimento degli obbiettivi programmatici decisi, e quindi sono semmai altre le figure che possono in qualche modo farsi carico del cosiddetto interesse generale. La struttura è parziale, è portatrice di interesse generale nel momento in cui dice che un atto è illegale e non si può fare, ma questo prescinde, è come dire non rubare, va da sé che uno non deve rubare, però le funzioni della struttura sono quelle che ho detto, o siamo in grado di interpretarle, oppure veniamo meno a uno degli aspetti io ritengo centrali di una cultura dell’organizzazione della pubblica amministrazione. L’altro aspetto secondo me rilevante è quello di evitare nel modo più assoluto di ritrincerare la figura del segretario comunale con la logica della terzietà, insisto su questo perché l’ho sentito dire in commissione da quelli che appunto guardano al passato, dentro la questione della legittimità. Io ritengo un passo avanti il fatto che con i responsabili del procedimento sia sempre individuabile chi è depositario del fatto che un atto sia legittimo, che sia un atto che ottimizza le risorse in chiave di efficienza e sia tempestivo in chiave di efficacia e la struttura nel suo complesso coadiuva il responsabile del procedimento perché questo accada, si chiami segretario o direttore, si chiami segretario solo, o siano due figure, direttore e segretario, tutti sono in funzione di questo, cioè che i responsabili del procedimento interpretino fino in fondo la complessità degli atti, li portino a termine e si misurino i risultati sulla base del fatto che ciò che si è detto di fare poi si faccia. Io ritengo importante questo concetto. A me non piaceva e non piace assolutamente pensare che possa tornare l’idea per la quale io chiedo a un responsabile del procedimento di essere responsabile solo del suo frammento tecnico, perché non è questo che mi serve all’interno della pubblica amministrazione e se un architetto è prevalentemente un architetto, ovviamente deve avere i rudimenti o comunque deve essere assistito affinché anche il procedimento amministrativo sia corretto, è così che cresce la struttura nella sua cultura del governare. In questa idea di crescita collegiale della struttura, non in modo verticistico per il quale c’è uno che comanda e gli altri obbediscono, ma una struttura che cresce in modo orizzontale, ci sta una delle mie esperienze più belle. Voi dovete scusarmi da questo punto di vista se io non intenda abbandonare ciò che ho anche scritto in un libro che si intitola il Futuro è di chi cambia, per accedere ad un altro meccanismo, che non è quello che mi proponete voi, ma che è latente nel dibattito in parlamento. Io credo alla capacità di una struttura organizzativa di crescere in senso orizzontale, e cioè nella dialettica delle professionalità, e per questo non mi sono trovato a disagio a trovare uno dei migliori segretari comunali d’Italia a fianco ad uno dei migliori direttori generali d’Italia nel mio stesso comune, perché facevo tesoro del fatto che si confrontavano e ognuno portava il suo bagaglio ed erano anche bagagli differenti quelli che portavano. Ora non dico che questo sia… può darsi che sia un’esperienza fatta, vissuta, finita, però io dico che ha funzionato, ecco, quello che vi voglio dire è che la dialettica della professionalità all’interno dell’ente è una cosa straordinaria se uno riesce a gestirle, la dialettica fra le diverse competenze è ciò che di meglio può produrre la pubblica amministrazione se riesce a farle lavorare. Quando scrissi lo statuto e per la prima volta in un comune si lesse la “parola direttore” generale, perché a Bologna avevano fatto il direttore operativo non il direttore generale, io scrissi “direttore generale”, alle competenze del direttore generale attribuimmo una funziona di alto coordinamento, perché appunto non credevo e non credo che le moderne organizzazioni funzionino in termini verticistici, o verticali, ma funzionano in termini di collaborazione e di alto coordinamento, le figure chiave sono quelle che riescono a far lavorare insieme, non quelle che comandano. Ecco, credo che da questo punto di vista tenere fermi questi aspetti aiuti ad arrivare alla fine a un percorso che trovi una sintesi nella nuova carta delle autonomie.
Concludo con due passaggi, uno sui controlli, ma già più o meno l’avete capito come la penso e conclusione proprio sull’aggressione che c’è nei confronti delle autonomie. La questione dei controlli, per me è dirimente perché è il tallone d’Achille della riforma degli anni ‘90, non perché nell’impostazione teorica non fosse corretta, nuclei di valutazione, controllo di gestione, cioè una struttura di controlli interni che serva a far crescere la struttura. Il cruscotto, chi l’ha detto prima l’ha sottolineato quasi in termini negativi, ma quando è stato progettata l’idea del cruscotto è stato fatto in termini assolutamente positivi, nel senso di uno strumento che ti dà la possibilità di capire a che punto sei, di correggerti, di migliorare, l’idea era secondo me e continua ad essere un’idea moderna, di un’amministrazione responsabile, un’amministrazione che si fa una propria cultura nell’esercizio delle proprie funzioni, il sistema di controllo che concorre alla crescita dell’ente. Qui si stanno facendo e secondo me si sono anche fatte, delle castronerie in termini politici. Quando faccio questa affermazione c’è una vocina dentro di me che dice sempre, guarda che non
