Un omaggio sentito ai Gonfaloni che ornano questa sala. Noi non abbiamo bisogno di divise per testimoniare la nostra militanza nel nobile e storico movimento delle autonomie. I nostri colori sono quelli della bandiera italiana, dei gonfaloni dei comuni, delle province, delle regioni e a loro e a ciò che rappresentano rendiamo omaggio, perché essi sono stati e sono anima del nostro lavoro e del nostro impegno.
Un grazie al prof. Celli dell’università LUISS che terrà un suo importante intervento, unitamente al sindaco di Forli che farà un intervento di profilo storico. Al sottosegretario Michelino Davico sempre così gentile ad accettare i nostri inviti e al vice presidente del Senato Vannino Chiti compagno e amico che ci ha sempre testimoniato concretamente la sua vicinanza.
Ancora un grazie a Silvano Granchi e alla Lega toscana per tutto il lavoro che hanno fatto affinché noi oggi fossimo qui in un luogo che per Legautonomie ha un sapore particolare.
E’ proprio qui a Firenze che dopo la lunga notte fascista Legautonomie, allora Lega dei Comuni Democratici rinacque a nuova vita dopo che il massimalismo prevalente nel PSI e la nascita del PCIdI avevano provocato la chiusura della Lega dei Comuni Socialisti nel 1922 appena prima dell’avvento del fascismo. Troppo riformista la lega dei comuni socialisti per continuare ad aderirvi!
Era il 1947, esattamente il 27 dicembre del 1947, significativamente lo stesso giorno in cui l’Assemblea Costituente approvava la Costituzione Repubblicana.
L’intesa democratica, costituzionale e antifascista fra le forze che avevano dato vita alla Resistenza e al CLN stava ormai saltando e si stava per aprire la stagione della guerra fredda che nel nostro paese ebbe un odioso corollario: una vera e propria repressione nei confronti dei comuni e delle province amministrate dalla sinistra da parte del governo centrale, del ministero dell’interno, dei prefetti. Una lotta per l’autonomia e la democrazia nella quale si distinse subito la neonata Lega dei Comuni Democratici.
E ancora; tutti gli storici riconoscono che in quella fase proprio Firenze e la Toscana rappresentarono la parte più attiva del movimento delle autonomie locali. Il CLN toscano ragionava, unico fra gli altri, su una valorizzazione delle regioni nell’ambito della nuova Costituzione Repubblicana e per rendere più efficace e meno localista la modalità il rilancio del ruolo dei Comuni e delle Province ed era La Lega dei Comuni Democratici che puntava su una democrazia costruita dal basso a partire dalle consulte popolari da promuovere in ogni quartiere di ogni città e dalle commissioni tributarie comunali.
Ma la storia stava prendendo decisamente un’altra strada quella di un centralismo spesso autoritario e repressivo.
Lo stesso tratto centralista burocratico e repressivo che aveva segnato i primi anni dell’Italia unita dal Risorgimento, non modificato sostanzialmente, fatte salve alcune pur importanti concessioni, dai governi liberali verso i cui limiti si organizzò il primo grande movimento delle autonomie che portò alla nascita dell’Anci, dell’UPI e della Lega dei Comuni Socialisti, un tratto centralista reso ancora più estremo e odioso dal nazionalismo e dal fascismo, ora dal 1947 il centralismo tornava a segnare la vita concreta della Repubblica nonostante le significative affermazioni contenute nella neonata Costituzione.
C’è una continuità impressionante nel carattere centralista e burocratico del nostro paese che ci auguriamo si trovi l’occasione di analizzare criticamente nelle celebrazioni del 150 dell’Unità d’Itlalia, per i limiti che ha prodotto nello stesso processo di reale unificazione e nel fallimento storicamente dimostrato, sia nella fase monarchica che in quella repubblicana, di fronte all’obiettivo di colmare il divario fra le diverse aree geografiche in termini di garanzia di diritti, opportunità, sviluppo.
Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ai presidenti dei due rami del Parlamento che ringraziamo per i messaggi augurali che hanno rivolto al nostro congresso, rivolgiamo la preghiera che nel quadro delle celebrazioni per il 150 questo aspetto trovi il meritato approfondimento.
Se oggi tanti, anche io qualche volta, parlano di una secessione di fatto che segna drammaticamente la vita del nostro paese e sulla quale il rischio che ci si adagi in modo rassegnato lo fanno a buona ragione, tenendo conto del fallimento sostanziale del processo unitario segnato dal centralismo. Ed è stucchevole che tanti commentatori oggi vogliano attribuire all’eccessivo processo di decentramento, al nuovo titolo V della Costituzione questo dato di fatto, sorvolando a piedi pari la vera ragione del fallimento: il centralismo burocratico, costoso ed arrogante che ha segnato senza soluzione di continuità la storia del nostro paese fin dal 1861.
