Buongiorno a tutte e tutti,
benvenuti a questo annuale appuntamento di Viareggio con il sistema delle Autonomie Locali. Fatemi ancora una volta, con un sentimento di profondo affetto e solidarietà, che il tempo non scalfisce, idealmente abbracciare le famiglie direttamente coinvolte, il sindaco di Viareggio, tutti i suoi concittadini, duramente colpiti dal drammatico e assurdo incidente ferroviario che è costato la vita, come è stato ricordato, a 31 persone.
Al sindaco va anche il mio ringraziamento per l’ospitalità offerta, con la consueta disponibilità e attenzione, grazie alla regione Toscana, alla provincia di Lucca per il loro sostegno.
Saluto il ministro Fitto, la presidente della regione Umbria Lorenzetti, tutti voi che siete intervenuti e i relatori che parteciperanno alle tre sessioni di lavoro di questo convegno.
Un saluto particolare lo voglio rivolgere a tutte le amministraci e amministratori comunali che a migliaia hanno assunto per la prima volta o hanno vista rinnovata la loro responsabilità di governo in piccoli e grandi comuni e nelle tante province italiane interessate dal recente voto amministrativo; una vera e propria armata che deve porsi nelle condizioni e deve esserci messa dalle scelte nazionali e delle diverse regioni, di dare un contributo insostituibile alle loro comunità e all’intero paese. Tutti loro si trovano alle prese con mille questioni e difficoltà, prime fra tutte quelle finanziarie, e quelle non meno importanti connesse all’avvio di un’esperienza nuova e rilevante sotto il profilo politico e umano. Eppure a mio avviso, ed è questa la sottolineatura che voglio fare, tutti loro, questi amministratori, si trovano di fronte alla necessità di dover rispondere a una domanda ineludibile e urgente, che consiste nel decidere se voler essere attori principali positivi e propositivi della convulsa fase che stiamo vivendo sotto il profilo economico, sociale e istituzionale, ovvero – come da alcuni anni sembra con sempre maggiore insistenza – finire per essere considerati una parte consistente del problema, una complicazione sulla strada delle scelte strategiche che stanno davanti al paese, con costi da ridurre drasticamente, oppure ed è l’accusa peggiore ovviamente, qualcosa di malato, di moralmente infetto, invariabilmente proteso allo spreco del pubblico denaro, al clientelismo, allo sfascio del territorio e dei suoi beni culturali e naturali.
Non è forse questa l’immagine dei governi locali che si veicola oggi e a piene mani da mesi da parte di alcuni grandi quotidiani, da alcuni programmi televisivi? Ed è vera questa immagine? Ci rappresenta? Ci riconosciamo? Come siamo arrivati fin qui, e cosa sia accaduto nell’ultimo quindicennio sarebbe troppo lungo da dire, lo farò in altra sede, magari al congresso di questa associazione. Ora mi interessa un’altra domanda: a chi serve? A che serve insistere su un giudizio sommario sul sistema delle regioni, delle Autonomie Locali? A cosa risponde, a quale idea di economia, di società, di democrazia? Il punto è qui, e qui si salta.
La crisi, cui dedichiamo questa apertura di sessione del nostro convegno, le riforme della fiscalità locale, il nuovo codice delle Autonomie, il dibattito sulla Pubblica Amministrazione, il dibattito aperto nei grandi partiti nazionali, sono tutti aspetti di un’unica grande fase di cambiamento, cambiamento per certi versi drammatico, che può essere però fruttifero di nuove prospettive, perché la crisi è sempre trasformazione mai crollo, oppure l’ennesima occasione perduta! Ecco perché il federalismo è alla prova dei fatti, perché se non facciamo parlare i fatti e non ci misuriamo con loro, prevalgono immagini stereotipate, le ideologie, gli slogan, gli spot, le caricature, e anche il federalismo da noi propugnato e sostenuto da anni, questa sala ne è sicuramente testimone, rischia di apparire, più che di essere.
Stare dentro questi processi significa capirli, elaborarli, ma soprattutto essere parte attiva. Ecco quello che voglio dire agli amministratori neo eletti e a tutti quanti assieme. Il vostro punto di vista e la vostra partecipazione può essere decisiva, solo se non vi fate marginalizzare, mettere in un angolo, se non vi fate schiacciare da tutti gli altri; vi diranno che non potete pretendere di condizionare scelte che, se va bene, possono essere padroneggiate dalle riunioni del G20, che il vostro punto di vista è limitato, parziale; niente di più falso. Gli amministratori locali sono la concretezza della politica, ma questo non vuol dire che in quei tanti fatti concreti non ci sia un contenuto culturale, politico, sociale, ideale, che concorre ad una visione dell’uomo, della società, dell’economia, un’idea del mondo. Il fatto che gli amministratori locali vedono le persone a livello degli occhi, le imprese che tutti i giorni alzano la saracinesca, il loro territorio palmo a palmo, non impedisce loro di poter concorrere ad elaborare un visione nazionale o globale. Pretendere che venga presa in considerazione, che faccia parte di quella governance di cui spesso a vuoto si va vagheggiando, è ora il principale dei nostri obiettivi. Davanti a questa dimensione della sfida, anche le differenza di appartenenza politica e culturale, pur rilevanti e significative fra gli amministratori locali e che se non le affrontiamo sono destinate ad acuirsi, possono essere congiunte ad un’azione comune. Non si tratta di nascondere le differenze e magari pensare di annegarle in una sorta di tecnicismo, come se gli amministratori locali dovessero essere tutti urbanisti, ragionieri, assistenti sociali. Sono politici, sono classe dirigente! Penso che sia tempo che emergano esplicitamente queste differenze; confrontiamoci fra amministratori di diverso orientamento, scontriamoci se necessario sulle politiche di sicurezza, sul governo del territorio, sull’ energia, sulle politiche sociali e così via. Ma facciamolo sulle politiche concrete! Sfidiamoci a chi fa meglio, diamo luogo ad un dibattito fatto meno di vuote polemiche, facciamo parlare i fatti, ma nello stesso tempo uniamoci, uniamo la voce degli amministratori di centro destra e di centro sinistra, per farci sentire, ed essere protagonisti tutti insieme. E’ così che riconquisteremo il centro della scena, faremo piazza pulita di quella campagna che ci è avversa, riporteremo al centro della scena la concretezza del vissuto dei nostri concittadini ed i nostri territori, con i loro problemi e le loro potenzialità. La settimana prossima si apre il congresso nazionale dell’ANCI, poi seguirà quello dell’UPI, il nostro e infine l’UNCEM, può essere una stagione ricca, decisiva per il mondo delle Autonomie, gli amministratori devono partecipare, farsi coinvolgere, riconoscere l’importanza del momento associativo. A Sergio Chiamparino, che prenderà fra 7 giorni la guida dell’ANCI è questo il messaggio che voglio mandare da qui, da un’associazione distinta dall’ANCI, ma che è sempre stata amica dell’ANCI, assieme agli auguri più sinceri per la sua nomina e il suo lavoro, voglio dirgli: egli guiderà un’associazione molto plurale, ancor di più dopo gli equilibri politici formatisi in seguito all’esito della recente tornata elettorale amministrativa; è giusto che l’unità della sua associazione gli stia prioritariamente a cuore, e lo posso assicurare, sta a cuore a tutti noi. La tentazione però di mettere la sordina alle differenze, di rifugiarsi in una sorta di agenzia dei comuni, deve essere accantonata, questo è il mio punto di vista, il punto di vista di
Legautonomie, la battaglia politico-culturale per affermare un ruolo e il punto di vista delle Autonomie Locali in Italia e in Europa non è superata, finita, anzi i fatti, come vedremo in questi due giorni, reclamano un sussulto di protagonismo politico, e uso la parola “politica” nella pienezza del suo significato, perché il centralismo è tornato, semmai se ne era andato, e può trovare nuovo alimento proprio dalla lettura che si dà della crisi e delle modalità con cui uscirne.
Faccia un passo, il presidente dell’ANCI, con tutta l’autorevolezza che gli riconosciamo: metta insieme le associazioni delle Autonomie con un valore e un progetto comune, di gestione di questa fase delicata, di ridisegno strategico de ruolo delle Autonomie per il paese, noi siamo pronti, ci siamo. Non ci possiamo permettere di agire in questa fase in ordine sparso, prigionieri dell’egoismo associativo, le politiche locali per fronteggiare gli effetti della crisi, le scelte da fare in merito ai decreti attuativi della legge delega di attuazione dell’art. 119 della Costituzione e quelle per me ancora più importanti relative al codice delle autonomie reclamano un disegno comune. E’ uno sforzo che dobbiamo a questi giovani amministratori, questi nuovi amministratori, e in particolare a tutti quelli dei piccoli comuni, che rischiano di essere marginalizzati dal dibattito, lo stesso egemonizzato soltanto dalla presenza sulla scena delle grandi città, altrimenti ci condanniamo ad una posizione di difesa, alla solitudine, cioè ad una condizione in primo luogo dannosa, io ritengo, per il paese.
La mia opinione è che le amministrazioni locali oggi si trovino al centro di un crocevia, in cui si toccano due grandi questioni di portata epocale, quindi non solo nazionali, una serissima e per certi versi drammatica questione sociale e una non meno grave questione democratica. Noi non possiamo chiudere gli occhi su entrambe queste questioni, entrambe sono figlie di una giovane e rozza globalizzazione, che sta squassando vecchi equilibri e vecchie certezze, ed entrambe dai massimi sistemi planetari finiscono per agire localmente, sulla condizione di vita e di lavoro di migliaia di persone e di migliaia di imprese. Dicevamo qualche anno fa: pensare globalmente ed agire localmente. Da lì siamo passati in brevissimo tempo ad una realtà in cui qualcuno comunque agisce globalmente, non si sa bene a nome di chi, e perché; e ciò che rimanda su un piano locale è qualcosa di tanto complesso e profondo che da qui non si riesce nemmeno a pensare.
O vediamo fino in fondo la profondità di queste due questioni o rischiamo di non cogliere il senso del dibattito che sta davanti a noi, sulla crisi e sulle altre questioni che sono all’attenzione di questo convegno. Nella dimensione locale appaiono sempre più netti i segni della povertà, dell’ingiustizia sociale, della difficoltà di fare impresa, della mutazione dello steso tessuto umano; persone che conoscevi hanno subito una trasformazione nel loro atteggiamento nei confronti della città, della cosa pubblica; c’è una vera e propria mutazione del tessuto umano, sempre più segnato dalla paura, dall’egoismo, troppo spesso dalla violenza, e nondimeno si avvertono gli effetti sul senso della democrazia e dei diritti, a partire da quelli dell’infanzia, delle donne, delle libertà civili, del ruolo delle istituzioni.