ci salverà mai niente dalla cattiva politica. Questo tema della politica cattiva torna tute le volte che si parla di innovazione e c’è sempre qualcuno che fa l’elenco delle cose che dovrebbero consigliarci alla resa. Noi possiamo fare tutte le leggi, tutti i sistemi che vogliamo ma se la cultura politica del nostro paese è bassa, e la cultura politica che noi, e ne portiamo la responsabilità, esprimiamo a livello centrale ed anche a livello locale è bassa; se la selezione delle classi dirigenti, come ha detto Prodi in una lezione ieri all’università in Inghilterra, è il vero tallone d’Achille di questo paese, voi potete fare tutte le leggi che volete, potete scrivere codici interi… va così. Se la politica non viene selezionata per qualità, ma viene selezionata con altri meccanismi, non ci salva niente e nessuno, dalla cattiva politica non ci salva niente e nessuno. Sono state fatte delle cose incredibili, i nuclei di valutazione nominati per amicizie, i revisori dei conti. Vediamo se riusciamo a cambiare qualche cosa, nel disegno di legge Brunetta sul pubblico impiego siamo riusciti a inserire questa figura di agenzia, autorità che dovrebbe supportare la pubblica amministrazione nel lavoro di ottimizzazione dei sistemi di controllo, verificare che ci siano, fare benchmarking per capire quelli che funzionano meglio e quelli che non funzionano, portare esperienze da altri paesi per fare iniezioni di professionalità, pubblicizzare i risultati, sono temi importanti, vedremo. Certo dire, come fa l’Ancrel, ad esempio che un elenco dei revisori della conti con tanto di curricula debba essere depositato presso la sezione regionale della Corte dei Conti, non è sbagliato, come minimo metterebbe un po’ di trasparenza, attingere ad un elenco depositato presso la sezione regionale della Corte dei Conti per la nomina dei revisori dei conti, lo dicono loro, lo dice l’associazione dei revisori dei conti degli enti locali, trovo che sia un’idea fattibile. Lo stesso argomento potrebbe essere usato, tornando mezzo passo indietro, per evitare la degenerazione che c’è stata anche nella nomina dei direttori generali degli enti locali fra i trombati di turno, questo non va assolutamente bene, potrebbe esserci presso quell’autorità nazionale citata prima un posto dove si deposita un elenco, in modo tale che si sappia che c’è un elemento di trasparenza. Sono contro la moltiplicazione degli albi, sia chiaro, però un elemento che in qualche modo sia riconoscibile, per il quale so chi è quello lì, che cosa ha fatto, lo trovo indispensabile. Ma anche tagliarli i revisori dei conti è stato un errore, quando hanno detto ne facciamo uno solo nei comuni piccoli, sono andati incontro ad una richiesta, anche questa mi pare dell’associazione piccoli comuni dell’ANCI. E’ un errore, perché sul problema dei controlli la bussola non può essere il costo. Anche nelle esperienze più degeneri e cioè che un revisore viene nominato dal partito x e l’altro dal partito y, almeno ne avremmo due, si confronteranno, si daranno i calci negli stinchi, si pesteranno i piedi, ma almeno evitiamo il totale asservimento al sindaco o al presidente. Ho introdotto questo aspetto perché per me è importante sottolineare che sul tema dei controlli la logica non può essere quella del come risparmiamo i soldi, ma come facciamo a far funzionare le cose per avere veri controlli. Questa ansia che bisogna dare segnali che si combattono gli sprechi ha portato a considerare anche il segretario comunale uno spreco. Ho detto nel mio intervento alla Camera che secondo l’impostazione del governo dovevamo avere un segretario comunale Flash Gordon, perché per mettere insieme 15.000 abitanti nelle valli piemontesi piuttosto che tra i comuni della Calabria e garantire una presenza, un servizio ci vuole Flash Gordon, solo uno così può fare il segretario comunale. Non esiste, si fanno le cose senza sapere di cosa si parla, anche noi l’abbiamo fatto, anche noi centro sinistra, con questa smania di dire bisogna risparmiare, su cose che invece andrebbero misurate per i risultati che portano, andrebbero misurate per la qualità che esprimono e non certo su quanto costano. Questa ansia demagogica porta a promuovere l’idea, disegno di legge Brunetta, di affrontare il problema dei controlli con un intervento potenziale a gamba tesa della corte dei conti sul procedimento amministrativo che potrebbe portare addirittura a sterilizzare le risorse, ad interrompere il procedimento. Ironicamente si diceva che un tempo esistesse nei ministeri l’ufficio complicazioni affari semplici, ecco, siamo in un caso emblematico di ufficio complicazioni affari semplici, perché in una procedura complessa ci può essere un ostacolo, e se la Corte del Conti mi interviene in quell’ostacolo, mi blocca i soldi, me li fa mettere da parte e ne parliamo quando loro hanno deciso, siamo a posto. Io credo che comunque nel quadro della riflessione noi dobbiamo tenere ben presente questa questione dei controlli, perché è il punto sul quale si è poi innescato il meccanismo, la pubblica amministrazione locale è considerata, lo diceva Carlo, debole a priori. Io non credo che sia così debole, io credo che purtroppo si siano create nel nostro paese delle differenze notevoli fra realtà e realtà, questo sì, questo è un altro grande, enorme problema, si è creata una specie di secessione di fatto su tutti gli aspetti della vita pubblica e sociale, e anche sul funzionamento della pubblica amministrazione, sugli strumenti di governo si è creata una situazione di questo genere. Questo sarà il vero problema del federalismo fiscale. Cosa facciamo gli mettiamo il bollino su questa secessione di fatto, o usiamo il federalismo per vedere se può essere l’ultima carta che possiamo giocare per farla davvero l’unità d’Italia? Io da federalista convinto sono del parere che dobbiamo giocare la carta del federalismo fiscale per provare a farla davvero l’unità d’Italia, perché dopo che su questa sfida è fallito il risorgimento, è fallito anche lo stato centralista repubblicano, chi non si arrende deve poter provare questa strada per fare davvero l’unità d’Italia, ma se qualcuno lo interpreta nella chiave di mettiamo il bollino alle differenze, allora questo paese è finito. Quindi bisognerà guardare con grande attenzione a come verrà declinato il tema del federalismo e del federalismo fiscale in particolare, ma io ritengo che non è corretto un giudizio sommario sugli enti locali e sulla pubblica amministrazione locale quale quello che viene avanti con superficialità