Centralismo e massimalismo ideologico (chi dice che oggi non ci sono ideologie mente sapendo di mentire) sono i veri nemici delle autonomie, dei governi locali, del loro riformismo praticato e in definitiva dell’interesse nazionale.
Se dovessimo tratteggiare il carattere del movimento delle autonomie di quegli anni e l’azione della Lega dei Comuni Democratici potremmo usare queste parole: pane, pace, democrazia, Costituzione.
Abbiamo dovuto aspettare i primi governi di centro sinistra e la data emblematica del 1970 con le prime elezioni democratiche istitutive delle regioni per tornare a segnare un punto e a mettere in primo piano ciò che era nell’animo di tanti democratici di ogni parte politica: una repubblica che valorizzasse le autonomie locali come parte costituente dell’essenza stessa del nostro paese, come componente inscindibile dell’interesse nazionale, come del resto disponeva l’art.5 della nostra Costituzione.
Ma nonostante le angherie e gli ostacoli che furono frapposti al movimento delle autonomie è innegabile che se la democrazia allora, in un paese che fino a poco prima aveva visto la gente inneggiare alla dittatura, poté radicarsi nel tessuto popolare del paese, in ogni angolo di quella Italia troppo lunga come ci ricorda Giorgio Ruffolo in un suo bel recente libro riprendendo un detto arabo, questo lo si deve alla resistenza, all’opera certo dei grandi partiti popolari, al Parlamento repubblicano ma anche e non di meno al lavoro e all’opera degli amministratori locali nelle grandi città e nelle migliaia di piccoli comuni e alla cultura sociale che essi seppero esprimere nella ricostruzione.
Infondo, andando all’osso della questione, la sostanziale differenza fra i governi locali e gli altri livelli istituzionali sta proprio in questo, nella dimensione sociale del loro impegno, o meglio nel loro essere il crocevia reale, materiale, fisico della questione democratica e della questione sociale. Ovvero due questioni che in un paese civile si tengono assieme o periscono entrambe, due questioni senza tempo, in continua evoluzione, sempre attuali.
Quanta modernità in questo ruolo!
Allora si doveva fronteggiare la mancanza del pane ovvero del lavoro, oggi una crisi che non ha precedenti dal dopo guerra. E la differenza la fa sempre la concre
tezza con la quale il sistema democratico locale sa proporsi come azione sociale.
Lo vediamo quotidianamente, più la discussione sulla democrazia, sui suoi limiti, sulla sua erosione, sugli attacchi che subisce si astrae dalla realtà sociale più masse grandi di popolo sofferenti e impaurite per il loro futuro regrediscono su posizioni che finiscono per logorare la democrazia stessa, per occultare una cultura dei diritti civili e sociali che si riteneva ormai consolidata e inattaccabile.
Più il centro della discussione si allontana dal sistema di governo delle autonomie locali e più questo fenomeno davvero pericoloso si amplifica e si radica.
Per un comune, una provincia e anche per una regione, la crescita della disoccupazione, l’aumento della povertà non potrà mai essere un fatto statistico da guardare dall’alto verso il basso ma sempre la molla che motiva il proprio ruolo democratico.
E’ qui la forza del loro lavoro ed è qui la forza della democrazia che essi interpretano.
La democrazia da rafforzare e ampliare come condizione essenziale di tenuta della coesione sociale e come strumento efficace per far fronte alla domanda di aiuto che cresce dalla società.
Da questa crisi noi usciremo davvero e sapremo ripartire se faremo agire fino in fondo la potenza della democrazia nella sua capacità di tenere unito un popolo, di chiamare a raccolta le risorse sociali, intellettuali, del paese, di dare concretezza e coerenza ai principi di giustizia sociale e di tutela dei diritti che la democrazia porta con se.
Ma se vogliamo far scendere dai buoni propositi alla realtà questa convinzione dobbiamo dirci che in questa forte azione democratica e sociale centrale e determinante è il ruolo del sistema delle autonomie locali e delle regioni. Non se ne può fare a meno, e lo diciamo in primo luogo al Governo nazionale il quale, è un dato oggettivo, proprio di fronte alla gravità della crisi e alla sua profondità ha evitato o non ha saputo dar vita a una qualsiasi vera politica che partisse di qui. Anzi si è mosso in senso diametralmente opposto finendo addirittura per concorrere ad una sorta di delegittimazione morale del sistema delle autonomie e delle regioni.
E’ come darsi la zappa sui piedi, un lusso che il paese non si può permettere, un errore che dobbiamo fare in modo sia corretto subito.