E’ questo quello che sta succedendo nelle vie delle nostre città, nei piccoli e grandi centri.
Se, e io ne sono convinto, le comunità locali sono state per decenni l’incubatrice del radicamento della democrazia nelle masse popolari e nel contempo il luogo della coesione e della diffusione dell’impresa lo si deve al fatto che sviluppo dell’impresa, democrazia e benessere sociale, non solo si proponevano, ma venivano vissute da tutti come facce interdipendenti della stessa realtà. Oggi questa verità è messa duramente in discussione, anzi mi viene da pensare che si tratti di una fase della storia delle nostre comunità che, nelle modalità come l’abbiamo conosciuta, sia definitivamente chiusa.
La domanda che si apre davanti a noi diventa quindi la seguente: possono le comunità locali essere ancora il luogo in cui si concorre, in modo diffuso, radicale, ad un tentativo di ricomposizione fra queste due grandi questioni, che la globalizzazione tende inevitabilmente a separare: ricchezza e democrazia, sviluppo e giustizia sociale?
Ovviamente voglio rispondere, sì.
Ma come?
La risposta che diamo da qui, da Viareggio, è insita nello schema di questa nostra due giorni; insieme e saldamente unita, la riflessione sulla crisi e sui suoi effetti locali, le risposte possibili da mettere in campo dal punto di vista del sistema delle Autonomie, con la riflessione sulla strumentazione normativa e fiscale per dare alle Autonomie stesse più forza, autorevolezza, nel loro essere soggetto indispensabile della democrazia, dello sviluppo e coesione sociale.
Insomma, parliamo di fatto di alcuni fattori fondamentali, che possono ancora tenere insieme il benessere sociale e lo sviluppo economico, e la fiducia nelle istituzioni e nella democrazia.
La crisi.
In questo anno la consapevolezza di cosa fosse questa crisi non c’è stata fino in fondo nel nostro paese; sarebbe stato necessario chiamare a raccolta tutti i livelli istituzionali, sarebbe stato necessario mettere a punto una strategia comune fra regioni, comuni, province, stato. Non è forse anche questo il senso dell’art. 114 della Costituzione? Non è anche questo forse quel senso di leale collaborazione che è diventato principio costituzionale? Invece regioni, comuni, province, unioni comunali, comunità montane sono state totalmente ignorate dal governo nazionale, dal parlamento, quasi che la crisi riguardasse solo i governi, i vertici nazionali e internazionali e le banche.
E così accade che parliamo di scampato pericolo per le nostre banche, perché non sono fallite, ma non parliamo di quella specie di lavaggio del sangue che sostanzialmente è stato fatto giorno per giorno per pulire le infezioni che hanno procurato con la speculazione selvaggia a danno dei risparmiatori, o ancor di più a danno di quel sistema diffuso di piccole imprese, che sono il nerbo della nostra economia, di quella cresciuta a contatto con i territori, quella che ha innervato il sistema territoriale del nostro paese.
E può accadere che parliamo di fuoriuscita dalla crisi quando ogni sindaco, ogni mattina, o presidente di provincia, di regione ogni giorno ha a che fare con aziende che licenziano centinaia di lavoratori, con artigiani che chiudono, 70.000 – dice la Confesercenti – saranno i negozi che chiuderanno nel 2009. Hai voglia di parlare nei convegni, di rilancio dei centri storici, altra grande forza economica che ha il patrimonio culturale del nostro paese!
Oggi il veleno che sta nella coda della crisi coinvolge un milione di disoccupati e centinaia di migliaia di famiglie che hanno visto precipitare il loro reddito, decine di migliaia di lavoratori con contratti a termine, che se li sono visti cancellare, di migliaia di aziende commerciali e artigianali che sono alla canna del gas, è un veleno che si lascia semplicemente penetrare, si lascia penetrare nel corpo vivo delle città e dei piccoli comuni italiani, secondo un principio piuttosto cinico, dell’ “arrangiatevi”.
Questo è il messaggio che arriva a noi: arrangiatevi.
Qualcuno si preoccupa degli effetti? Possiamo avere l’onore che le condizioni materiali quotidiane delle nostre città nella crisi diventino oggetto di notizie da prima pagina, invece che t
ante altre cose che francamente non se ne può più?
Possiamo chiedere alla politica nazionale di farne oggetto di prioritaria riflessione e di discussione approfondita?
E voglio ringraziare qui, mi sembra il posto giusto per farlo, formalmente le Caritas, e le tante associazioni di volontariato che stanno facendo di propria iniziativa, in collaborazione con i comuni, un lavoro straordinario, lo faccio perché dobbiamo tornare a chiamare le cose con il loro nome: nelle nostre città si è riaffacciata una cosa che si chiama povertà, il 20% dei cittadini italiani è a rischio povertà, non si vede? Esiste l’orgoglio, esiste la dignità delle persone e delle famiglie, e poi, appunto, c’è la Caritas, esistono i comuni e le associazioni di volontariato, esistono cioè energie che non si rassegnano al declino del bene comune, della solidarietà, della coesione sociale delle comunità. Ma se questi contenuti: bene comune, solidarietà, coesione sociale, non tornano ad essere priorità della politica, quanto si crede possano reggere il tessuto del paese e con esso il sentimento democratico?
Non bastano le esperienze nefaste, dove a disoccupazione ed emarginazione è corrisposta la crescita della criminalità, delle economie criminali? O razzisticamente vogliamo dare ragione a chi pensa magari che questi sono fenomeni che riguardano solo i meridionali in quanto meridionali? O non sono il frutto di anni e decenni di profonde questioni sociali aperte e mai chiuse? E’ per questo che voglio rivendicare il valore di quanto in questi anni, nonostante tutto, il sistema delle regioni e delle Autonomie Locali hanno fatto, di loro iniziativa, per fronteggiare la crisi, dimostrando senso di responsabilità, una capacità operativa e un’efficacia davvero positiva. Nella documentazione che avete ricevuto potete apprezzare quanto hanno fatto e stanno facendo comuni e regioni, lo dico con forza: le regioni, circondate da tanto scetticismo, sia dal basso che dall’altro del sistema istituzionale nazionale, sono stati in questa fase di crisi il vero livello di governo capace di reattività e concretezza, capaci di mettere in campo scelte e strategie, molto più del governo nazionale, spesso in sostituzione del governo nazionale. Credo che questa mia affermazione possa essere poi confermata nella tavola rotonda dai rappresentanti dei sindacati, dai rappresentanti delle imprese. Sono le regioni che hanno messo in campo delle vere azioni di una certa organicità per far fronte alla crisi, e sono le regioni che, con l’accordo di utilizzazione di parte significativa del fondo sociale europeo, hanno consentito insieme all’INPS – sempre soldi dei lavoratori sono – di assicurare copertura ad un’enorme domanda di ammortizzatori sociali destinata a non calare per altri mesi ancora, tant’è che ci uniamo alla richiesta di un provvedimento che ne consenta il prolungamento. Se cercavamo la conferma di quanto noi Legautonomie stiamo dicendo da anni, e cioè che regioni, comuni, province, fanno parte di un unico potenziale sistema che guarda al territorio, abbiamo avuto la prova provata, il battesimo del fuoco. Spero che di fronte a questi fatti finalmente si mettano da parte le contrapposizioni fra enti locali e regioni, in modo tale che ci si senta reciprocamente come un sistema unico, spazzando via una contrapposizione che fino adesso ha fatto solo il gioco del neo centralismo statale.
Nella stessa documentazione potrete trovare le azioni messe in campo dai comuni, e anche questo è oneroso, volte alla tutela dei più deboli, al pagamento dei canoni di affitto, delle bollette, all’esenzione del pagamento delle tariffe dei servizi, al sostegno al credito delle imprese artigiane e commerciali, alla creazione di un momento di governo comune dell’acutezza della crisi, con i sindacati, le imprese, le banche.
Si sarebbe potuto fare di più, molto di più, se il governo nazionale ci avesse dato ascolto. A vantaggio di chi è andata, in questa fase di crisi, l’abolizione dell’ICI sulla prima casa? Non è stato forse un utile regalo a fasce di reddito abbienti, proprio mentre i comuni erano chiamati a fronteggiare l’emergenza di una domanda di aiuto dei più poveri, dei meno abbienti? E non avevamo ragione quando denunciavamo il rischio connesso al taglio di 300 milioni di euro al Fondo sociale? Gli effetti della crisi si fanno sentire dal punto di vista sociale, si faranno sentire sicuramente per tutto il 2010; senza dire che non abbiamo idea di che economie territoriali ci lascerà. E questo è il punto.
Allora, quello che non si è fatto finora si può fare adesso: quattro sono le proposte che faccio e che sono molto lieto che il ministro abbia la possibilità di ascoltare in diretta.
1 Un piano nazionale di migliaia di piccole opere, rapidamente cantierabili, volte alla manutenzione delle città, alla sicurezza degli edifici scolastici, agli edifici pubblici in genere, ai piani di risparmio energetico di promozione dell’uso di energie rinnovabili. Una battuta: un collega parlamentare, durante la discussione sulla crisi, ha detto “avremmo bisogno di soldi per pagare un operaio per fare una buca e poi ripagare lo stesso operaio per chiuderla”; ora, non è proprio necessario arrivare a questi estremi, però sicuramente abbiamo bisogno di soldi per dare il lavoro adesso, per far lavorare le nostre imprese artigiane adesso, per creare cantieri utili adesso, perché la crisi è adesso non fra qualche anno.
2 Una conseguente moratoria nell’applicazione del patto di stabilità interno per la spesa in conto capitale per tutto il 2010. E’ la questione delle questioni, quella che girando l’Italia ci sentiamo ripetere da tutti, da amministratori di centro sinistra e di centro destra; e cioè che il patto di stabilità (…non era anche patto per la crescita?) che abbiamo non è adatto per fronteggiare una situazione di emergenza e di crisi come quella che stiamo vivendo, perché la cosa più paradossale che possa accadere è che nel momento in cui c’è bisogno di fare lavoro e occupazione, tu non puoi spendere i soldi che hai in tasca, questa è la cosa più assurda che ti può capitare in un momento come questo.