e sufficienza da parte degli organi centrali della nostra repubblica. Mi verrebbe da dire, e qual è la rendicontazione trasparente che fanno i ministeri? Visto che sono sempre lì a chiedere a voi in comune di fare le rendicontazioni, qual è la rendicontazione corretta che può fare un ministero trasparente se non quella, ho 100, ho speso 90? Quella è l’unica rendicontazione che fanno, poi se l’hanno spesa per fare stupidaggini e sprecato i soldi, non importa, 100, 90. Per voi, per tutti voi non è possibile quel tipo di rendicontazione, perché la potete fare contabile allo stato, perché è quella che hanno in testa e perché siamo in un regime di dittatura dei ragioneria generale dello stato, l’ho detto a Viareggio e lo ripeto, siamo in un regime di dittatura della ragioneria generale dello stato, ma con i cittadini non ve la cavate mica così, ai cittadini non gli potete dire, a quelli che stanno nella piazza, sotto il palazzo del comune, che avevate 100, avete speso 90 e quindi avete risparmiato 10, quelli subito dopo dicono ma cosa ci hai fatto con questi 90, dove sono? La rendicontazione che fate voi tutti
i giorni è ben più trasparente rispetto a quella che fanno i ministeri e sarebbe una bella sfida chiamarli a rendicontare di come spendono i soldi. Ma detto questo, non è che uno deve fare polemica per forza, io credo che ciò che sta accadendo nei confronti degli enti locali, della pubblica amministrazione locale, è una vera e propria scientifica aggressione politica, politico istituzionale, perché qualcuno pensa che fare il federalismo, cambiare questa repubblica che per quasi 60 anni si è ossificata in una cultura centralista di ferro, nonostante l’articolo 5 della Costituzione, nonostante l’atteggiamento paternalistico nei confronti dei comuni da parte del ministero dell’interno coerente con la nostra struttura tipicamente ministeriale- municipalista di un centralismo antico, bene, cambiare questa realtà qui significa pregiudicare il proprio potere e conseguentemente resiste e contrattacca. Il federalismo non è scrivere una legge, significa rimuovere pezzi di potere, significa mettere in discussione davvero dal punto di vista di una cultura autonomista, poteri che si sono consolidati per decenni e dai quali abbiamo sottratto da poco i segretari comunali, e quei poteri per rimuoverli sarà dura e non faranno niente che non possano effettivamente fare per impedire che questo accada e non c’è niente di più facile in questo clima di antipolitica, che versare cacca sulle amministrazioni locali e sugli amministratori locali, questa è la verità politica di quello che sta accadendo, la lettura secondo me corretta di quello che sta accadendo nel nostro paese, altrimenti non si spiega, non si spiega questa azione convergente della stampa, questa azione convergente di alcune parti della politica, questa azione convergente delle burocrazie ministeriali, se non in questa chiave, bloccare questo processo di riforma, dire che appunto è meglio tornare indietro, fermare l’attuazione del titolo V, fermi tutti, torniamo indietro. Noi ovviamente penso che a questo non dobbiamo prestarci nel modo più assoluto, però anche noi abbiamo le nostre responsabilità, e anche questo è stato toccato dal dibattito, io lo condivido molto, lo diceva Walter Anello prima, il livello di dibattito e di elaborazione che proponiamo sul tema delle autonomie, è assolutamente insufficiente in questa stagione, mi viene quasi da dire che dal momento in cui le associazioni delle autonomie sono entrate negli organi di concertazione con lo stato, le conferenze e così via, abbiamo smesso di fare politica delle autonomie, abbiamo smesso di sollevare le questioni che riguardano un vero movimento delle autonomie, ci siamo chiusi nel palazzo, schiacciati su una visione esclusivamente istituzionale, schiacciati dentro una visione fiscale e istituzionale, quando invece sono i problemi reali che muovono una nuova cultura delle autonomie. Hanno approvato il piano degli investimenti, il Cipe ha approvato il piano degli investimenti, 17 miliardi di euro per le nuove grandi opere, a noi non ci consentono di sbloccare il patto di stabilità per poter spendere i soldi che abbiamo incassato dalle alienazioni patrimoniali. Ecco dobbiamo ripartire dalle cose concrete, dai temi che riguardano la vita delle persone, delle famiglie e delle imprese in questo tempo di crisi profonda. Dobbiamo far sentire che la battaglia per l’autonomia è la battaglia per servire il popolo con rigore, responsabilità e trasparenza. Ognuno di noi deve contribuire a questo obiettivo.
La questione che abbiamo messo all’ordine del giorno di oggi è di primaria importanza e le mie non hanno assolutamente la presunzione di essere delle conclusioni rispetto alle relazioni e al dibattito che ne è seguito; anche l’associazione che presiedo andrà via via affinando una sua posizione sulla materia man mano che si avvicinerà l’appuntamento con il dibattito parlamentare sulla nuova carte delle autonomie locali, e lo farà mandando avanti un confronto che oggi in modo così qualificato abbiamo avviato qui e che per quanto mi riguarda continuerà in Lombardia con un’iniziativa analoga che si terrà il 26 marzo e poi a EuroPA a Rimini il 2 aprile, una serie di appuntamenti che mi vedono anche personalmente coinvolto, e che credo consentiranno all’associazione che presiedo di dire infine una parola chiara su questa questione e di dare il proprio contributo dopo avere fatto un percorso di ascolto, di valutazione delle diverse opinioni presenti sul tappeto. Non aspettatevi da me una risposta netta alle cose che sono state sollevate questa mattina anche in considerazione del ruolo che ricopro nella commissione affari costituzionali della camera, e di primo firmatario alla camera del progetto di legge del Partito Democratico sulla nuova carte delle autonomie- Per tutte queste ragioni e per amore di serietà, l’ascolto per questa fase è la cosa principale che mi interessa.