Per questa con grande fermezza noi diciamo basta a questo stillicidio diffamatore che porta ad enfatizzare come un fatto moralizzatore l’eliminazione dei consigli di quartiere, il taglio dei componenti dei consigli comunali, dei consigli provinciali rubricandoli sotto la voce costi della politica. Vogliamo parlare delle indennità dei sindaci? Degli assessori? Dei consiglieri comunali? Facciamolo! Però ci chiediamo perché non si scrive che tante di quelle poltrone di cui si annuncia enfaticamente il taglio valgono 250/300 euro l’anno? Perché non si scrive che l’amico di Brunetta da nominarsi all’ex CNIPA oggi DIGITpa se non provvedono a tagliargli l’indennità incasserà 315.000 euro l’anno senza avere i titoli professionali per ricoprire quel ruolo; il signor Giacalone ad oggi vale l’equivalente di 1000 consiglieri comunali ! Ma è solo uno dei tanti esempi possibili. Con la differenza che nel caso dei consigli parliamo di rappresentanza democratica, di democrazia, in questo secondo di privilegi assolutamente ingiustificabili possibili solo in un paese centralista e opaco.
Era il 1920 quando la Lega dei Comuni Socialisti con Matteotti fece approdare in Parlamento la prima proposta di legge per riconoscere una indennità ai sindaci, e i consigli di quartiere sono figli diretti di quelle consulte popolari che nel dopoguerra segnarono appunto il lavoro dei comuni democratici e il processo di radicamento della democrazia. Avere memoria è davvero indispensabile per non gettare il cervello all’ammasso!
Vogliamo parlare dei costi della politica? Bene, le autonomie locali sono pronte sia a fare, come sarebbe giusto e opportuno, una comparazione con gli altri paesi europei sia con i livelli centrali dello Stato.
Anzi noi chiediamo a gran voce che si riaccendano i riflettori sui costi del centralismo politico e sulla più complessiva macchina dello stato centrale fatta di una burocrazia ipertrofica e di tante scatole e scatolette dove l’arbitrio della politica fa la fortuna di pochi senza che nessuno si preoccupi di andare a vedere, a misurare l’efficacia di quella spesa. E’ tempo di fare questi confronti e di schiantare questa campagna che agita l’antipolitica, il populismo e logora la democrazia.
Come credo si sia inteso per noi questione democratica e questione sociale marciano di pari passo, in altre parole non vediamo una cesura fra il percorso riformatore che deve riguardare i livelli istituzionali del paese e le scelte che è urgente fare per fronteggiare la crisi e disegnare un possibile rilancio dello sviluppo.
LE RIFORME
E’ un sistema paese riformato che può sostenere e indirizzare una fuoriuscita dalla crisi senza che questa rischi di diventare una pericolosa involuzione democratica.
Di qui la forte conferma che facciamo da questo congresso di una posizione da noi già chiaramente espressa; è urgente avviare subito il confronto parlamentare sulle riforme. Lo diciamo ai grandi partiti spesso bloccati da una parte da vicende che riguardano personalmente il Presidente del Consiglio e dall’altra da una ingiustificata sudditanza ad una campagna antipolitica cui si deve reagire, ribadendo che il ruolo della politica e di quella progressista in particolare è quello di cercare di cambiare questo paese e non solo di denunciarne i limiti e i difetti.
Ci sono temi ampiamente maturi su cui si può decidere e in particolare è possibile muoversi decisamente per:
1 il superamento del bicameralismo perfetto,
2 la drastica riduzione del numero dei parlamentari,
3 la formazione del Senato delle regioni e delle autonomie locali,
4 la revisione del sistema delle conferenze che così come sono hanno finito per enfatizzare il ruolo degli esecutivi rispetto alle assemblee e a ridurre la governance sulle politiche strategiche per il paese ad un burocratico parerificio,
5 la manutenzione dell’art.117 della Costituzione per dare la competenza esclusiva allo Stato su alcune poche questioni su cui si è rivelata inefficace la competenza concorrente, senza smontare il principio della concorrenza che è un bene per l’unità del paese,
6 per quanto ci riguarda siamo anche favorevoli alla introduzione di una “clausola di supremazia” che potrà essere però attivata solo dal senato delle regioni e delle autonomie.
A questi punti sui quali siamo convinti sia possibile una ampia convergenza in Parlamento ne aggiungiamo un settimo per noi decisivo:
7 dare la stessa dignità politica e istituzionale alla nuova Carta delle Autonomie.
Ho avuto modo di dire diverse volte che sbagliamo quando pensiamo che il carattere autonomista del nostro paese sarà determinato solo dall’attuazione dell’art.119 della Costituzione, ovvero dal cosi detto federalismo fiscale. Questa è una visione miope e sostanzialmente vecchia.