3 La sospensione di tutte le sanzioni per quegli enti che consapevolmente, pur di far fronte alle loro incombenze, come il pagamento delle ditte fornitrici, la liquidazione degli stati di avanzamento di opere cantierate, hanno scelto di sforare il patto di stabilità interno; in tal senso, c’è un’interpellanza dell’on. Paolo Fontanelli e noi lo sosteniamo, oltre che salutarlo. La dico con un esempio: domenica scorsa ero in un comune della mia provincia, il sindaco mi dice, assieme alla ragioniera: “Cosa ne pensi se sforo il patto di stabilita?”; io ho detto “sei all’inizio, se non lo fai adesso non lo fai più. Ma perché lo dovresti fare?” “Perché ho la fila degli artigiani che rivendicano pagamenti dal comune e io non li posso pagare; credimi, sono poche migliaia di euro e io non li posso pagare”. E allora gli ho detto “sfora, ci batteremo e tra l’altro anche l’ANCI ha preso una posizione analoga, ci batteremo tutti insieme perché le sanzioni in questo anno non vengano applicate.
4 Il raddoppio per un anno delle risorse destinate al fondo sociale, da finalizzare non ad incrementare la spesa corrente dovuta all’apertura di nuovi servizi, quindi no all’aumento di spesa corrente a regime, ma al sostegno all’emergenza, che si cre
erà con l’aumento della disoccupazione, la quale arriverà nel 2010, questi sono le previsioni purtroppo, a superare il 10%. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che il fenomeno che già esiste della fila davanti alla porta del sindaco, o del sindaco che viene fermato per la strada dal cittadino che non riesce a pagare l’affitto, da quello che non riesce a pagare la retta dell’asilo o da quello che non riesce a pagare la bolletta del gas, aumenterà di molto nei prossimi mesi. E quindi il fondo sociale è lo strumento più semplice che, trasferito alle regioni e da esse ai comuni, può intervenire velocemente su questa materia.
Si obietterà in merito alla tenuta dei conti, ed è giusto essere rigorosi, perché quando ripartirà l’economia, e non sappiamo se saremo sdraiati o in ginocchio o in piedi, è del tutto evidente che noi avremo sul groppone delle zavorre legate anche al pregresso, rispetto alla crisi, che sono l’alto indebitamento ed altri fattori di arretratezza e penso alla scuola, alla ricerca.
Però, signor ministro, bisognerà pur cominciare a guardare dentro questi conti!
Il saldo del comparto dei comuni è in attivo di un miliardo nel 2008, il debito dei comuni rappresenta il 2,7% dell’intero debito della pubblica amministrazione, il 2,7%. I comuni concorreranno nel 2009 al risanamento dei conti pubblici per un miliardo 340 milioni, e i prossimi anni, 2010-2011 viene chiesto loro un sacrificio moltiplicato per due e per tre. Cosa devono fare questi comuni? Che cosa gli si vuole chiedere di più? Insomma possiamo dire che fanno seriamente la loro parte o no? Perché se rispondiamo no a questa domanda, allora forse la preoccupazione rispetto alle misure in qualche agevolative di una loro capacità operativa di fronte alla crisi possono essere anche prese in considerazione; ma se rispondiamo sì, che i comuni hanno fatto e hanno in programma di fare il loro dovere rispetto al contenimento della spesa pubblica, che sono un elemento virtuoso rispetto ai saldi della finanza pubblica, bisognerà pur consentire loro di muoversi con una maggiore autonomia e agilità dentro la crisi nella quale stiamo.
Facciamoli i conti, guardiamo fino in fondo come siamo messi, senza dire che, mi pare, consapevole del fatto che l’emergenza non è assolutamente finita la stessa Europa, ci sollecita a non allentare l’intervento volto ad abbattere la tensione sociale, a tenere alto il tema della coesione sociale.
Ecco, queste sono le quattro proposte semplici che noi, da quest’assemblea, facciamo al governo e al Parlamento.
Ma a noi interessa guardare anche oltre l’emergenza, altrimenti non avrei fatto tutto il ragionamento che ho fatto all’inizio: questa crisi ci interroga su quale modello di sviluppo questo Paese deve scegliere, cioè se non vogliamo ricadere negli effetti negativi di un’economia completamente disancorata dalla produzione, completamente disancorata dal lavoro, completamente disancorata da quella manifattura che è tipica del nostro Paese, bisognerà pensare ad un modello di sviluppo diverso; è una riflessione, certo, che non possiamo fare solo noi, nel senso che è una riflessione che va fatta a livelli internazionali, ma noi intanto potremmo anche cominciare a pensarci.
Torniamo a volgere la nostra attenzione ad un modello di sviluppo più ancorato ai territori, recuperando un’attenzione a quei distretti produttivi, a quei sistemi territoriali che via via, negli ultimi anni, si è allentata in nome non si sa bene di che, comunque sicuramente non dell’interesse del Paese. E’ una riflessione che si impone, oggi, se vogliamo ripartire bene. Io credo che qui, in Toscana, nelle Marche, ma in tante altre parti del nostro Paese, tutto sommato reagiscono meglio alla crisi, perché il sistema produttivo ha quella nota innervatura con il territorio, è tutt’uno con la coesione sociale, è tutt’uno con la cultura del territorio, è tutt’uno con una flessibilità gestibile anche dal sistema imprenditoriale, e credo che questo sia un elemento di forza buono per il futuro e non un retaggio del passato. Prodi nei giorni scorsi si poneva un interrogativo che, secondo me, è interessante: il punto è capire se dopo questa crisi saranno vincenti le poche, grandi aziende multinazionali francesi, o le nostre più diffuse e numerose imprese familiari che hanno saputo destreggiarsi all’interno dell’ internazionalizzazione. La nostra strada è questa seconda. Però, se la nostra strada deve essere questa seconda, c’è proprio da sterzare rispetto al modello di sviluppo che abbiamo inseguito negli ultimi anni.
E’ il tema, come dicevo all’inizio, del coinvolgimento di regioni e di enti locali nel disegno di sviluppo di questo paese, e va riproposto con grande urgenza. Voglio dire: il modello di sviluppo non lo fa Tremonti, non lo fa la Ragioneria Generale dello Stato, non lo fa neanche Confindustria; il modello di sviluppo, se è questa la strada che vogliamo seguire, lo facciamo noi, regioni, autonomie, governo nazionale, insieme al mondo dell’impresa, della cultura, della solidarietà sociale.
E’ questo il modello di sviluppo buono per l’Italia e questi devono essere gli attori.
Io credo che dovremmo ragionare su questo punto, perché anche le nuove frontiere di cui si parla giustamente vanno ad incrementare, diciamo così, a dare nuovo valore ai modelli di sviluppo fortemente ancorati al territorio. Parlo della cosiddetta green economy che o diventa modello diffuso, vita vissuta, dalla famiglia all’azienda artigiana all’impresa media e grande dei nostri territori, oppure diventa un altro spot.
E quindi anche il tema dell’energia, del risparmio energetico, della strategia relativa all’approvigionamento energetico, non si può pensare, secondo me, di risolverla con qualche centrale nucleare, e tanto meno si può pensare di fare questo passando sopra la testa di chi ha anche competenza legislativa in questa materia.
Io penso che c’è un disegno da condividere, o lo condividiamo o non lo condividiamo; proviamo a condividerlo, sicuramente non lo si può imporre. C’è a questo proposito un capitolo importante da riaprire, che riguarda l’infrastrutturazione di questo Paese, e anche questo fa parte di un nuovo modello di sviluppo; mi sbaglio se dico che gli investimenti pubblici sono in fortissimo calo? Mi pare di no: nella manovra anticrisi c’è un taglio delle risorse per investimenti del 13%, pari a 2.500 milioni di euro, sono due miliardi e mezzo di euro. Nei comuni fra gennaio e agosto 2008 e gennaio e agosto 2009, sono stati pubblicati 2150 bandi per opere pubbliche in meno, per un valore di circa un miliardo di euro in meno; allora questa questione dell’infrastrutturazione di questo Paese, delle sue politiche relative agli edifici pubblici, alle scuole è una cosa che ci dobbiamo ricordare solo quando cadono sulla testa degli studenti e delle famiglie in occasione dei terremoti, oppure è un punto che fa parte di quel modello di sviluppo coeso, socialmente equilibrato, di cui ho cercato di rilanciare l’interesse? Certo, dobbiamo fare la nostra parte, dobbiamo fare la nostra parte anche noi enti locali; c’è ad esempio tutta la partita delle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, ne discuteremo con grande apertura. Certo, bisognerà anche mettere sul conto il fatto che i comuni non perdano capitale, non perdano valore, non perdano entrate quando parliamo della liberalizzazione di alcuni servizi pubblici locali, ma ci rendiamo conto che questa è una sfida che non possiamo giocare in difesa, c
he non è una sfida che possiamo affrontare chiudendoci, rispetto a servizi maturi di rilevanza imprenditoriale, alla logica del mercato, all’imprenditoria diffusa, per carità! Però, c’è quell’aspetto che va tenuto presente: spesso sono capitali degli enti pubblici, hanno un valore, producono delle entrate, e non possiamo permetterci di mandare avanti progetti che poi si ripercuotono negativamente nella possibilità di intervento e di azione delle amministrazioni locali.
Io credo che in questo disegno di un nuovo modello di sviluppo, lo dicono tutti e lo diciamo anche noi, non per essere ripetitivi a pappagallo, c’è il problema della scuola: c’è il problema degli effetti della riforma Gelmini sulla scuola, perché quel modello di sviluppo che abbiamo delineato comporta una diffusione della qualità. A noi giungono segnali di difficoltà molto serie relativamente a scuole montane, relativamente a scuole di piccoli comuni ma non solo. Noi le vogliamo rappresentare queste difficoltà, vogliamo dirle queste difficoltà, perché comunque l’idea che si vada al risparmio su questo tema significa, in nuce, proprio contraddire quel modello di sviluppo che, molto sommariamente, ho cercato di definire. Ma questo modello di sviluppo ha un senso, ha un futuro?