La storia che abbiamo analizzato questa mattina è di grande attualità ma in vero rimanda ad una storia antica, e la storia è sempre maestra, anche perché pur non riproponendosi identica c’è, esiste si fa sentire e far finta che non ci sia, porta male, porta male sempre. È una storia lunga, è una storia che comincia nel 1928 quando il fascismo, modificando il testo unico del 1915 portò il segretario comunale sotto la dipendenza del ministero degli interni, sostanzialmente chiudendo quella che nei primi decenni del ‘900 era stata una vera e propria primavera municipale, questa è l’origine. Subito dopo la liberazione del nostro paese dal fascismo, la Costituzione e l’avvento della repubblica italiana, il movimento delle autonomie, la lega delle autonomie…
…i sindaci delle principali città riproposero immediatamente la cancellazione di tutti i provvedimenti anti autonomistici del 1928 e purtroppo invece quella auspicata riforma della figura del segretario comunale e del rapporto fra il segretario comunale e il governo della città, tardò molti decenni a materializzarsi e ricordo bene, perché ero già sindaco, che nonostante che fossero passati molti decenni, non fu affatto facile far passare quella riforma. E se quella riforma pur difettosa passò, lo dobbiamo al coraggio anche di segretari come Carlo Paolini che affrontarono assemblee, mi ricordo una a Milano particolarmente vivace, poi a Brescia un’altra, piuttosto tumultuose. Capirete che con queste premesse non è facile portare a sintesi, a conclusione questo dibattito sul ruolo del segretario comunale in rapporto all’amministrazione e al governo delle amministrazioni locali. Quegli anni immediatamente dopo la guerra sono stampati anche nella mente, oltre che negli scritti, di tanti amministratori locali, non solo perché ci fu subito una sorta di epurazione, dalle carriere prefettizie di tutti quelli che vi erano entrati attraverso il comitato di liberazione nazionale, ma ci fu una sorta di omologazione forzata delle amministrazioni comunali che volevano andare verso un ampliamento delle loro funzioni, in particolare in Toscana, in Emilia Romagna, non limitandosi ad un semplice amministrare, ma facendosi carico delle condizioni di vita materiale delle persone, delle famiglie e, anche qui temo la storia si ripeterà, si ritrovarono di fronte a provvedimenti prefettizi spesso sostenuti o in qualche modo suggeriti dai segretari comunali, che portarono allo scioglimento dei consigli comunali e delle giunte. La storia è complicata, bisogna averla tutta chiara, la storia. Per questo non deve sorprendere che nel momento in cui si pose all’inizio degli anni ‘90, con più forza il tema dell’autonomia reale degli enti locali, il tema di una moderna pubblica amministrazione locale e anche di diverse modalità di garanzia della legittimità e trasparenza , la figura del segretario comunale e provinciale entrò in discussione. Non deve sorprendere perché appunto quella figura incrociava questi tre concetti, autonomia, moderna pubblica amministrazione, nuove modalità di controllo che per la verità non avevano dato prova in passato di grande efficacia. Voglio dire che chi rimpiange ad esempio i controlli esterni alla pubblica amministrazione deve in qualche modo ricordarsi che i controlli esterni alla pubblica amministrazione, le sezioni regionali dei comitati di controlli furono in gran parte nel nostro paese luogo di opacità, per non dire di malaffare. Chi rimpiange il parere di legittimità da parte dei segretari, per fortuna sono pochi tra i segretari, anzi, quasi nessuno, ma molti invece fra i portatori di una visione vetero della pubblica amministrazione che siedono in parlamento, non ricorda che l’impatto con il parere di legittimità provocò il panico sostanzialmente tra tanti bravi funzionari e segretari comunali, all’interno delle nostre amministrazioni, il crescere delle pile delle pratiche che aspettavano il parere di legittimità, il famoso braccino del tennista, con una sostanzialmente paralisi nei primi anni ‘90 della capacità di decidere, quando invece la società, il mondo rivendicava gia allora nella tempestività delle scelte un parametro significativo dell’agire pubblico insieme alla legittimità, la trasparenza, l’efficacia, l’economicità, la tempestività. Dico questo con franchezza perché la sfida, apertasi con la riforma, di fare del segretario comunale e provinciale un protagonista della nuova stagione della vita delle autonomie locali, è una sfida importante della quale dobbiamo verificare secondo me tutti assieme i passi avanti che senz’altro si sono fatti, ma è una sfida che è dei tempi recenti, non è una questione che si può considerare acquisita. Per me il ragionamento torna ai tre principi che ho posto. La prima questione è l’autonomia. La mia associazione si chiama Lega Autonomie, abbiamo tolto per ragione di internet lo sviluppo di tutto il nome, sull’autonomia non si scherza e non si media. Sull’autonomia non si scherza e non si media e quando abbiamo abbassato il livello dell’asticella rispetto al tema dell’autonomia, ci siamo portati sempre dei gran problemi in casa. L’ultimo esempio è stata la battaglia sull’ICI, la Lega delle Autonomie è rimasta sola a fare la battaglia contro l’abolizione dell’ICI sulla prima casa già dal governo Prodi, perché vi leggeva una lesione spaventosa di quel poco di autonomia che gli enti locali avevano. Oggi è un riconoscimento generale il fatto che ci siamo tirati la zappa sui piedi, perché l’opportunismo e anche la volontà di non indispettire, diciamo così, le buone relazioni con un governo magari amico, o considerato tale, ha portato molti amministratori a vedere con grande ritardo i pericoli che c’erano dietro a quella manovra. E credo che quella vicenda testimon