I livelli di reale autonomia saranno parimenti e forse ben più significativamente segnati dalla Carta delle Autonomie. E’ quello lo strumento che inciderà sul sistema e ancorare il dibattito sulla Carta delle Autonomie a quello sulle riforme sopra dette significa avere e offrire una visione d’insieme del sistema paese, indispensabile per dare una nuova spinta all’Italia. Una democrazia efficace e capace di contenere le spinte populiste, una pubblica amministrazione moderna, un
sistema più semplice e vicino alle esigenze delle persone, delle famiglie e delle imprese dipende da quella visione d’insieme e se il dibattito sulle autonomie sarà visto come parziale e marginale perderemo ancora una volta questa decisiva sfida.
Il fatto che inopinatamente si sia pensato di anticipare parte del contenuto della Carta con la previsione in finanziaria di misure relative ai consigli e alle giunte comunali e provinciali, ai difensori civici, ai direttori generali dei comuni non è un brutto segno, è un pessimo avvio, in totale controtendenza con il lavoro buono fatto sulla legge attuativa dell’art.119 della C.
La guardia deve essere tenuta altissima e il decreto riparatore varato la settimana scorsa conferma che spesso la toppa è peggiore del buco. L’Anci deve aver fatto ricorso a tutta la buona volontà residua se sulla base di quel decreto ha ritenuto di riprendere la presenza in conferenza unificata.
Noi mentre denunciamo il gravissimo ritardo con cui il governo sta arrivando, o meglio non sta arrivando, al confronto parlamentare, ribadiamo qui il nostro punto di vista rimandando alla lettura delle tesi per maggiori approfondimenti.
Intendiamo affrontare questo dibattito avendo tre categorie di riferimento. La nostra lettura delle scelte sarà fatta attraverso tre lenti: democrazia, autonomia, efficacia o se si vuole funzionalità del sistema.
Sul primo aspetto ho gia sostanzialmente detto. C’è una campagna in corso tesa a delegittimare il ruolo delle assemblee elettive e le forme di partecipazione democratica. Questa campagna va rigettata. E lo dico in particolare ai sindaci e ai presidenti eletti dal 1993 direttamente dai cittadini. Voi non siete amministratori delegati di una azienda che si chiama Comune o Provincia. Prima di tutto perché non si tratta di aziende. E in secondo luogo perché il vostro ruolo non è solo amministrativo ma politico. Voi siete classe dirigente politica e la vostra forza politica è tanto più grande quanto è legata alla forza politica e alla rappresentatività delle assemblee. Badate se non assumerete pienamente questa consapevolezza, il vostro spazio operativo si ridurrà progressivamente assieme alla vostra solitudine. E’ la cultura centralista ostile all’autonomia che tende continuamente a ridurre comuni e province a meri centri di spesa mentre l’evoluzione del sistema delle autonomie sta nel loro protagonismo politico, nel loro farsi classe dirigente che dal locale si spinge a concorrere alle scelte politiche e di governo nazionali.
La seconda chiave di lettura è la conquista di una reale autonomia. Stiamo facendo passi indietro su questo terreno e dobbiamo vedere questa realtà con grande lucidità. Quali sono i pilastri di una reale autonomia? Sono tre. L’autonomia finanziaria, l’autonomia statutaria, l’autonomia organizzativa.
La prima è documentato ormai concordemente da tutti gli istituti d’analisi e di controllo paradossalmente dal 2001, anno di entrata in vigore del nuovo titolo V della Costituzione si è ridotta in particolare per i comuni. Il colpo inferto all’ICI come sappiamo fa nuovamente dipendere una parte significativa delle entrate dalla restituzione da parte dello stato centrale del mancato introito. A questo dobbiamo aggiungere il blocco delle addizionali.
La seconda, l’autonomia statutaria, conquistata con la legge 142 del 1990 è continuamente erosa dalle incursioni che lo stato centrale fa inserendo norme ordinamentali nelle annuali leggi finanziarie. Ad esempio Il comune e la provincia con i loro statuti autonomamente debbono poter decidere se avere degli organi di partecipazione democratica o meno, se vogliono dotarsi della figura del difensore civico o no.
La terza, l’autonomia organizzativa è anch’essa legata alla autonomia statutaria. Si tratta di una autonomia fondamentale se si vuole che al centro del lavoro delle strutture burocratiche comunali e provinciali ci sia il programma del sindaco o del presidente, e le linee di governo approvate dai consigli nella prima seduta successiva alle elezioni. Cioè se si vuole dar corso concreto al mandato ricevuto dagli elettori. Solo praticando l’autonomia organizzativa si può agire sul funzionamento delle macchine burocratiche, renderle moderne, efficaci, efficenti, trasparenti. L’alternativa è il dirigismo centrale che pretende di determinare da Roma il funzionamento del piccolissimo comune e della grande città, della città media del nord e di quella del sud alla ricerca di una omologazione che ha fatto danni incalcolabili alla macchina burocratica del paese. Imporre la soppressione della figura del direttore generale è un non senso storico, come lo sarebbe dire che quella figura va bene sopra un certo numero di abitanti ad esempio 100 mila e non sotto perché in verità l’utilità dell’innesto di una figura manageriale dipende da ciò che deve fare quel comune in quel particolare momento storico e non da altro.