Sarkozy ha incaricato il proffessor Stiglitz di definire dei nuovi indicatori del benessere delle comunità e dei cittadini; Sarkozy, non un pericoloso sovversivo. Ebbene, da questi indicatori applicati alle province della nostra Italia, ne viene fuori che le province che stanno meglio nel nostro Paese sono proprio quelle che hanno praticato il modello di sviluppo che ho sommariamente delineato: Il modello di sviluppo dell’impresa diffusa, il modello di sviluppo dove assieme all’impresa c’è il servizio sociale, il modello di sviluppo dove insieme al servizio sociale c’è il servizio culturale, c’è la scuola, cioè uno sviluppo equilibrato. Sono quelle le province che stanno meglio, anche se hanno un prodotto interno lordo più basso, anche se hanno un reddito procapite più basso. Io credo che questa sia un’idea di sviluppo, riflettendo sulla crisi, che dobbiamo assumere con grande serietà e portarlo avanti con grande coerenza, perché invece che essere il nostro passato, questo modello è il nostro futuro. E’ il futuro di un paese come l’Italia.
Quale può essere il vero nemico, l’ostacolo da abbattere in questo percorso? Secondo me, il vero nemico da abbattere, quello che ostacola davvero questo percorso, che può farci deflettere dalla costruzione di questo scenario futuro, è il centralismo: è il centralismo statale, quello è il vero totem; si dirà “ma abbiamo fatto dei passi avanti importanti, abbiamo approvato il federalismo fiscale, stiamo lavorando sul codice delle autonomie. Vero, ma troppi sono i casi in cui, in realtà, siamo andati in senso opposto: io credo che se su questioni come la scuola, il piano casa, adesso sull’energia, ma sicuramente qualcuno me ne sfugge, le regioni si sono alzate in piedi e hanno detto “ fermi,c’è una violazione della Costituzione”, non l’hanno fatto per intralciare il lavoro del Governo, non l’hanno fatto per negare al Governo il suo dovere di iniziativa, ma l’hanno fatto perché intanto c’è una violazione della Costituzione, quindi c’è un fatto democratico, e poi perché ritengono giustamente che partite come quelle, scuola, energia, casa, non si possono affrontare a prescindere, con provvedimenti che alla fine diventano come la family card, occupano le pagine dei giornali, ma si risolvono in poco più di niente e ci costringono a discussioni infinite e non ci fanno andare alla sostanza di scelte che siano coerenti con una idea di paese di economia e di società.
Il piano casa è stato emblematico: ci si è messo un mese a far capire al Presidente del Consiglio che non lo poteva fare, perché la Costituzione glielo impediva; le regioni sono dovute andare ad una trattativa, proprio perché il Governo insisteva su questo punto, per dire “va bene, dateci dei parametri che le leggi ce le facciamo da noi”. Però abbiamo discusso per settimane su questa cosa, non era meglio affrontare il tema per il verso giusto? Discutere con le regioni e dire “serve un piano casa, è una misura anticrisi, la vogliamo fare? Con che caratteristiche la vogliamo fare?” E’ così che si lavora, è così che si porta avanti un progetto vero di cambiamento in senso federale di questo Paese.
Ma analogamente in questi ultimi anni l’autonomia finanziaria e fiscale di comuni e province è aumentata o diminuità? Domanda retorica ovviamente. Ecco perché il federalismo alla prova dei fatti, perchè oggi sa molto ancora di cose scritte sulla carta, cose che non hanno un reale riscontro nella vita e nelle scelte quotidiane. E ci manca quella reale coerenza, perché questo Paese ha bisogno più che mai di un sistema federale ed efficiente.
Da questo punto di vista centralismo-federalismo, il passaggio dalla carta delle autonomie locali è molto importante.
So bene che da parte dei nostri amministratori, per anni, si è parlato sempre di federalismo fiscale noi l’abbiamo fatto non meno di altri proprio da qui da Viareggio e quindi quando alla fine è arrivata la legge sul federalismo fiscale tutti quanti abbiamo detto “meno male” e anche oggi noi diciamo “meno male”. Per noi il federalismo fiscale è un processo che ha una marcia sola, la marcia avanti, prudenza, equilibrio, ma marcia avanti, non ha né la folle né la marcia indietro. Si deve andare avanti, bisogna che escano i primi decreti delegati ed anzi che alcune misure vengano anticipate.
Però non vorrei che questa attenzione spostata sul federalismo fiscale facesse diminuire l’attenzione sul tema della carta delle autonomie, perché la cultura federalista, il nuovo autonomismo si gioca sulla carta delle autonomie, si gioca sulla definizione delle funzioni fondamentali da attribuire ai singoli livelli istituzionali, si gioca sul fatto che ci sono aspetti dell’autonomia che non si possono affermare e poi contraddire. Lo dico interpretando credo, il pensiero della stragrande maggioranza degli amministratori locali: l’autonomia organizzativa di un ente è ad esempio un caposaldo dell’autonomia, un po’ come l’ICI insomma: una volta che gli hai dato un colpo, hai lesionato un principio, e quindi pensare di scrivere nella carta delle autonomie i vincoli che in qualche modo devono orientare l’organizzazione di un ente credo che sia la violazione di un principio; imporre limiti, vietare la nomina del direttore generale, riproporre la figura del segretario generale in modo ridondante e invasivo, parlare di corte dei conti un giorno sì e un altro giorno pure. L’autonomia non è una cosa che si può barattare così. E ugualmente, oltre al principio di autonomia, nella Carta delle autonomie locali ovvero nel codice delle autonomie locali (anche la denominazione tradisce un orientamento politico e culturale), si gioca il principio di democrazia: ci torno su questo principio. Lo vogliamo dire, signor ministro, e amici tutti, lo vogliamo dire basta, per favore, al discorso della monetizzazione della democrazia? Per la quale tutte le volte che si dice: taglio delle comunità montane, taglio dei consiglieri comunali, taglio degli assessori, taglio dei consiglieri provinciali, si dice solo perché questo fa comodo ad un certo tipo di comunicazione pubblica prescindendo tota
lmente da un discorso su ciò che serve e ciò che non serve ? Vogliamo arrivare, come c’è scritto nella bozza di Codice delle autonomie, ad una specie di “amministratore delegato” del comune, cioè che nel piccolo comune sparisce la giunta, e ci mettiamo il sindaco che fa sostanzialmente l’amministratore delegato? Arriviamo a proporre tagli drastici di consiglieri comunali e provinciali: ma volgiamo prima discutere di che idea giusta di democrazia, e di rappresentanza democratica abbiamo bisogno? Abbiamo abolito le circoscrizioni, non si sa perché; avranno anche avuto delle degenerazioni, ma sono state la palestra dalla quale tanti amministratori sono cresciuti e poi sono diventati sindaci e amministratori bravi. Si dice perché fa comodo dirlo, perché corrisponde ad un’idea centralista, corrisponde ad un’idea ostile al sistema delle autonomie locali, ostile! E noi la dobbiamo combattere questa semplificazione, perché a me quando parlano dei costi della politica e mi portano l’esempio dei consiglieri comunali, gliela farei vedere l’indennità di un consigliere comunale, di un comune di 7.000 abitanti, quant’è all’anno. Quindi, parliamo di cose senza senso, però il principio della democrazia ha un senso, e noi l’idea che abbiamo sposato fino in fondo e sosteniamo, l’elezione diretta del sindaco e dei presidenti, la vediamo controbilanciata da assemblee elettive che funzionano, non che vengono annullate, perché altrimenti viene meno il senso dell’elezione diretta del presidente e del sindaco, si snatura il senso della democrazia, si va verso una idea populista, in qualche modo semplificatoria, della complessità democratica, che è un valore, e noi siamo un presidio, ci sentiamo un presidio della democrazia.
Con democrazia e autonomia, parlo sempre del Codice delle autonomie,il terzo punto cardine da guardare con attenzione è l’efficienza del sistema. Qui, si parla noi, si sfida anche la nostra pigrizia mentale. Noi dobbiamo essere d’accordo sul fatto che ci siano delle materie attribuite ai comuni, che vengono gestite obbligatoriamente in modo associato. Dobbiamo essere d’accordo, perché dobbiamo superare gli effetti negativi della frammentazione, dobbiamo essere d’accordo sul fatto che si superano enti, agenzie, consorzi, ma non alla cieca. Vanno annullati in primo luogo quelli che nascondono spesso un prolungamento della sbagliata propensione regionale alla gestione. Dobbiamo essere d’accordo ad eliminarne altri che come superfetazioni si sono diffusi in assenza di una legge di riordino delle funzioni da attribuire ai livelli istituzionali. Non possiamo esser d’accordo, però, di dire semplicisticamente “cancellare le comunità montane”, cosa vuol dire cancellare le comunità montane? A parte il fatto che il governo di centrosinistra ci ha già sbattuto la faccia una volta su questa questione di fronte alla Corte Costituzionale; ma vuol dire non ragionare sulla realtà, cioè su quei comuni fatti di 30, 40, 100 abitanti che stanno sulle valli montane, dove mettere insieme 5000 abitanti ci vuole una fatica inenarrabile. Ecco, lì le comunità montane esistono, e funzionano, danno dei servizi, producono un progetto, un pensiero di governo rispetto a quei territori. Non sono semplici unioni cui si delega la gestione di qualche servizio, sono l’unico luogo che in quelle realtà pensano in termini di programmazione, di promozione e orientamento dello sviluppo, di energia e governo del territorio. Il problema è che non si conosce la realtà!
Ecco, io credo che la semplificazione del sistema sia una necessità, ma l’astrazione, l’astrattezza con la quale viene affrontata la semplificazione, può essere un rischio. E anche qui c’è un ruolo delle regioni da riconoscere, perché è a livello regionale che possiamo meglio discutere e regolare questi processi.
Ho concluso, l’ho fatta proprio lunga, ma comunque la sostanza del mio ragionamento che ho detto all’inizio lo ribadisco adesso alla fine: noi vogliamo essere una classe dirigente di questo Paese, esserlo a pieno titolo, vogliamo quindi che venga superata questa propensione ripetuta a misure che ci vengono imposte in qualche modo e che passano sopra la nostra testa. Non lo diciamo per un orgoglio istituzionale, lo diciamo perché secondo noi è sbagliato per il Paese seguire quella strada; e ancora: ci sentiamo presidio democratico fondamentale in un momento di grande trasformazione e ci sentiamo soggetti destinatari di un progetto di sviluppo diverso da quello che ci ha portato alla crisi; e infine: ci sentiamo il vero baluardo della coesione sociale, della solidarietà attiva, strumento di giustizia sociale.