ia che appunto quando si parla di autonomia non si può mediare e noi vediamo invece una progressiva tendenza all’invasione di campo da parte del governo, del parlamento rispetto a temi che attengono davvero l’autonomia locale. Fra questi temi che attengono in modo centrale l’autonomia locale, c’è l’autonomia statutaria e l’autonomia dell’organizzazione dell’ente. Questa non può conoscere vincoli se non nei principi generali della legislazione. Voglio essere davvero preciso su questo punto. Noi abbiamo vissuto una stagione statutaria negli anni ‘90, seguita anche da “prime note” con un lavoro egregio, un po’ sofferta, qualche volta statuti fatti con il ciclostile, altri invece statuti che si sono fatti carico dei ruoli nuovi che l’ente si trovava ad assumere. Io penso che il modello organizzativo che l’ente locale si sceglie va scritto nello statuto e va deciso dal consiglio comunale in piena autonomia, in piena autonomia. E credo che da questo punto di vista diciamo così la necessità di omogeneizzare le forme organizzative debba essere presa in considerazione con molta, molta cautela. Che ci sia la figura obbligatoria di un segretario comunale, non dimentichiamo che abbiamo conosciuto anche posizioni da noi mai condivise che portavano alla facoltatività di questa figura, penso sia una scelta giusta, nel senso che non ritengo, laddove c’è un esercizio di amministrazione, che possa mancare una figura di questo genere; potremmo dire che si tratta di un livello essenziale della prestazione amministrativa da far valere su tutto il territorio nazionale. Ma il modello organizzativo complessivo dell’ente deve rispondere a criteri autonomi che rimandano ad una centralità preminente che è quella dello sviluppo del programma della amministrazione e conseguentemente dell’articolazione organizzativa di cui l’amministrazione ritiene di dotarsi per attuarlo. Può darsi che sia vero quello che diceva uno degli ultimi che è intervenuto, può darsi che l’introduzione della figura del direttore generale sia stato il segno di un tempo di passaggio, può darsi, è una riflessione che faremo, che faremo insieme, può darsi nel senso che venendo da quella storia della figura del segretario comunale così ostile ad un processo di rinnovamento che poi invece ha abbracciato, nel momento in cui ci si è posti quegli obbiettivi di autonomia, di nuovi modelli organizzativi della pubblica amministrazione locale e nuovi modelli di rendicontazione e valutazione si sia fatto ricorso ad una figura manageriale che oggi possa essere riassorbita da nuovo segretario, può darsi ma io voglio ancora riflettere rispetto al fatto che questa questione sia completamente risolta. Mi chiedo ad esempio quanto centralismo c’è ancora nella modalità di gestione, di organizzazione dell’agenzia dei segretari e anche nella sua stessa formazione? Quanto cioè questa figura ha effettivamente saltato il fosso da rappresentante dello stato centrale in sede locale, a figura direttamente rispondente alle esigenze autonome dell’ente locale? È una valutazione che va fatta, nel senso che è una misurazione che va compiuta, io non escluderei neanche una sorta di indagine conoscitiva su questo terreno, certamente vedo che c’è una propensione ancora molto forte ai rapporti con i ministeri, il ministero dell’interno ieri, ministero degli affari regionali oggi. Sarà perché si tratta di una categoria sindacalizzata e non di una associazione di professionisti, sarà per altre ragioni romane, certamente penso che questo non sia bene, penso cioè che nelle modalità di organizzazione e di gestione della figura del segretario, l’autonomia dell’agenzia e anche l’organizzazione della scuola debbano davvero dare piena rappresentanza al sistema delle autonomie, e diciamo così essere un pochino meno sensibili, molto meno sensibili alla ricerca di relazioni, di rapporti con la struttura centrale del governo del paese- Perché o è l’uno o è l’altro, elementi di ambiguità su questo punto non ve ne possono essere, perché se è l’uno, cioè autonoma soltanto in apparenza, figura nazionale, figura obbligatoria, figura addirittura, ho sentito qui, terza rispetto all’ente, insomma, ditemi voi, torniamo a prima, obbligatorio, nazionale, pure terzo, come si gestisce una realtà di questo genere poi in chiave di rispetto della reale autonomia? Seconda valutazione sempre problematica: il governo locale nel momento in cui è stato chiamato ad assumere nuove funzioni, si è assunto nuove responsabilità, nuovi ruoli, è stato chiamato ad usare dei nuovi strumenti di lavoro. Cos’è oggi una moderna organizzazione di un ente? Non troverete mai né nelle cose che ho scritto, né nelle cose che ho detto in questi anni, ormai forse troppi di militanza dentro il movimento delle autonomie, non troverete mai una mia affermazione che omologa la pubblica amministrazione ad un’azienda, però ho sempre aggiunto, quando negavo questa assimilazione mentre in giro tanti dicevano invece che la pubblica amministrazione è come un’azienda, che ciò non di meno una serie di strumenti propri dell’organizzazione aziendale ben si attagliano anche alla pubblica amministrazione e bisogna conoscerli e saperli usare per organizzare in modo moderno la pubblica amministrazione stessa. Il segretario vecchia maniera in comune complesso, anche come il mio, difficilmente avrebbe potuto presiedere all’operazione di budgeting che non fosse quella diciamo tradizionale ad effetto incrementale che abbiamo conosciuto sempre nella pubblica amministrazione. Quando si tratta di mettere mano a un’organizzazione delle risorse umane, ci sono professionalità e conoscenze che ad esempio non si imparano necessariamente all’interno della pubblica amministrazione, ma si possono imparare anche all’interno di un percorso nel privato, e qui mi consento di aprire e chiudere una parentesi: è davvero così sbagliato che noi favoriamo una osmosi, un entra ed esci tra l’esperienza di lavoro privato e un’esperienza di lavoro pubblico? La pubblica amministrazione è un tipo di lavoro specifico ma non separato dagli altri modelli di lavoro, tant’è che io se potessi avere un megafono urlerei al mondo intero che la cosiddetta rivoluzione Brunetta sulla rilegificazione del rapporto di lavoro è una controriforma, non una riforma. Essa sottrae al percorso di lavoro privatistico il pubblico impiego, che è fatto di contratti, certo, è fatto di cultura datoriale del lavoro, il pubblico deve sapere essere un bravo datore di lavoro e deve fare in modo di confrontarsi con il sindacato alla pari, ma non c’è altra strada, perché se ritorniamo alla legge torneremo ai privilegi, torneremo alle leggi e alle leggine tutte costruite per tutelare quella categoria piuttosto che l’altra, torneremo allo snaturamento del rapporto di lavoro che faticosamente dagli anni ‘90 avevamo cercato di costruire nel pubblico secondo logica privatistica, ed è una controriforma che produrrà meno trasparenza e meno efficienza della pubblica amministrazione, sicuramente. Allora è così sbagliato che anche nelle figure dirigenziali ci sia un percorso osmotico per il quale uno può avere una carriera nel privato, poi fare un pezzo di pubblico e poi tornare al privato o al contrario, è così sbagliato? Non renderebbe il paese un po’ più unito anche dal punto di vista delle culture professionali? E tornando a noi, governare oggi in modo moderno una pubblica amministrazione non comporta appunto l’acquisire strumenti di managerialità che tradizionalmente erano fuori dalla cultura tipica della pubblica amministrazione? Secondo me sì. Mi direte giustamente era così prima, oggi stiamo facendo percorsi formativi che ci portano ad acquisire queste co