Sono questi fatti lesivi dell’autonomia che ci fanno dire che in barba al federalismo predicato sia in presenza di un centralismo mai visto prima.
La terza lente con cui leggeremo la Carta sarà la funzionalità del sistema. Rivendico a Legautonomie di non aver minimamente assecondato l’astruso dibattito sulla soppressione delle Province e delle Comunità Montane. Assieme alla netta opposizione alla manomissione dell’ICI fin dal Governo Prodi è per me motivo di orgoglio. Noi siamo davvero tesi a fare un ragionamento rigoroso sulla funzionalità del sistema e la nostra stessa natura ci consente di non chiuderci in posizioni corporative a difesa di questo o quel ramo del sistema. Quello che ci anima è la volontà di mettere in pratica davvero i principi di sussidiarietà, di differenziazione di adeguatezza previsti nella Costituzione e decisivi per offrire al paese un sistema più semplice, con minori sovrapposizioni e più adeguato a fornire i servizi che la società richiede. Ma non asseconderemo mai dibattiti che servono per andare sui giornali a prescindere dal fatto che poi si decida qualcosa. E’ davvero gattopardesco il sistema di parlare a vuoto affinché nulla cambi. Diceva l’altro giorno il prof. Ferrarotti: le classi dirigenti oggi parlano e non decidono perché meno decidono e più durano. Verissimo!
Invece per la funzionalità del sistema qualcosa bisogna decidere e in modo netto. In primo luogo bisogna definitivamente abbandonare la cultura ministerial-municipalista. Ovvero quella cultura da un lato centralista e dall’altro paternalista verso il localismo anche nelle sue forme degeneri. Centralismo e localismo vanno di pari passo e sono gli ostacoli che si frappongono ad un moderno sistema delle autonomie locali e delle regioni così come secondo noi è scritto nel titolo V della nostra Costituzione.
Per fare questo siamo chiamati a dar prova di coraggio e di capacità di autoriforma.
Che con il nuovo titolo V della costituzione dovesse cambiare solo il modo di essere dello stato centrale è una idea che noi non abbiamo mai condiviso, sono tutti i livelli istituzionali ad essere chiamati alla prova del cambiamento.
Per farlo bisogna far leva oltre che sui fattori direi tradizionali di una cultura autonomista sui quelli potenzialmente innovativi del sistema. Quelli che possono modernizzare e dare dinamismo al sistema. Essi sono tre.
Il primo è il nuovo ruolo delle regioni. In questi ultimi anni c’è stato un dibattito in taluni casi assolutamente motivato sui rischi del neo centralismo regionale. Un pericolo vero! Ma se da questo pericolo facciamo discendere che comuni e province continuano a ricercare la loro le
gittimazione nel rapporto con lo stato centrale il risultato sarà che non cambierà niente. Le autonomie devono invece rivolgere la sfida e la cooperazione verso le regioni per dare vita a veri sistemi regionali delle autonomie e sfidare le regioni a cambiare, ad essere le nuove regioni che la Costituzione richiede. E’ in quella sede che possiamo mettere in pratica davvero un lavoro sul principio di adeguatezza che non può essere calato verticisticamente dall’alto ma deve essere il frutto di una forte concertazione a livello delle singole regioni. E’ questo un modo per dare un senso anche ai CAL che abbiamo voluto tanto fortemente salvo poi disinteressarci di ciò che concretamente fanno.
Senza un nuovo ruolo delle regioni molte delle nostre aspirazioni di riforma andranno deluse, e vorremmo tanto che chiusa la telenovela delle candidature le prossime elezioni regionali si concentrassero su questo. Vincere la sfida di dare senso a regioni di tipo nuovo, del presidente e non del governatore, sarebbe la migliore risposta a quel passo falso fatto con le elezioni regionali del 2005 che segnarono sul piano politico un momento basso nel dibattito nazionale sul federalismo e l’avvio di una fase di discredito del sistema.
Il secondo fattore dinamico sono le forme associate obbligatorie dei comuni per esercitare alcune loro funzioni fondamentali.
Non accetteremo mai che il comune, come dice la bozza Calderoli, non sia più titolare della pianificazione urbanistica ma semplicemente vi partecipi. Nel contempo sappiamo che la necessità di interrelazione fra comuni contermini è oggi indispensabile per fare una buona pianificazione urbanistica. Il ragionamento vale analogamente per il sociale e per tante altre funzioni.