Se noi interpretiamo così il nostro ruolo e lo facciamo qui, all’ANCI, all’UPI, all’UNCEM, io credo che alla fine la nostra voce si farà sentire e credo che questo sia interesse degli italiani.
benvenuti a questo annuale appuntamento di Viareggio con il sistema delle Autonomie Locali. Fatemi ancora una volta, con un sentimento di profondo affetto e solidarietà, che il tempo non scalfisce, idealmente abbracciare le famiglie direttamente coinvolte, il sindaco di Viareggio, tutti i suoi concittadini, duramente colpiti dal drammatico e assurdo incidente ferroviario che è costato la vita, come è stato ricordato, a 31 persone.
Al sindaco va anche il mio ringraziamento per l’ospitalità offerta, con la consueta disponibilità e attenzione, grazie alla regione Toscana, alla provincia di Lucca per il loro sostegno.
Saluto il ministro Fitto, la presidente della regione Umbria Lorenzetti, tutti voi che siete intervenuti e i relatori che parteciperanno alle tre sessioni di lavoro di questo convegno.
Un saluto particolare lo voglio rivolgere a tutte le amministraci e amministratori comunali che a migliaia hanno assunto per la prima volta o hanno vista rinnovata la loro responsabilità di governo in piccoli e grandi comuni e nelle tante province italiane interessate dal recente voto amministrativo; una vera e propria armata che deve porsi nelle condizioni e deve esserci messa dalle scelte nazionali e delle diverse regioni, di dare un contributo insostituibile alle loro comunità e all’intero paese. Tutti loro si trovano alle prese con mille questioni e difficoltà, prime fra tutte quelle finanziarie, e quelle non meno importanti connesse all’avvio di un’esperienza nuova e rilevante sotto il profilo politico e umano. Eppure a mio avviso, ed è questa la sottolineatura che voglio fare, tutti loro, questi amministratori, si trovano di fronte alla necessità di dover rispondere a una domanda ineludibile e urgente, che consiste nel decidere se voler essere attori principali positivi e propositivi della convulsa fase che stiamo vivendo sotto il profilo economico, sociale e istituzionale, ovvero – come da alcuni anni sembra con sempre maggiore insistenza – finire per essere considerati una parte consistente del problema, una complicazione sulla strada delle scelte strategiche che stanno davanti al paese, con costi da ridurre drasticamente, oppure ed è l’accusa peggiore ovviamente, qualcosa di malato, di moralmente infetto, invariabilmente proteso allo spreco del pubblico denaro, al clientelismo, allo sfascio del territorio e dei suoi beni culturali e naturali.
Non è forse questa l’immagine dei governi locali che si veicola oggi e a piene mani da mesi da parte di alcuni grandi quotidiani, da alcuni programmi televisivi? Ed è vera questa immagine? Ci rappresenta? Ci riconosciamo? Come siamo arrivati fin qui, e cosa sia accaduto nell’ultimo quindicennio sarebbe troppo lungo da dire, lo farò in altra sede, magari al congresso di questa associazione. Ora mi interessa un’altra domanda: a chi serve? A che serve insistere su un giudizio sommario sul sistema delle regioni, delle Autonomie Locali? A cosa risponde, a quale idea di economia, di società, di democrazia? Il punto è qui, e qui si salta.
La crisi, cui dedichiamo questa apertura di sessione del nostro convegno, le riforme della fiscalità locale, il nuovo codice delle Autonomie, il dibattito sulla Pubblica Amministrazione, il dibattito aperto nei grandi partiti nazionali, sono tutti aspetti di un’unica grande fase di cambiamento, cambiamento per certi versi drammatico, che può essere però fruttifero di nuove prospettive, perché la crisi è sempre trasformazione mai crollo, oppure l’ennesima occasione perduta! Ecco perché il federalismo è alla prova dei fatti, perché se non facciamo parlare i fatti e non ci misuriamo con loro, prevalgono immagini stereotipate, le ideologie, gli slogan, gli spot, le caricature, e anche il federalismo da noi propugnato e sostenuto da anni, questa sala ne è sicuramente testimone, rischia di apparire, più che di essere.
Stare dentro questi processi significa capirli, elaborarli, ma soprattutto essere parte attiva. Ecco quello che voglio dire agli amministratori neo eletti e a tutti quanti assieme. Il vostro punto di vista e la vostra partecipazione può essere decisiva, solo se non vi fate marginalizzare, mettere in un angolo, se non vi fate schiacciare da tutti gli altri; vi diranno che non potete pretendere di condizionare scelte che, se va bene, possono essere padroneggiate dalle riunioni del G20, che il vostro punto di vista è limitato, parziale; niente di più falso. Gli amministratori locali sono la concretezza della politica, ma questo non vuol dire che in quei tanti fatti concreti non ci sia un contenuto culturale, politico, sociale, ideale, che concorre ad una visione dell’uomo, della società, dell’economia, un’idea del mondo. Il fatto che gli amministratori locali vedono le persone a livello degli occhi, le imprese che tutti i giorni alzano la saracinesca, il loro territorio palmo a palmo, non impedisce loro di poter concorrere ad elaborare un visione nazionale o globale. Pretendere che venga presa in considerazione, che faccia parte di quella governance di cui spesso a vuoto si va vagheggiando, è ora il principale dei nostri obiettivi. Davanti a questa dimensione della sfida, anche le differenza di appartenenza politica e culturale, pur rilevanti e significative fra gli amministratori locali e che se non le affrontiamo sono destinate ad acuirsi, possono essere congiunte ad un’azione comune. Non si tratta di nascondere le differenze e magari pensare di annegarle in una sorta di tecnicismo, come se gli amministratori locali dovessero essere tutti urbanisti, ragionieri, assistenti sociali. Sono politici, sono classe dirigente! Penso che sia tempo che emergano esplicitamente queste differenze; confrontiamoci fra amministratori di diverso orientamento, scontriamoci se necessario sulle politiche di sicurezza, sul governo del territorio, sull’ energia, sulle politiche sociali e così via. Ma facciamolo sulle politiche concrete! Sfidiamoci a chi fa meglio, diamo luogo ad un dibattito fatto meno di vuote polemiche, facciamo parlare i fatti, ma nello stesso tempo uniamoci, uniamo la voce degli amministratori di centro destra e di centro sinistra, per farci sentire, ed essere protagonisti tutti insieme. E’ così che riconquisteremo il centro della scena, faremo piazza pulita di quella campagna che ci è avversa, riporteremo al centro della scena la concretezza del vissuto dei nostri concittadini ed i nostri territori, con i loro problemi e le loro potenzialità. La settimana prossima si apre il congresso nazionale dell’ANCI, poi seguirà quello dell’UPI, il nostro e infine l’UNCEM, può essere una stagione ricca, decisiva per il mondo delle Autonomie, gli amministratori devono partecipare, farsi coinvolgere, riconoscere l’importanza del momento associativo. A Sergio Chiamparino, che prenderà fra 7 giorni la guida dell’ANCI è questo il messaggio che voglio mandare da qui, da un’associazione distinta dall’ANCI, ma che è sempre stata amica dell’ANCI, assieme agli auguri più sinceri per la sua nomina e il suo lavoro, voglio dirgli: egli guiderà un’associazione molto plurale, ancor di più dopo gli equilibri politici formatisi in seguito all’esito della recente tornata elettorale amministrativa; è giusto che l’unità della sua associazione gli stia prioritariamente a cuore, e lo posso assicurare, sta a cuore a tutti noi. La tentazione però di mettere la sordina alle differenze, di rifugiarsi in una sorta di agenzia dei comuni, deve essere accantonata, questo è il mio punto di vista, il punto di vista di
Legautonomie, la battaglia politico-culturale per affermare un ruolo e il punto di vista delle Autonomie Locali in Italia e in Europa non è superata, finita, anzi i fatti, come vedremo in questi due giorni, reclamano un sussulto di protagonismo politico, e uso la parola “politica” nella pienezza del suo significato, perché il centralismo è tornato, semmai se ne era andato, e può trovare nuovo alimento proprio dalla lettura che si dà della crisi e delle modalità con cui uscirne.
Faccia un passo, il presidente dell’ANCI, con tutta l’autorevolezza che gli riconosciamo: metta insieme le associazioni delle Autonomie con un valore e un progetto comune, di gestione di questa fase delicata, di ridisegno strategico de ruolo delle Autonomie per il paese, noi siamo pronti, ci siamo. Non ci possiamo permettere di agire in questa fase in ordine sparso, prigionieri dell’egoismo associativo, le politiche locali per fronteggiare gli effetti della crisi, le scelte da fare in merito ai decreti attuativi della legge delega di attuazione dell’art. 119 della Costituzione e quelle per me ancora più importanti relative al codice delle autonomie reclamano un disegno comune. E’ uno sforzo che dobbiamo a questi giovani amministratori, questi nuovi amministratori, e in particolare a tutti quelli dei piccoli comuni, che rischiano di essere marginalizzati dal dibattito, lo stesso egemonizzato soltanto dalla presenza sulla scena delle grandi città, altrimenti ci condanniamo ad una posizione di difesa, alla solitudine, cioè ad una condizione in primo luogo dannosa, io ritengo, per il paese.
La mia opinione è che le amministrazioni locali oggi si trovino al centro di un crocevia, in cui si toccano due grandi questioni di portata epocale, quindi non solo nazionali, una serissima e per certi versi drammatica questione sociale e una non meno grave questione democratica. Noi non possiamo chiudere gli occhi su entrambe queste questioni, entrambe sono figlie di una giovane e rozza globalizzazione, che sta squassando vecchi equilibri e vecchie certezze, ed entrambe dai massimi sistemi planetari finiscono per agire localmente, sulla condizione di vita e di lavoro di migliaia di persone e di migliaia di imprese. Dicevamo qualche anno fa: pensare globalmente ed agire localmente. Da lì siamo passati in brevissimo tempo ad una realtà in cui qualcuno comunque agisce globalmente, non si sa bene a nome di chi, e perché; e ciò che rimanda su un piano locale è qualcosa di tanto complesso e profondo che da qui non si riesce nemmeno a pensare.
O vediamo fino in fondo la profondità di queste due questioni o rischiamo di non cogliere il senso del dibattito che sta davanti a noi, sulla crisi e sulle altre questioni che sono all’attenzione di questo convegno. Nella dimensione locale appaiono sempre più netti i segni della povertà, dell’ingiustizia sociale, della difficoltà di fare impresa, della mutazione dello steso tessuto umano; persone che conoscevi hanno subito una trasformazione nel loro atteggiamento nei confronti della città, della cosa pubblica; c’è una vera e propria mutazione del tessuto umano, sempre più segnato dalla paura, dall’egoismo, troppo spesso dalla violenza, e nondimeno si avvertono gli effetti sul senso della democrazia e dei diritti, a partire da quelli dell’infanzia, delle donne, delle libertà civili, del ruolo delle istituzioni.