mpetenze, tant’è che molte amministrazioni locali trovano assolutamente naturale, il mio presidente della lega provinciale qui presente fra questi, unificare le due figure di segretario e di direttore. Probabilmente quella esperienza è propedeutica e significativa di una mutazione dei tempi, cioè del fatto che i tempi stanno cambiando, e non stanno cambiando in peggio, stanno cambiando in meglio dal punto di vista delle figure professionali interne all’ente, fermo restando ovviamente che il segretario generale viene scelto dal sindaco per la durata del suo mandato. E qui vengo sul secondo punto sulla terzietà. Che vuol dire? Spieghiamoci. Non ci devono essere equivoci. Nell’organizzazione interna dell’amministrazione ciò che è centrale è il programma, il programma prima è elettorale depositato da parte del sindaco al momento della candidatura, poi diventa indirizzi di governo del consiglio comunale nel momento in cui il consiglio comunale approva gli indirizzi di governo dopo il risultato e elettorale. Quello è il primo vero atto di indirizzo del consiglio comunale o del consiglio provinciale, quello è l’elemento centrale. La struttura organizzativa, senza diciamo pensare di dover fare stragi, perché non serve, si modella in funzione della realizzazione di quel programma, tutti concorrono per le loro professionalità e competenze a fare in modo che l’attuazione di quel programma segua i principi della legalità, della trasparenza e principi generali dell’economicità, dell’efficacia, tutti, ma per fare quello, cioè per attuare il programma che è il pezzo centrale cui si ispira l’organizzazione dell’ente, non era così in passato, in passato non era così. In passato c’era una pubblica amministrazione con le sue logiche organizzative e c’era una politica che addirittura faceva i programmi dopo che erano stati eletti i consiglieri, prima venivano eletti poi facevano i programmi. Io credo che questo punto vada chiarito fino in fondo, nel senso che sono d’accordo con Walter che il problema non è di fedeltà ma di lealtà, ma non c’è dubbio che la struttura organizzativa non può essere terza rispetto alla finalità del raggiungimento degli obbiettivi programmatici decisi, e quindi sono semmai altre le figure che possono in qualche modo farsi carico del cosiddetto interesse generale. La struttura è parziale, è portatrice di interesse generale nel momento in cui dice che un atto è illegale e non si può fare, ma questo prescinde, è come dire non rubare, va da sé che uno non deve rubare, però le funzioni della struttura sono quelle che ho detto, o siamo in grado di interpretarle, oppure veniamo meno a uno degli aspetti io ritengo centrali di una cultura dell’organizzazione della pubblica amministrazione. L’altro aspetto secondo me rilevante è quello di evitare nel modo più assoluto di ritrincerare la figura del segretario comunale con la logica della terzietà, insisto su questo perché l’ho sentito dire in commissione da quelli che appunto guardano al passato, dentro la questione della legittimità. Io ritengo un passo avanti il fatto che con i responsabili del procedimento sia sempre individuabile chi è depositario del fatto che un atto sia legittimo, che sia un atto che ottimizza le risorse in chiave di efficienza e sia tempestivo in chiave di efficacia e la struttura nel suo complesso coadiuva il responsabile del procedimento perché questo accada, si chiami segretario o direttore, si chiami segretario solo, o siano due figure, direttore e segretario, tutti sono in funzione di questo, cioè che i responsabili del procedimento interpretino fino in fondo la complessità degli atti, li portino a termine e si misurino i risultati sulla base del fatto che ciò che si è detto di fare poi si faccia. Io ritengo importante questo concetto. A me non piaceva e non piace assolutamente pensare che possa tornare l’idea per la quale io chiedo a un responsabile del procedimento di essere responsabile solo del suo frammento tecnico, perché non è questo che mi serve all’interno della pubblica amministrazione e se un architetto è prevalentemente un architetto, ovviamente deve avere i rudimenti o comunque deve essere assistito affinché anche il procedimento amministrativo sia corretto, è così che cresce la struttura nella sua cultura del governare. In questa idea di crescita collegiale della struttura, non in modo verticistico per il quale c’è uno che comanda e gli altri obbediscono, ma una struttura che cresce in modo orizzontale, ci sta una delle mie esperienze più belle. Voi dovete scusarmi da questo punto di vista se io non intenda abbandonare ciò che ho anche scritto in un libro che si intitola il Futuro è di chi cambia, per accedere ad un altro meccanismo, che non è quello che mi proponete voi, ma che è latente nel dibattito in parlamento. Io credo alla capacità di una struttura organizzativa di crescere in senso orizzontale, e cioè nella dialettica delle professionalità, e per questo non mi sono trovato a disagio a trovare uno dei migliori segretari comunali d’Italia a fianco ad uno dei migliori direttori generali d’Italia nel mio stesso comune, perché facevo tesoro del fatto che si confrontavano e ognuno portava il suo bagaglio ed erano anche bagagli differenti quelli che portavano. Ora non dico che questo sia… può darsi che sia un’esperienza fatta, vissuta, finita, però io dico che ha funzionato, ecco, quello che vi voglio dire è che la dialettica della professionalità all’interno dell’ente è una cosa straordinaria se uno riesce a gestirle, la dialettica fra le diverse competenze è ciò che di meglio può produrre la pubblica amministrazione se riesce a farle lavorare. Quando scrissi lo statuto e per la prima volta in un comune si lesse la “parola direttore” generale, perché a Bologna avevano fatto il direttore operativo non il direttore generale, io scrissi “direttore generale”, alle competenze del direttore generale attribuimmo una funziona di alto coordinamento, perché appunto non credevo e non credo che le moderne organizzazioni funzionino in termini verticistici, o verticali, ma funzionano in termini di collaborazione e di alto coordinamento, le figure chiave sono quelle che riescono a far lavorare insieme, non quelle che comandano. Ecco, credo che da questo punto di vista tenere fermi questi aspetti aiuti ad arrivare alla fine a un percorso che trovi una sintesi nella nuova carta delle autonomie.