Siamo pronti. Saltiamo questo fossato. Ciò che prima era per quanto auspicabile facoltativo diventi, per alcune funzioni da definire insieme, obbligatorio. Daremmo un contributo eccezionale alla lotta alla frammentazione istituzionale. Ma proprio perché eravamo e siamo convinti di questo ci è sembrato assurdo tutto il dibattito sulla eliminazione delle Comunità Montane che sono appunto una forma obbligatoria di associazionismo dei comuni senza contare la rilevanza che una politica per la montagna ha e deve avere in futuro nel nostro paese. Proprio qui in Toscana ne sapete qualcosa.
Il terzo fattore dinamico del sistema possono essere le città metropolitane per le quali continuiamo a ritenere che un certo dibattito sulla forma istituzionale ci fa ritardare l’avvio della sperimentazione di politiche metropolitane che sono poi la ragione vera per cui le città metropolitane devono nascere.
LA CRISI
Mi sono soffermato a lungo, forse troppo sul riassetto del sistema istituzionale nazionale e locale. Ma l’ho fatto perché sono convinto che questo è uno dei contributi più importanti che possiamo dare ad un paese che a causa della crisi e del mutamento dello scenario economico mondiale è chiamato a ripensare profondamente se stesso.
Perché sono i cambiamenti epocali che abbiamo davanti e la profondità della crisi che stiamo vivendo i fattori cui dobbiamo volgere continuamente lo sguardo: questione democratica e questione sociale. Noi non possiamo dire al sindacato come deve tutelare i lavoratori ne ad un imprenditore come rilanciare la propria impresa, ma ciò che è nostro ed è utile dobbiamo farlo e bene.
Lo scenario purtroppo realistico che abbiamo davanti è fatto di un livello alto e crescente di disoccupazione, di una crescita molto modesta, di un crescente livello del debito pubblico. Questo è e sarà per qualche anno il paese reale.
La prima cosa che intendiamo proporre è un patto sociale fra autonomie locali, regioni, sindacati dei lavoratori, associazioni imprenditoriali per portare alla ribalta del dibattito politico nazionale questo paese reale e rompere la mistificazione della realtà che si è fatta in questi mesi e si continua a fare.
A livello degli occhi di un sindaco i disoccupati non sono invisibili, come non sono invisibili le file davanti alle mense della caritas o di altre associazioni caritatevoli, non sono invisibile le aziende che chiudono o sono sottoposte a durissime ristrutturazioni, i negozi che chiudono e gli artigiani con l’acqua alla gola. Nel momento stesso in cui rivendichiamo il prezioso lavoro fatto dalle regioni e dalle autonomie locali diciamo anche che avremmo potuto fare di più se l’atteggiamento del governo nazionale fosse stato diverso.
Allora intendiamo rilanciare il senso del nostro ruolo possibile sia per fronteggiare la crisi sia per ripartire. E sul nostro contributo vogliamo coinvolgere gli attori sociali e i cittadini. A tal proposito prendendo spunto da una iniziativa messa a punto dalla lega dell’Emilia Romagna proponiamo agli amministratori comunali e provinciali di uscire dalle loro sedi, montare i gazebo in piazza e raccogliere le firme dei cittadini su una petizione popolare che evidenzi lo stato dei comuni e delle province e le richieste che facciamo per dare il nostro contributo al paese che soffre:
1 un sostanziale incremento del fondo per le politiche sociali motivato anche dal fallimento degli interventi verticistici fatti dal governo con la social card e con il bonus famiglia. Se si vogliono aiutare le persone e le famiglie in difficoltà è attraverso i comuni che bisogna passare e il fondo sociale è senza dubbio lo strumento più efficace.
2 una moratoria del patto di stabilità interno per consentire un grande piano di piccole opere che consenta di dare lavoro e di pagare almeno in parte le imprese creditrici che magari rischiano di andare a fondo. La nostra è una proposta responsabile anche sotto il profilo della tenuta dei conti pubblici. Noi rivendichiamo il contributo coerente e rigoroso dato in questi nel rispetto dei tetti e dei saldi che ci sono stati imposti. Sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario. Può dire altrettanto lo stato centrale? Ma oggi è davvero miope non consentire di liberare risorse congelate nei comuni e nelle province ovvero di riaprire per un anno i rubinetti della spesa per dare un contributo anticiclico concreto e immediato.
Terzo un intervento straordinario per il Sud che sta pagando il prezzo più alto della crisi a partire dalla restituzione dei fondi FAS impropriamente distratti dalla loro destinazione naturale.
Non sono proposte corporative e pensiamo che sia possibile trovare su questa base il consenso dei sindacati e delle imprese per una forte azione comune.