E’ questo quello che sta succedendo nelle vie delle nostre città, nei piccoli e grandi centri.
Se, e io ne sono convinto, le comunità locali sono state per decenni l’incubatrice del radicamento della democrazia nelle masse popolari e nel contempo il luogo della coesione e della diffusione dell’impresa lo si deve al fatto che sviluppo dell’impresa, democrazia e benessere sociale, non solo si proponevano, ma venivano vissute da tutti come facce interdipendenti della stessa realtà. Oggi questa verità è messa duramente in discussione, anzi mi viene da pensare che si tratti di una fase della storia delle nostre comunità che, nelle modalità come l’abbiamo conosciuta, sia definitivamente chiusa.
La domanda che si apre davanti a noi diventa quindi la seguente: possono le comunità locali essere ancora il luogo in cui si concorre, in modo diffuso, radicale, ad un tentativo di ricomposizione fra queste due grandi questioni, che la globalizzazione tende inevitabilmente a separare: ricchezza e democrazia, sviluppo e giustizia sociale?
Ovviamente voglio rispondere, sì.
Ma come?
La risposta che diamo da qui, da Viareggio, è insita nello schema di questa nostra due giorni; insieme e saldamente unita, la riflessione sulla crisi e sui suoi effetti locali, le risposte possibili da mettere in campo dal punto di vista del sistema delle Autonomie, con la riflessione sulla strumentazione normativa e fiscale per dare alle Autonomie stesse più forza, autorevolezza, nel loro essere soggetto indispensabile della democrazia, dello sviluppo e coesione sociale.
Insomma, parliamo di fatto di alcuni fattori fondamentali, che possono ancora tenere insieme il benessere sociale e lo sviluppo economico, e la fiducia nelle istituzioni e nella democrazia.
La crisi.
In questo anno la consapevolezza di cosa fosse questa crisi non c’è stata fino in fondo nel nostro paese; sarebbe stato necessario chiamare a raccolta tutti i livelli istituzionali, sarebbe stato necessario mettere a punto una strategia comune fra regioni, comuni, province, stato. Non è forse anche questo il senso dell’art. 114 della Costituzione? Non è anche questo forse quel senso di leale collaborazione che è diventato principio costituzionale? Invece regioni, comuni, province, unioni comunali, comunità montane sono state totalmente ignorate dal governo nazionale, dal parlamento, quasi che la crisi riguardasse solo i governi, i vertici nazionali e internazionali e le banche.
E così accade che parliamo di scampato pericolo per le nostre banche, perché non sono fallite, ma non parliamo di quella specie di lavaggio del sangue che sostanzialmente è stato fatto giorno per giorno per pulire le infezioni che hanno procurato con la speculazione selvaggia a danno dei risparmiatori, o ancor di più a danno di quel sistema diffuso di piccole imprese, che sono il nerbo della nostra economia, di quella cresciuta a contatto con i territori, quella che ha innervato il sistema territoriale del nostro paese.
E può accadere che parliamo di fuoriuscita dalla crisi quando ogni sindaco, ogni mattina, o presidente di provincia, di regione ogni giorno ha a che fare con aziende che licenziano centinaia di lavoratori, con artigiani che chiudono, 70.000 – dice la Confesercenti – saranno i negozi che chiuderanno nel 2009. Hai voglia di parlare nei convegni, di rilancio dei centri storici, altra grande forza economica che ha il patrimonio culturale del nostro paese!
Oggi il veleno che sta nella coda della crisi coinvolge un milione di disoccupati e centinaia di migliaia di famiglie che hanno visto precipitare il loro reddito, decine di migliaia di lavoratori con contratti a termine, che se li sono visti cancellare, di migliaia di aziende commerciali e artigianali che sono alla canna del gas, è un veleno che si lascia semplicemente penetrare, si lascia penetrare nel corpo vivo delle città e dei piccoli comuni italiani, secondo un principio piuttosto cinico, dell’ “arrangiatevi”.
Questo è il messaggio che arriva a noi: arrangiatevi.
Qualcuno si preoccupa degli effetti? Possiamo avere l’onore che le condizioni materiali quotidiane delle nostre città nella crisi diventino oggetto di notizie da prima pagina, invece che t
ante altre cose che francamente non se ne può più?
Possiamo chiedere alla politica nazionale di farne oggetto di prioritaria riflessione e di discussione approfondita?
E voglio ringraziare qui, mi sembra il posto giusto per farlo, formalmente le Caritas, e le tante associazioni di volontariato che stanno facendo di propria iniziativa, in collaborazione con i comuni, un lavoro straordinario, lo faccio perché dobbiamo tornare a chiamare le cose con il loro nome: nelle nostre città si è riaffacciata una cosa che si chiama povertà, il 20% dei cittadini italiani è a rischio povertà, non si vede? Esiste l’orgoglio, esiste la dignità delle persone e delle famiglie, e poi, appunto, c’è la Caritas, esistono i comuni e le associazioni di volontariato, esistono cioè energie che non si rassegnano al declino del bene comune, della solidarietà, della coesione sociale delle comunità. Ma se questi contenuti: bene comune, solidarietà, coesione sociale, non tornano ad essere priorità della politica, quanto si crede possano reggere il tessuto del paese e con esso il sentimento democratico?
Non bastano le esperienze nefaste, dove a disoccupazione ed emarginazione è corrisposta la crescita della criminalità, delle economie criminali? O razzisticamente vogliamo dare ragione a chi pensa magari che questi sono fenomeni che riguardano solo i meridionali in quanto meridionali? O non sono il frutto di anni e decenni di profonde questioni sociali aperte e mai chiuse? E’ per questo che voglio rivendicare il valore di quanto in questi anni, nonostante tutto, il sistema delle regioni e delle Autonomie Locali hanno fatto, di loro iniziativa, per fronteggiare la crisi, dimostrando senso di responsabilità, una capacità operativa e un’efficacia davvero positiva. Nella documentazione che avete ricevuto potete apprezzare quanto hanno fatto e stanno facendo comuni e regioni, lo dico con forza: le regioni, circondate da tanto scetticismo, sia dal basso che dall’altro del sistema istituzionale nazionale, sono stati in questa fase di crisi il vero livello di governo capace di reattività e concretezza, capaci di mettere in campo scelte e strategie, molto più del governo nazionale, spesso in sostituzione del governo nazionale. Credo che questa mia affermazione possa essere poi confermata nella tavola rotonda dai rappresentanti dei sindacati, dai rappresentanti delle imprese. Sono le regioni che hanno messo in campo delle vere azioni di una certa organicità per far fronte alla crisi, e sono le regioni che, con l’accordo di utilizzazione di parte significativa del fondo sociale europeo, hanno consentito insieme all’INPS – sempre soldi dei lavoratori sono – di assicurare copertura ad un’enorme domanda di ammortizzatori sociali destinata a non calare per altri mesi ancora, tant’è che ci uniamo alla richiesta di un provvedimento che ne consenta il prolungamento. Se cercavamo la conferma di quanto noi Legautonomie stiamo dicendo da anni, e cioè che regioni, comuni, province, fanno parte di un unico potenziale sistema che guarda al territorio, abbiamo avuto la prova provata, il battesimo del fuoco. Spero che di fronte a questi fatti finalmente si mettano da parte le contrapposizioni fra enti locali e regioni, in modo tale che ci si senta reciprocamente come un sistema unico, spazzando via una contrapposizione che fino adesso ha fatto solo il gioco del neo centralismo statale.
Nella stessa documentazione potrete trovare le azioni messe in campo dai comuni, e anche questo è oneroso, volte alla tutela dei più deboli, al pagamento dei canoni di affitto, delle bollette, all’esenzione del pagamento delle tariffe dei servizi, al sostegno al credito delle imprese artigiane e commerciali, alla creazione di un momento di governo comune dell’acutezza della crisi, con i sindacati, le imprese, le banche.
Si sarebbe potuto fare di più, molto di più, se il governo nazionale ci avesse dato ascolto. A vantaggio di chi è andata, in questa fase di crisi, l’abolizione dell’ICI sulla prima casa? Non è stato forse un utile regalo a fasce di reddito abbienti, proprio mentre i comuni erano chiamati a fronteggiare l’emergenza di una domanda di aiuto dei più poveri, dei meno abbienti? E non avevamo ragione quando denunciavamo il rischio connesso al taglio di 300 milioni di euro al Fondo sociale? Gli effetti della crisi si fanno sentire dal punto di vista sociale, si faranno sentire sicuramente per tutto il 2010; senza dire che non abbiamo idea di che economie territoriali ci lascerà. E questo è il punto.
Allora, quello che non si è fatto finora si può fare adesso: quattro sono le proposte che faccio e che sono molto lieto che il ministro abbia la possibilità di ascoltare in diretta.
1 Un piano nazionale di migliaia di piccole opere, rapidamente cantierabili, volte alla manutenzione delle città, alla sicurezza degli edifici scolastici, agli edifici pubblici in genere, ai piani di risparmio energetico di promozione dell’uso di energie rinnovabili. Una battuta: un collega parlamentare, durante la discussione sulla crisi, ha detto “avremmo bisogno di soldi per pagare un operaio per fare una buca e poi ripagare lo stesso operaio per chiuderla”; ora, non è proprio necessario arrivare a questi estremi, però sicuramente abbiamo bisogno di soldi per dare il lavoro adesso, per far lavorare le nostre imprese artigiane adesso, per creare cantieri utili adesso, perché la crisi è adesso non fra qualche anno.
2 Una conseguente moratoria nell’applicazione del patto di stabilità interno per la spesa in conto capitale per tutto il 2010. E’ la questione delle questioni, quella che girando l’Italia ci sentiamo ripetere da tutti, da amministratori di centro sinistra e di centro destra; e cioè che il patto di stabilità (…non era anche patto per la crescita?) che abbiamo non è adatto per fronteggiare una situazione di emergenza e di crisi come quella che stiamo vivendo, perché la cosa più paradossale che possa accadere è che nel momento in cui c’è bisogno di fare lavoro e occupazione, tu non puoi spendere i soldi che hai in tasca, questa è la cosa più assurda che ti può capitare in un momento come questo.