Concludo con due passaggi, uno sui controlli, ma già più o meno l’avete capito come la penso e conclusione proprio sull’aggressione che c’è nei confronti delle autonomie. La questione dei controlli, per me è dirimente perché è il tallone d’Achille della riforma degli anni ‘90, non perché nell’impostazione teorica non fosse corretta, nuclei di valutazione, controllo di gestione, cioè una struttura di controlli interni che serva a far crescere la struttura. Il cruscotto, chi l’ha detto prima l’ha sottolineato quasi in termini negativi, ma quando è stato progettata l’idea del cruscotto è stato fatto in termini assolutamente positivi, nel senso di uno strumento che ti dà la possibilità di capire a che punto sei, di correggerti, di migliorare, l’idea era secondo me e continua ad essere un’idea moderna, di un’amministrazione responsabile, un’amministrazione che si fa una propria cultura nell’esercizio delle proprie funzioni, il sistema di controllo che concorre alla crescita dell’ente. Qui si stanno facendo e secondo me si sono anche fatte, delle castronerie in termini politici. Quando faccio questa affermazione c’è una vocina dentro di me che dice sempre, guarda che non
ci salverà mai niente dalla cattiva politica. Questo tema della politica cattiva torna tute le volte che si parla di innovazione e c’è sempre qualcuno che fa l’elenco delle cose che dovrebbero consigliarci alla resa. Noi possiamo fare tutte le leggi, tutti i sistemi che vogliamo ma se la cultura politica del nostro paese è bassa, e la cultura politica che noi, e ne portiamo la responsabilità, esprimiamo a livello centrale ed anche a livello locale è bassa; se la selezione delle classi dirigenti, come ha detto Prodi in una lezione ieri all’università in Inghilterra, è il vero tallone d’Achille di questo paese, voi potete fare tutte le leggi che volete, potete scrivere codici interi… va così. Se la politica non viene selezionata per qualità, ma viene selezionata con altri meccanismi, non ci salva niente e nessuno, dalla cattiva politica non ci salva niente e nessuno. Sono state fatte delle cose incredibili, i nuclei di valutazione nominati per amicizie, i revisori dei conti. Vediamo se riusciamo a cambiare qualche cosa, nel disegno di legge Brunetta sul pubblico impiego siamo riusciti a inserire questa figura di agenzia, autorità che dovrebbe supportare la pubblica amministrazione nel lavoro di ottimizzazione dei sistemi di controllo, verificare che ci siano, fare benchmarking per capire quelli che funzionano meglio e quelli che non funzionano, portare esperienze da altri paesi per fare iniezioni di professionalità, pubblicizzare i risultati, sono temi importanti, vedremo. Certo dire, come fa l’Ancrel, ad esempio che un elenco dei revisori della conti con tanto di curricula debba essere depositato presso la sezione regionale della Corte dei Conti, non è sbagliato, come minimo metterebbe un po’ di trasparenza, attingere ad un elenco depositato presso la sezione regionale della Corte dei Conti per la nomina dei revisori dei conti, lo dicono loro, lo dice l’associazione dei revisori dei conti degli enti locali, trovo che sia un’idea fattibile. Lo stesso argomento potrebbe essere usato, tornando mezzo passo indietro, per evitare la degenerazione che c’è stata anche nella nomina dei direttori generali degli enti locali fra i trombati di turno, questo non va assolutamente bene, potrebbe esserci presso quell’autorità nazionale citata prima un posto dove si deposita un elenco, in modo tale che si sappia che c’è un elemento di trasparenza. Sono contro la moltiplicazione degli albi, sia chiaro, però un elemento che in qualche modo sia riconoscibile, per il quale so chi è quello lì, che cosa ha fatto, lo trovo indispensabile. Ma anche tagliarli i revisori dei conti è stato un errore, quando hanno detto ne facciamo uno solo nei comuni piccoli, sono andati incontro ad una richiesta, anche questa mi pare dell’associazione piccoli comuni dell’ANCI. E’ un errore, perché sul problema dei controlli la bussola non può essere il costo. Anche nelle esperienze più degeneri e cioè che un revisore viene nominato dal partito x e l’altro dal partito y, almeno ne avremmo due, si confronteranno, si daranno i calci negli stinchi, si pesteranno i piedi, ma almeno evitiamo il totale asservimento al sindaco o al presidente. Ho introdotto questo aspetto perché per me è importante sottolineare che sul tema dei controlli la logica non può essere quella del come risparmiamo i soldi, ma come facciamo a far funzionare le cose per avere veri controlli. Questa ansia che bisogna dare segnali che si combattono gli sprechi ha portato a considerare anche il segretario comunale uno spreco. Ho detto nel mio intervento alla Camera che secondo l’impostazione del governo dovevamo avere un segretario comunale Flash Gordon, perché per mettere insieme 15.000 abitanti nelle valli piemontesi piuttosto che tra i comuni della Calabria e garantire una presenza, un servizio ci vuole Flash Gordon, solo uno così può fare il segretario comunale. Non esiste, si fanno le cose senza sapere di cosa si parla, anche noi l’abbiamo fatto, anche noi centro sinistra, con questa smania di dire bisogna risparmiare, su cose che invece andrebbero misurate per i risultati che portano, andrebbero misurate per la qualità che esprimono e non certo su quanto costano. Questa ansia demagogica porta a promuovere l’idea, disegno di legge Brunetta, di affrontare il problema dei controlli con un intervento potenziale a gamba tesa della corte dei conti sul procedimento amministrativo che potrebbe portare addirittura a sterilizzare le risorse, ad interrompere il procedimento. Ironicamente si diceva che un tempo esistesse nei ministeri l’ufficio complicazioni affari semplici, ecco, siamo in un caso emblematico di ufficio complicazioni affari semplici, perché in una procedura complessa ci può essere un ostacolo, e se la Corte del Conti mi interviene in quell’ostacolo, mi blocca i soldi, me li fa mettere da parte e ne parliamo quando loro hanno deciso, siamo a posto. Io credo che comunque nel quadro della riflessione noi dobbiamo tenere ben presente questa questione dei controlli, perché è il