Ma non è certo sufficiente chiedere, rivendicare. Io credo che gli enti locali debbano essere attori di una svolta forte culturale e operativa nel modo di vivere e di relazionarsi nelle nostre più o meno grandi città. Credo cioè che la crisi ci debba spingere ad accorciare le reti, a mettere a fuoco un progetto che chiamerei “fare comunità”. Rendendo centrale ciò che oggi è troppo spesso marginale: il volontariato, l’associazionismo, le azioni di mutuo soccorso come le banche del tempo, il banco alimentare, i gruppi d’acquisto ecc. Il comune potrebbe diventare il soggetto che innesca, promuove una serie innumerevole di azioni positivi da far svolgere direttamente alla società civile e che possono incidere davvero sulla vita quotidiana delle persone e delle famiglie. E fare di tutto ciò una azione centrale, visibile, caratterizzante.
Comunque il nostro protagonismo nella crisi non crediamo si debba fermare qui. Il sistema delle autonomie locali e delle regioni deve rivendicare un ruolo forte sul futuro, sul modello di sviluppo che si sceglierà di promuovere nella consapevolezza che passata la fase acuta della crisi non torneremo al punto di partenza.
A nostro pare proprio la natur
a finanziaria della crisi trasformatasi poi in crisi dell’economia reale e in gravissima crisi sociale, dovrebbe richiamare l’attenzione delle classi dirigenti largamente intese sulla necessità di ripartire con un modello di sviluppo fortemente ancorato ai territori. La crisi, o la trasformazione, di alcuni settori maturi, penso all’auto ma anche al tradizionale volano dell’edilizia residenziale, sollecita inoltre politiche anche pubbliche per la creazione di nuove imprese e l’apertura di nuovi settori di imprenditoria possibile. Si tratta di riprendere il filo di un lavoro che aveva conosciuto un certo successo nei primi anni novanta e poi abbandonato sotto la spinta della finanziarizzazione dell’economia che ci ha fatto credere superata l’importanza del rapporto fra impresa, territorio, cultura, coesione sociale.
Si tratta di far evolvere nelle condizioni mutate quella cultura imprenditoriale, sociale, di governo locale che così ha positivamente segnato la vita dei nostri territori con i distretti produttivi. Le eccellenze manifatturiere che si salveranno andranno accompagnate dalla riscoperta della agricoltura di qualità, dalla valorizzazione dei beni culturali,naturali, paesaggistici a partire dai nostri tanti e diversi entroterra, da nuove strategie di promozione turistica, da dosi massicce di ricerca, di innovazione tecnologica e quindi di rapporto con le università. Gli enti locali rivendicano un ruolo primario in questo auspicabile scenario e vogliono guidare quel percorso verso una green economy di cui tutti parlano giustamente.
IL FEDERSALISMO FISCALE
E’ del tutto evidente che per svolgere questo ruolo abbiamo bisogno di recuperare autonomia finanziaria e la concreta possibilità di programmare.
Abbiamo giudicato positivamente il lavoro parlamentare fatto per l’attuazione dell’art.119 della Costituzione, ma oggi non se ne sa più nulla. La commissione bicamerale che doveva essere istituita per l’esame dei decreti attuativi non c’è ancora e di decreti non se ne vede traccia. Bisogna accelerare e lo diciamo in modo pressante e costruttivo al governo. Un processo che già nelle previsioni si ipotizza lungo rischia di abortire prima di nascere.
La materia è certo complessa ma non vorremmo che certi ritardi dipendano dal fatto che il governo si sia reso conto che la legge diversamente da come è entrata in Parlamento vi è uscita con dei paletti che arginano il rischio di premiare l’egoismo territoriale a vantaggio di una dinamica positiva che il federalismo fiscale può attivare proprio al sud.
Passare dalla spesa storica ai costi standard, prevedere la copertura totale dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali, guidare il fondo perequativo verso una sorta di patto di convergenza sul modello europeo, impegnerà tutti i livelli istituzionali ad ogni latitudine geografica essi si collochino ma soprattutto offre alle classi dirigenti del mezzogiorno di accettare la sfida della responsabilità e del cambiamento. Cioè esattamente ciò che serve al paese per recuperare quel fallimento di cui ho parlato all’inizio nel processo di reale unità dell’Italia.
Del resto noi l’abbiamo sempre detto il vero banco di prova del federalismo fiscale sta nel come incentiva la responsabilità delle classi dirigenti locali, valorizza le pratiche virtuose ma anche di come consente un recupero del ritardo del sud in termini di dotazione di servizi e di opportunità di crescita.
Inoltre c’è una criticità che noi abbiamo denunciato e che ci attendiamo venga risolta. La definizione chiara delle imposte su cui si basano le entrate proprie dei singoli livelli istituzionali. Questo è un punto dirimente perchè senza entrate proprie non c’è reale autonomia e senza autonomia non c’è effettiva responsabilità. Se il sistema si fonderà ancora prevalentemente sulla compartecipazione ai tributi nazionali non farà il salto di qualità che deve fare.
Per questo noi insistiamo a proposito dei comuni che venga introdotto una imposta propria la cui base imponibile siano i patrimoni immobiliari, non la vogliono chiamare ici la chiamino pure come vogliono, ma per i comuni è fondamentale come è irrinunciabile che si riprenda il percorso di decentramento del catasto.