3 La sospensione di tutte le sanzioni per quegli enti che consapevolmente, pur di far fronte alle loro incombenze, come il pagamento delle ditte fornitrici, la liquidazione degli stati di avanzamento di opere cantierate, hanno scelto di sforare il patto di stabilità interno; in tal senso, c’è un’interpellanza dell’on. Paolo Fontanelli e noi lo sosteniamo, oltre che salutarlo. La dico con un esempio: domenica scorsa ero in un comune della mia provincia, il sindaco mi dice, assieme alla ragioniera: “Cosa ne pensi se sforo il patto di stabilita?”; io ho detto “sei all’inizio, se non lo fai adesso non lo fai più. Ma perché lo dovresti fare?” “Perché ho la fila degli artigiani che rivendicano pagamenti dal comune e io non li posso pagare; credimi, sono poche migliaia di euro e io non li posso pagare”. E allora gli ho detto “sfora, ci batteremo e tra l’altro anche l’ANCI ha preso una posizione analoga, ci batteremo tutti insieme perché le sanzioni in questo anno non vengano applicate.
4 Il raddoppio per un anno delle risorse destinate al fondo sociale, da finalizzare non ad incrementare la spesa corrente dovuta all’apertura di nuovi servizi, quindi no all’aumento di spesa corrente a regime, ma al sostegno all’emergenza, che si cre
erà con l’aumento della disoccupazione, la quale arriverà nel 2010, questi sono le previsioni purtroppo, a superare il 10%. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che il fenomeno che già esiste della fila davanti alla porta del sindaco, o del sindaco che viene fermato per la strada dal cittadino che non riesce a pagare l’affitto, da quello che non riesce a pagare la retta dell’asilo o da quello che non riesce a pagare la bolletta del gas, aumenterà di molto nei prossimi mesi. E quindi il fondo sociale è lo strumento più semplice che, trasferito alle regioni e da esse ai comuni, può intervenire velocemente su questa materia.
Si obietterà in merito alla tenuta dei conti, ed è giusto essere rigorosi, perché quando ripartirà l’economia, e non sappiamo se saremo sdraiati o in ginocchio o in piedi, è del tutto evidente che noi avremo sul groppone delle zavorre legate anche al pregresso, rispetto alla crisi, che sono l’alto indebitamento ed altri fattori di arretratezza e penso alla scuola, alla ricerca.
Però, signor ministro, bisognerà pur cominciare a guardare dentro questi conti!
Il saldo del comparto dei comuni è in attivo di un miliardo nel 2008, il debito dei comuni rappresenta il 2,7% dell’intero debito della pubblica amministrazione, il 2,7%. I comuni concorreranno nel 2009 al risanamento dei conti pubblici per un miliardo 340 milioni, e i prossimi anni, 2010-2011 viene chiesto loro un sacrificio moltiplicato per due e per tre. Cosa devono fare questi comuni? Che cosa gli si vuole chiedere di più? Insomma possiamo dire che fanno seriamente la loro parte o no? Perché se rispondiamo no a questa domanda, allora forse la preoccupazione rispetto alle misure in qualche agevolative di una loro capacità operativa di fronte alla crisi possono essere anche prese in considerazione; ma se rispondiamo sì, che i comuni hanno fatto e hanno in programma di fare il loro dovere rispetto al contenimento della spesa pubblica, che sono un elemento virtuoso rispetto ai saldi della finanza pubblica, bisognerà pur consentire loro di muoversi con una maggiore autonomia e agilità dentro la crisi nella quale stiamo.
Facciamoli i conti, guardiamo fino in fondo come siamo messi, senza dire che, mi pare, consapevole del fatto che l’emergenza non è assolutamente finita la stessa Europa, ci sollecita a non allentare l’intervento volto ad abbattere la tensione sociale, a tenere alto il tema della coesione sociale.
Ecco, queste sono le quattro proposte semplici che noi, da quest’assemblea, facciamo al governo e al Parlamento.
Ma a noi interessa guardare anche oltre l’emergenza, altrimenti non avrei fatto tutto il ragionamento che ho fatto all’inizio: questa crisi ci interroga su quale modello di sviluppo questo Paese deve scegliere, cioè se non vogliamo ricadere negli effetti negativi di un’economia completamente disancorata dalla produzione, completamente disancorata dal lavoro, completamente disancorata da quella manifattura che è tipica del nostro Paese, bisognerà pensare ad un modello di sviluppo diverso; è una riflessione, certo, che non possiamo fare solo noi, nel senso che è una riflessione che va fatta a livelli internazionali, ma noi intanto potremmo anche cominciare a pensarci.
Torniamo a volgere la nostra attenzione ad un modello di sviluppo più ancorato ai territori, recuperando un’attenzione a quei distretti produttivi, a quei sistemi territoriali che via via, negli ultimi anni, si è allentata in nome non si sa bene di che, comunque sicuramente non dell’interesse del Paese. E’ una riflessione che si impone, oggi, se vogliamo ripartire bene. Io credo che qui, in Toscana, nelle Marche, ma in tante altre parti del nostro Paese, tutto sommato reagiscono meglio alla crisi, perché il sistema produttivo ha quella nota innervatura con il territorio, è tutt’uno con la coesione sociale, è tutt’uno con la cultura del territorio, è tutt’uno con una flessibilità gestibile anche dal sistema imprenditoriale, e credo che questo sia un elemento di forza buono per il futuro e non un retaggio del passato. Prodi nei giorni scorsi si poneva un interrogativo che, secondo me, è interessante: il punto è capire se dopo questa crisi saranno vincenti le poche, grandi aziende multinazionali francesi, o le nostre più diffuse e numerose imprese familiari che hanno saputo destreggiarsi all’interno dell’ internazionalizzazione. La nostra strada è questa seconda. Però, se la nostra strada deve essere questa seconda, c’è proprio da sterzare rispetto al modello di sviluppo che abbiamo inseguito negli ultimi anni.
E’ il tema, come dicevo all’inizio, del coinvolgimento di regioni e di enti locali nel disegno di sviluppo di questo paese, e va riproposto con grande urgenza. Voglio dire: il modello di sviluppo non lo fa Tremonti, non lo fa la Ragioneria Generale dello Stato, non lo fa neanche Confindustria; il modello di sviluppo, se è questa la strada che vogliamo seguire, lo facciamo noi, regioni, autonomie, governo nazionale, insieme al mondo dell’impresa, della cultura, della solidarietà sociale.
E’ questo il modello di sviluppo buono per l’Italia e questi devono essere gli attori.
Io credo che dovremmo ragionare su questo punto, perché anche le nuove frontiere di cui si parla giustamente vanno ad incrementare, diciamo così, a dare nuovo valore ai modelli di sviluppo fortemente ancorati al territorio. Parlo della cosiddetta green economy che o diventa modello diffuso, vita vissuta, dalla famiglia all’azienda artigiana all’impresa media e grande dei nostri territori, oppure diventa un altro spot.
E quindi anche il tema dell’energia, del risparmio energetico, della strategia relativa all’approvigionamento energetico, non si può pensare, secondo me, di risolverla con qualche centrale nucleare, e tanto meno si può pensare di fare questo passando sopra la testa di chi ha anche competenza legislativa in questa materia.
Io penso che c’è un disegno da condividere, o lo condividiamo o non lo condividiamo; proviamo a condividerlo, sicuramente non lo si può imporre. C’è a questo proposito un capitolo importante da riaprire, che riguarda l’infrastrutturazione di questo Paese, e anche questo fa parte di un nuovo modello di sviluppo; mi sbaglio se dico che gli investimenti pubblici sono in fortissimo calo? Mi pare di no: nella manovra anticrisi c’è un taglio delle risorse per investimenti del 13%, pari a 2.500 milioni di euro, sono due miliardi e mezzo di euro. Nei comuni fra gennaio e agosto 2008 e gennaio e agosto 2009, sono stati pubblicati 2150 bandi per opere pubbliche in meno, per un valore di circa un miliardo di euro in meno; allora questa questione dell’infrastrutturazione di questo Paese, delle sue politiche relative agli edifici pubblici, alle scuole è una cosa che ci dobbiamo ricordare solo quando cadono sulla testa degli studenti e delle famiglie in occasione dei terremoti, oppure è un punto che fa parte di quel modello di sviluppo coeso, socialmente equilibrato, di cui ho cercato di rilanciare l’interesse? Certo, dobbiamo fare la nostra parte, dobbiamo fare la nostra parte anche noi enti locali; c’è ad esempio tutta la partita delle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, ne discuteremo con grande apertura. Certo, bisognerà anche mettere sul conto il fatto che i comuni non perdano capitale, non perdano valore, non perdano entrate quando parliamo della liberalizzazione di alcuni servizi pubblici locali, ma ci rendiamo conto che questa è una sfida che non possiamo giocare in difesa, c
he non è una sfida che possiamo affrontare chiudendoci, rispetto a servizi maturi di rilevanza imprenditoriale, alla logica del mercato, all’imprenditoria diffusa, per carità! Però, c’è quell’aspetto che va tenuto presente: spesso sono capitali degli enti pubblici, hanno un valore, producono delle entrate, e non possiamo permetterci di mandare avanti progetti che poi si ripercuotono negativamente nella possibilità di intervento e di azione delle amministrazioni locali.
Io credo che in questo disegno di un nuovo modello di sviluppo, lo dicono tutti e lo diciamo anche noi, non per essere ripetitivi a pappagallo, c’è il problema della scuola: c’è il problema degli effetti della riforma Gelmini sulla scuola, perché quel modello di sviluppo che abbiamo delineato comporta una diffusione della qualità. A noi giungono segnali di difficoltà molto serie relativamente a scuole montane, relativamente a scuole di piccoli comuni ma non solo. Noi le vogliamo rappresentare queste difficoltà, vogliamo dirle queste difficoltà, perché comunque l’idea che si vada al risparmio su questo tema significa, in nuce, proprio contraddire quel modello di sviluppo che, molto sommariamente, ho cercato di definire. Ma questo modello di sviluppo ha un senso, ha un futuro?