punto sul quale si è poi innescato il meccanismo, la pubblica amministrazione locale è considerata, lo diceva Carlo, debole a priori. Io non credo che sia così debole, io credo che purtroppo si siano create nel nostro paese delle differenze notevoli fra realtà e realtà, questo sì, questo è un altro grande, enorme problema, si è creata una specie di secessione di fatto su tutti gli aspetti della vita pubblica e sociale, e anche sul funzionamento della pubblica amministrazione, sugli strumenti di governo si è creata una situazione di questo genere. Questo sarà il vero problema del federalismo fiscale. Cosa facciamo gli mettiamo il bollino su questa secessione di fatto, o usiamo il federalismo per vedere se può essere l’ultima carta che possiamo giocare per farla davvero l’unità d’Italia? Io da federalista convinto sono del parere che dobbiamo giocare la carta del federalismo fiscale per provare a farla davvero l’unità d’Italia, perché dopo che su questa sfida è fallito il risorgimento, è fallito anche lo stato centralista repubblicano, chi non si arrende deve poter provare questa strada per fare davvero l’unità d’Italia, ma se qualcuno lo interpreta nella chiave di mettiamo il bollino alle differenze, allora questo paese è finito. Quindi bisognerà guardare con grande attenzione a come verrà declinato il tema del federalismo e del federalismo fiscale in particolare, ma io ritengo che non è corretto un giudizio sommario sugli enti locali e sulla pubblica amministrazione locale quale quello che viene avanti con superficialità e sufficienza da parte degli organi centrali della nostra repubblica. Mi verrebbe da dire, e qual è la rendicontazione trasparente che fanno i ministeri? Visto che sono sempre lì a chiedere a voi in comune di fare le rendicontazioni, qual è la rendicontazione corretta che può fare un ministero trasparente se non quella, ho 100, ho speso 90? Quella è l’unica rendicontazione che fanno, poi se l’hanno spesa per fare stupidaggini e sprecato i soldi, non importa, 100, 90. Per voi, per tutti voi non è possibile quel tipo di rendicontazione, perché la potete fare contabile allo stato, perché è quella che hanno in testa e perché siamo in un regime di dittatura dei ragioneria generale dello stato, l’ho detto a Viareggio e lo ripeto, siamo in un regime di dittatura della ragioneria generale dello stato, ma con i cittadini non ve la cavate mica così, ai cittadini non gli potete dire, a quelli che stanno nella piazza, sotto il palazzo del comune, che avevate 100, avete speso 90 e quindi avete risparmiato 10, quelli subito dopo dicono ma cosa ci hai fatto con questi 90, dove sono? La rendicontazione che fate voi tutti
i giorni è ben più trasparente rispetto a quella che fanno i ministeri e sarebbe una bella sfida chiamarli a rendicontare di come spendono i soldi. Ma detto questo, non è che uno deve fare polemica per forza, io credo che ciò che sta accadendo nei confronti degli enti locali, della pubblica amministrazione locale, è una vera e propria scientifica aggressione politica, politico istituzionale, perché qualcuno pensa che fare il federalismo, cambiare questa repubblica che per quasi 60 anni si è ossificata in una cultura centralista di ferro, nonostante l’articolo 5 della Costituzione, nonostante l’atteggiamento paternalistico nei confronti dei comuni da parte del ministero dell’interno coerente con la nostra struttura tipicamente ministeriale- municipalista di un centralismo antico, bene, cambiare questa realtà qui significa pregiudicare il proprio potere e conseguentemente resiste e contrattacca. Il federalismo non è scrivere una legge, significa rimuovere pezzi di potere, significa mettere in discussione davvero dal punto di vista di una cultura autonomista, poteri che si sono consolidati per decenni e dai quali abbiamo sottratto da poco i segretari comunali, e quei poteri per rimuoverli sarà dura e non faranno niente che non possano effettivamente fare per impedire che questo accada e non c’è niente di più facile in questo clima di antipolitica, che versare cacca sulle amministrazioni locali e sugli amministratori locali, questa è la verità politica di quello che sta accadendo, la lettura secondo me corretta di quello che sta accadendo nel nostro paese, altrimenti non si spiega, non si spiega questa azione convergente della stampa, questa azione convergente di alcune parti della politica, questa azione convergente delle burocrazie ministeriali, se non in questa chiave, bloccare questo processo di riforma, dire che appunto è meglio tornare indietro, fermare l’attuazione del titolo V, fermi tutti, torniamo indietro. Noi ovviamente penso che a questo non dobbiamo prestarci nel modo più assoluto, però anche noi abbiamo le nostre responsabilità, e anche questo è stato toccato dal dibattito, io lo condivido molto, lo diceva Walter Anello prima, il livello di dibattito e di elaborazione che proponiamo sul tema delle autonomie, è assolutamente insufficiente in questa stagione, mi viene quasi da dire che dal momento in cui le associazioni delle autonomie sono entrate negli organi di concertazione con lo stato, le conferenze e così via, abbiamo smesso di fare politica delle autonomie, abbiamo smesso di sollevare le questioni che riguardano un vero movimento delle autonomie, ci siamo chiusi nel palazzo, schiacciati su una visione esclusivamente istituzionale, schiacciati dentro una visione fiscale e istituzionale, quando invece sono i problemi reali che muovono una nuova cultura delle autonomie. Hanno approvato il piano degli investimenti, il Cipe ha approvato il piano degli investimenti, 17 miliardi di euro per le nuove grandi opere, a noi non ci consentono di sbloccare il patto di stabilità per poter spendere i soldi che abbiamo incassato dalle alienazioni patrimoniali. Ecco dobbiamo ripartire dalle cose concrete, dai temi che riguardano la vita delle persone, delle famiglie e delle imprese in questo tempo di crisi profonda. Dobbiamo far sentire che la battaglia per l’autonomia è la battaglia per servire il popolo con rigore, responsabilità e trasparenza. Ognuno di noi deve contribuire a questo obiettivo.
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