PER UN MOVIMENTO DELLE AUTONOMIE
Come Credo che si sia inteso dalle cose che ho detto noi riteniamo che la battaglia politica per l’affermazione di un sistema delle regioni e delle autonomie che cambi davvero il modo di essere dello stato centralista e burocratico e apra una nuova stagione della Repubblica Italiana più unita e più forte è tutt’altro che compiuto: serve un movimento che nello stesso tempo sia istituzionale e politico, tecnico e programmatico.
Per la sua affermazione servono almeno tre grandi protagonisti: i partiti, il parlamento, le associazioni delle autonomie locali.
Ho messo al primo posto i partiti perché sono stati i grandi assenti della stagione riformatrice che si è aperta nei primi anni novanta. Anzi per non tirarla troppo per le lunghe credo si possa dire che quel movimento in piena destrutturazione della prima repubblica, nel mezzo di una crisi politica, morale e istituzionale, si è affermato proprio in assenza dei partiti, supplendo quel vuoto lasciato libero dai partiti e qualche volta contro i partiti. Sono certo di poter dire che l’assenza di grandi partiti popolari che facciano propria la cultura innovatrice contenuta nel titolo V della seconda parte della Costituzione e nella esperienza di governo di tante amministrazioni innovative finisce per indebolire fino ad uccidere il movimento delle autonomie. La cultura autonomista nei grandi partiti popolari della prima repubblica c’era anche se in condizioni di subalternità alla cultura dominante dello stato centrale. Oggi quella cultura autonomista può diventare egemone nei partiti e fare ed aiutarli a tornare ad essere grandi, radicati, popolari. La frammentazione politica i partiti persona sono dannosi per un grande disegno riformatore quale è quello richiesto dal movimento delle autonomie. Ci vogliono i partiti e soprattutto ci vogliono grandi partiti nuovi nella loro cultura e nel loro progetto di paese.
Ho messo al secondo posto il Parlamento perché devo confessare che sentendo parlare delle autonomie locali certi parlamentari e certi gruppi politici rimango basito, tanta è l’ignoranza sulla realtà delle questioni che si trattano e la sudditanza alla vulgata dell’ultimo articolo che esce su un grande quotidiano. Le autonomie hanno bisogno della centralità del parlamento e di un nuovo parlamento. Il dialogo ristretto fra il governo 3e gli esecutivi regionali e locali finisce per nuocere alla centralità del Parlamento e alla affermazione della cultura autonomista.
E veniamo alle associazioni e mi verrebbe voglia di cominciare una nuova relazione. Non vi preoccupate. Mi limito a dire questo. Noi vediamo che cosa succede in ANCI e UPI e ci sembra che le cose così non vadano bene. Noi siamo affezionati ad ANCI e UPI perchè è la nostra storia che lo dice. Ricordo che Massimo Severo Giannini che collaborò con la Lega dei Comuni Democratici sosteneva la doppia adesione alle due associazioni e definiva l’ANCI una associazione tecnico/ politica e la Lega politico/tecnica. C’è del vero in questa definizione. Noi teniamo all’unità dell’ANCI e al suo ruolo ma così come lo svolge finisce per far prevalere totalmente l’aspetto istituzionale e tecnico e mortificare quello della battaglia politica proprio di un movimento delle autonomie.
Proprio per questo noi chiediamo che ANCI e UPI non facciano il p
asso verso la loro istituzionalizzazione per legge. Immolando la loro residua autonomia sull’altare della esclusività del rapporto con lo Stato centrale. Sarebbe un colpo mortale per le autonomie e ci indebolirebbe tutti nelle battaglie difficili e ancora lunghe che ci attendono.
Del resto in assenza di un ruolo delle associazioni sul piano della iniziativa politica il risultato saranno i movimenti spontanei degli amministratori e lo spappolamento di una visione d’insieme. Si muovono i comuni del Nord EST per chiedere il 20% del loro gettito irpef. Si muovono gli amministratori del sud che paventano addirittura un partito del SUD. C’è in atto un movimento degli amministratori del centro Italia cui noi guardiamo con interesse. Insomma la realtà non si fa mettere in scatola.
Allora bisogna puntare ad un cambiamento delle stesse associazioni, superare una visione corporativa che ci danneggia, mettere al primo posto la visione di sistema e per quanto ci riguarda rilanciare il progetto di una Confederazione delle Associazioni delle Autonomie che apra un percorso sinergico dentro cui tutti saremo in discussione per dare una rappresentanza e una voce più adeguata ad un mondo delle autonomie che non è più quello del secolo scorso.
Legautonomie e Uncem hanno già avviato questo percorso e speriamo davvero di poterlo progressivamente condividerlo con tutte le altre associazioni.
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