Sarkozy ha incaricato il proffessor Stiglitz di definire dei nuovi indicatori del benessere delle comunità e dei cittadini; Sarkozy, non un pericoloso sovversivo. Ebbene, da questi indicatori applicati alle province della nostra Italia, ne viene fuori che le province che stanno meglio nel nostro Paese sono proprio quelle che hanno praticato il modello di sviluppo che ho sommariamente delineato: Il modello di sviluppo dell’impresa diffusa, il modello di sviluppo dove assieme all’impresa c’è il servizio sociale, il modello di sviluppo dove insieme al servizio sociale c’è il servizio culturale, c’è la scuola, cioè uno sviluppo equilibrato. Sono quelle le province che stanno meglio, anche se hanno un prodotto interno lordo più basso, anche se hanno un reddito procapite più basso. Io credo che questa sia un’idea di sviluppo, riflettendo sulla crisi, che dobbiamo assumere con grande serietà e portarlo avanti con grande coerenza, perché invece che essere il nostro passato, questo modello è il nostro futuro. E’ il futuro di un paese come l’Italia.
Quale può essere il vero nemico, l’ostacolo da abbattere in questo percorso? Secondo me, il vero nemico da abbattere, quello che ostacola davvero questo percorso, che può farci deflettere dalla costruzione di questo scenario futuro, è il centralismo: è il centralismo statale, quello è il vero totem; si dirà “ma abbiamo fatto dei passi avanti importanti, abbiamo approvato il federalismo fiscale, stiamo lavorando sul codice delle autonomie. Vero, ma troppi sono i casi in cui, in realtà, siamo andati in senso opposto: io credo che se su questioni come la scuola, il piano casa, adesso sull’energia, ma sicuramente qualcuno me ne sfugge, le regioni si sono alzate in piedi e hanno detto “ fermi,c’è una violazione della Costituzione”, non l’hanno fatto per intralciare il lavoro del Governo, non l’hanno fatto per negare al Governo il suo dovere di iniziativa, ma l’hanno fatto perché intanto c’è una violazione della Costituzione, quindi c’è un fatto democratico, e poi perché ritengono giustamente che partite come quelle, scuola, energia, casa, non si possono affrontare a prescindere, con provvedimenti che alla fine diventano come la family card, occupano le pagine dei giornali, ma si risolvono in poco più di niente e ci costringono a discussioni infinite e non ci fanno andare alla sostanza di scelte che siano coerenti con una idea di paese di economia e di società.
Il piano casa è stato emblematico: ci si è messo un mese a far capire al Presidente del Consiglio che non lo poteva fare, perché la Costituzione glielo impediva; le regioni sono dovute andare ad una trattativa, proprio perché il Governo insisteva su questo punto, per dire “va bene, dateci dei parametri che le leggi ce le facciamo da noi”. Però abbiamo discusso per settimane su questa cosa, non era meglio affrontare il tema per il verso giusto? Discutere con le regioni e dire “serve un piano casa, è una misura anticrisi, la vogliamo fare? Con che caratteristiche la vogliamo fare?” E’ così che si lavora, è così che si porta avanti un progetto vero di cambiamento in senso federale di questo Paese.
Ma analogamente in questi ultimi anni l’autonomia finanziaria e fiscale di comuni e province è aumentata o diminuità? Domanda retorica ovviamente. Ecco perché il federalismo alla prova dei fatti, perchè oggi sa molto ancora di cose scritte sulla carta, cose che non hanno un reale riscontro nella vita e nelle scelte quotidiane. E ci manca quella reale coerenza, perché questo Paese ha bisogno più che mai di un sistema federale ed efficiente.
Da questo punto di vista centralismo-federalismo, il passaggio dalla carta delle autonomie locali è molto importante.
So bene che da parte dei nostri amministratori, per anni, si è parlato sempre di federalismo fiscale noi l’abbiamo fatto non meno di altri proprio da qui da Viareggio e quindi quando alla fine è arrivata la legge sul federalismo fiscale tutti quanti abbiamo detto “meno male” e anche oggi noi diciamo “meno male”. Per noi il federalismo fiscale è un processo che ha una marcia sola, la marcia avanti, prudenza, equilibrio, ma marcia avanti, non ha né la folle né la marcia indietro. Si deve andare avanti, bisogna che escano i primi decreti delegati ed anzi che alcune misure vengano anticipate.
Però non vorrei che questa attenzione spostata sul federalismo fiscale facesse diminuire l’attenzione sul tema della carta delle autonomie, perché la cultura federalista, il nuovo autonomismo si gioca sulla carta delle autonomie, si gioca sulla definizione delle funzioni fondamentali da attribuire ai singoli livelli istituzionali, si gioca sul fatto che ci sono aspetti dell’autonomia che non si possono affermare e poi contraddire. Lo dico interpretando credo, il pensiero della stragrande maggioranza degli amministratori locali: l’autonomia organizzativa di un ente è ad esempio un caposaldo dell’autonomia, un po’ come l’ICI insomma: una volta che gli hai dato un colpo, hai lesionato un principio, e quindi pensare di scrivere nella carta delle autonomie i vincoli che in qualche modo devono orientare l’organizzazione di un ente credo che sia la violazione di un principio; imporre limiti, vietare la nomina del direttore generale, riproporre la figura del segretario generale in modo ridondante e invasivo, parlare di corte dei conti un giorno sì e un altro giorno pure. L’autonomia non è una cosa che si può barattare così. E ugualmente, oltre al principio di autonomia, nella Carta delle autonomie locali ovvero nel codice delle autonomie locali (anche la denominazione tradisce un orientamento politico e culturale), si gioca il principio di democrazia: ci torno su questo principio. Lo vogliamo dire, signor ministro, e amici tutti, lo vogliamo dire basta, per favore, al discorso della monetizzazione della democrazia? Per la quale tutte le volte che si dice: taglio delle comunità montane, taglio dei consiglieri comunali, taglio degli assessori, taglio dei consiglieri provinciali, si dice solo perché questo fa comodo ad un certo tipo di comunicazione pubblica prescindendo tota
lmente da un discorso su ciò che serve e ciò che non serve ? Vogliamo arrivare, come c’è scritto nella bozza di Codice delle autonomie, ad una specie di “amministratore delegato” del comune, cioè che nel piccolo comune sparisce la giunta, e ci mettiamo il sindaco che fa sostanzialmente l’amministratore delegato? Arriviamo a proporre tagli drastici di consiglieri comunali e provinciali: ma volgiamo prima discutere di che idea giusta di democrazia, e di rappresentanza democratica abbiamo bisogno? Abbiamo abolito le circoscrizioni, non si sa perché; avranno anche avuto delle degenerazioni, ma sono state la palestra dalla quale tanti amministratori sono cresciuti e poi sono diventati sindaci e amministratori bravi. Si dice perché fa comodo dirlo, perché corrisponde ad un’idea centralista, corrisponde ad un’idea ostile al sistema delle autonomie locali, ostile! E noi la dobbiamo combattere questa semplificazione, perché a me quando parlano dei costi della politica e mi portano l’esempio dei consiglieri comunali, gliela farei vedere l’indennità di un consigliere comunale, di un comune di 7.000 abitanti, quant’è all’anno. Quindi, parliamo di cose senza senso, però il principio della democrazia ha un senso, e noi l’idea che abbiamo sposato fino in fondo e sosteniamo, l’elezione diretta del sindaco e dei presidenti, la vediamo controbilanciata da assemblee elettive che funzionano, non che vengono annullate, perché altrimenti viene meno il senso dell’elezione diretta del presidente e del sindaco, si snatura il senso della democrazia, si va verso una idea populista, in qualche modo semplificatoria, della complessità democratica, che è un valore, e noi siamo un presidio, ci sentiamo un presidio della democrazia.
Con democrazia e autonomia, parlo sempre del Codice delle autonomie,il terzo punto cardine da guardare con attenzione è l’efficienza del sistema. Qui, si parla noi, si sfida anche la nostra pigrizia mentale. Noi dobbiamo essere d’accordo sul fatto che ci siano delle materie attribuite ai comuni, che vengono gestite obbligatoriamente in modo associato. Dobbiamo essere d’accordo, perché dobbiamo superare gli effetti negativi della frammentazione, dobbiamo essere d’accordo sul fatto che si superano enti, agenzie, consorzi, ma non alla cieca. Vanno annullati in primo luogo quelli che nascondono spesso un prolungamento della sbagliata propensione regionale alla gestione. Dobbiamo essere d’accordo ad eliminarne altri che come superfetazioni si sono diffusi in assenza di una legge di riordino delle funzioni da attribuire ai livelli istituzionali. Non possiamo esser d’accordo, però, di dire semplicisticamente “cancellare le comunità montane”, cosa vuol dire cancellare le comunità montane? A parte il fatto che il governo di centrosinistra ci ha già sbattuto la faccia una volta su questa questione di fronte alla Corte Costituzionale; ma vuol dire non ragionare sulla realtà, cioè su quei comuni fatti di 30, 40, 100 abitanti che stanno sulle valli montane, dove mettere insieme 5000 abitanti ci vuole una fatica inenarrabile. Ecco, lì le comunità montane esistono, e funzionano, danno dei servizi, producono un progetto, un pensiero di governo rispetto a quei territori. Non sono semplici unioni cui si delega la gestione di qualche servizio, sono l’unico luogo che in quelle realtà pensano in termini di programmazione, di promozione e orientamento dello sviluppo, di energia e governo del territorio. Il problema è che non si conosce la realtà!
Ecco, io credo che la semplificazione del sistema sia una necessità, ma l’astrazione, l’astrattezza con la quale viene affrontata la semplificazione, può essere un rischio. E anche qui c’è un ruolo delle regioni da riconoscere, perché è a livello regionale che possiamo meglio discutere e regolare questi processi.
Ho concluso, l’ho fatta proprio lunga, ma comunque la sostanza del mio ragionamento che ho detto all’inizio lo ribadisco adesso alla fine: noi vogliamo essere una classe dirigente di questo Paese, esserlo a pieno titolo, vogliamo quindi che venga superata questa propensione ripetuta a misure che ci vengono imposte in qualche modo e che passano sopra la nostra testa. Non lo diciamo per un orgoglio istituzionale, lo diciamo perché secondo noi è sbagliato per il Paese seguire quella strada; e ancora: ci sentiamo presidio democratico fondamentale in un momento di grande trasformazione e ci sentiamo soggetti destinatari di un progetto di sviluppo diverso da quello che ci ha portato alla crisi; e infine: ci sentiamo il vero baluardo della coesione sociale, della solidarietà attiva, strumento di giustizia sociale.
Se noi interpretiamo così il nostro ruolo e lo facciamo qui, all’ANCI, all’UPI, all’UNCEM, io credo che alla fine la nostra voce si farà sentire e credo che questo sia interesse degli italiani.
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