Posso dire di aver vissuto la candidatura di Pierluigi Bersani a segretario del PD fin dai suoi primi passi. Eravamo in pochi quando nella saletta della fondazione ItalianiEuropei ci disse che lui si sarebbe candidato “comunque” quando sarebbe stato convocato il congresso. C’era ancora Veltroni alla segreteria del partito.
In quel “comunque” c’era tutta la determinazione di cui ha dato prova nei mesi successivi e non c’era niente che potesse far pensare ad una ambizione personale, ad una logica correntizia, a qualcosa che avesse a che fare con una bramosia di potere. Ma c’era tutta la convinzione che le cose non andavano bene, che il progetto del PD stesse naufragando e che in ogni caso stesse prendendo una piega che lui non condivideva e che avrebbe spinto tanti ad allontanarsi dal PD.
Possiamo dire che partiva a piedi e con poco in mano. Se vi dicessi come fosse difficile portarlo a ragionare sul fatto che un progetto così impegnativo avrebbe comportato da subito organizzarsi, mettere a posto quel suo sito statico e insignificante che aveva, trovare una sede, cominciare a fare il punto su chi e come avrebbe potuto dargli una mano. Niente da fare era come parlare al vento: “ c’è tempo”; “ho qualche idea che può essere utile al partito”; “non voglio in nessun modo essere quello che passa da uno che vuole sfasciare”. E i giorni passavano.
Questo suo atteggiamento si rivelò in tutta la sua chiarezza al momento delle dimissioni di Veltroni che certo lui non voleva e non chiese mai. Non fece una piega. “Si vota Franceschini”; “prima di tutto viene la ditta”. Era chiaro come il Sole che Dario poi si sarebbe candidato e a quelli che gli chiedevano: “avete un accordo?” “Sei sicuro che poi non si candida?”. La risposta era semplice: no.
Poi arriva il momento, le idee Bersani comincia a metterle nero su bianco prima al Capranica poi all’Ambra Jovinelli. Ma credetemi di chiaro c’erano solo le idee; le adesioni aumentavano ma non eravamo certo in presenza di una gioiosa macchina da guerra.
Le idee si dice che abbiano la testa dura e anche Bersani ha la testa dura. “Vado per la mia strada”. “Vado con il mio passo”. Altri magari dovevano correre, improvvisare. Ma lui con il suo passo e le sue idee sotto il braccio sembrava imperturbabile.
Lo avranno disturbato certi giudizi che vennero fuori durante la fase congressuale, certe etichettature come: “si torna al passato” “è vecchio” “è il braccio di D’Alema”? Certo che si! L’ha mai dato a vedere, ha fatto pesare queste cose sul suo atteggiamento nel congresso, ha mai risposto a tono? Certo che no! Con il suo passo e le sue idee sotto il braccio.
Se non è una lezione questa!
Ma non basta. Fatte le primarie e vinte bene, molto bene. Per lui il congresso è finito subito. Includere, includere e ancora includere sembra essere stato il mantra che si deve essere ripetuto qualche milione di volte. Incomprensioni con i suoi sostenitori? Credo tante. Queste incomprensioni lo hanno smosso di una virgola? Nemmeno per idea.
E si arriva alla prima riunione della direzione. Mica vi aspetterete che si butti in lunghe e dotte analisi, che ovviamente sa fare? Macchè! La prima riunione della direzione parla di come organizzare il partito e lo fa in modo minuzioso, quasi didascalico come uno che sa che c’è tutto ma proprio tutto da rifare. Una cosa mai vista prima. Avete in mente l’idea di entrare in una stanza dove non c’è niente al suo posto? Avete tre scelte, girare i tacchi e chiudervi la porta alle spalle; declamare sul come sarebbe bella la stanza se fosse a posto come la vorreste voi; mettervi a raccattare la roba e cominciare a fare spazio. Ecco, ovviamente ha scelto la terza.
Oggi ha nominato la segreteria tredici persone, sette uomini e sei donne; età media 41 anni. Credo che non ci sia nessuno in direzione che possa dire di conoscerli tutti e tredici forse nemmeno lui. E’ un azzardo? Forse; ma il professor Bersani è cosi con il suo passo e le sue idee sotto il braccio, va.
Possiamo dire che partiva a piedi e con poco in mano. Se vi dicessi come fosse difficile portarlo a ragionare sul fatto che un progetto così impegnativo avrebbe comportato da subito organizzarsi, mettere a posto quel suo sito statico e insignificante che aveva, trovare una sede, cominciare a fare il punto su chi e come avrebbe potuto dargli una mano. Niente da fare era come parlare al vento: “ c’è tempo”; “ho qualche idea che può essere utile al partito”; “non voglio in nessun modo essere quello che passa da uno che vuole sfasciare”. E i giorni passavano.
Questo suo atteggiamento si rivelò in tutta la sua chiarezza al momento delle dimissioni di Veltroni che certo lui non voleva e non chiese mai. Non fece una piega. “Si vota Franceschini”; “prima di tutto viene la ditta”. Era chiaro come il Sole che Dario poi si sarebbe candidato e a quelli che gli chiedevano: “avete un accordo?” “Sei sicuro che poi non si candida?”. La risposta era semplice: no.
Poi arriva il momento, le idee Bersani comincia a metterle nero su bianco prima al Capranica poi all’Ambra Jovinelli. Ma credetemi di chiaro c’erano solo le idee; le adesioni aumentavano ma non eravamo certo in presenza di una gioiosa macchina da guerra.
Le idee si dice che abbiano la testa dura e anche Bersani ha la testa dura. “Vado per la mia strada”. “Vado con il mio passo”. Altri magari dovevano correre, improvvisare. Ma lui con il suo passo e le sue idee sotto il braccio sembrava imperturbabile.
Lo avranno disturbato certi giudizi che vennero fuori durante la fase congressuale, certe etichettature come: “si torna al passato” “è vecchio” “è il braccio di D’Alema”? Certo che si! L’ha mai dato a vedere, ha fatto pesare queste cose sul suo atteggiamento nel congresso, ha mai risposto a tono? Certo che no! Con il suo passo e le sue idee sotto il braccio.
Se non è una lezione questa!
Ma non basta. Fatte le primarie e vinte bene, molto bene. Per lui il congresso è finito subito. Includere, includere e ancora includere sembra essere stato il mantra che si deve essere ripetuto qualche milione di volte. Incomprensioni con i suoi sostenitori? Credo tante. Queste incomprensioni lo hanno smosso di una virgola? Nemmeno per idea.
E si arriva alla prima riunione della direzione. Mica vi aspetterete che si butti in lunghe e dotte analisi, che ovviamente sa fare? Macchè! La prima riunione della direzione parla di come organizzare il partito e lo fa in modo minuzioso, quasi didascalico come uno che sa che c’è tutto ma proprio tutto da rifare. Una cosa mai vista prima. Avete in mente l’idea di entrare in una stanza dove non c’è niente al suo posto? Avete tre scelte, girare i tacchi e chiudervi la porta alle spalle; declamare sul come sarebbe bella la stanza se fosse a posto come la vorreste voi; mettervi a raccattare la roba e cominciare a fare spazio. Ecco, ovviamente ha scelto la terza.
Oggi ha nominato la segreteria tredici persone, sette uomini e sei donne; età media 41 anni. Credo che non ci sia nessuno in direzione che possa dire di conoscerli tutti e tredici forse nemmeno lui. E’ un azzardo? Forse; ma il professor Bersani è cosi con il suo passo e le sue idee sotto il braccio, va.
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