1. La Lega delle Autonomie difende la scuola pubblica.

La scuola pubblica nel nostro Paese presenta da tempo i ritardi e le insufficienze che tutti riconosciamo e manifesta l’urgente necessità di affrontarle per porvi rimedio e renderla più adeguata alle esigenze di progresso e di sviluppo della società di oggi e di domani. Si impone dunque una decisa ma accorta politica riformatrice, che impegni fattivamente e positivamente tutti i livelli istituzionali con responsabilità nel settore in quel sistema di governo coordinato e integrato delineato dalla Costituzione e più volte richiesto come necessario dalla Corte Costituzionale.

Sia pure nel quadro problematico ben noto e tra le molte emergenze, talvolta reali, talvolta presunte o ingigantite, è però da respingere un’immagine della nostra scuola – talvolta purtroppo enfatizzata anche dai mezzi di comunicazione – come un’istituzione in stato comatoso, che disperde risorse pubbliche in misura non più sostenibile e che, per questo motivo, deve essere riconsiderata e ridimensionata in profondità nel più breve tempo possibile.

E’ evidente, infatti, che intervenire sulla scuola significa incidere su uno dei pilastri fondamentali della nostra società e del suo futuro e che, al di là di ogni pur comprensibile e necessario processo di razionalizzazione della spesa pubblica, da realizzare anche attraverso la riorganizzazione degli istituti su base territoriale, si realizza, agendo in questo modo, una rovinosa operazione, culturale prima ancora che politica, peraltro già tentata in passato e rilanciata oggi con rinnovato vigore e palese arroganza. La tradizione e la connotazione giuridica e istituzionale delle autonomie locali non può tuttavia accettarla senza reagire in virtù delle loro prerogative ma soprattutto del loro ruolo di istanze di prossimità delle esigenze e dei diritti dei cittadini delle rispettive comunità. L’azione del Governo, infatti, rischia, più o meno consapevolmente, di mortificare in modo irrimediabile quel principio fondamentale della Costituzione, che assegna alla Repubblica il compito di assicurare ai cittadini in modo generalizzato, attraverso la istituzione di scuole statali di ogni ordine e grado, livelli di istruzione adeguati; è questo il presupposto di ogni diritto di cittadinanza nella società moderna, di una sostanziale parità di trattamento nelle condizioni di partenza per tutti i soggetti della collettività nazionale e, ancora di più, dell’enucleazione del merito e della sua effettiva considerazione e valutazione per la crescita sociale ed economica degli individui e della società.

Una scuola pubblica di qualità è infatti, soprattutto oggi, la migliore se non unica, garanzia nei confronti di quei settori più deboli della nostra società colpiti dalla crisi economica in atto. Una scuola pubblica rinnovata e qualificata è dunque la principale risposta che il nostro Paese dovrebbe mettere in atto per contrastare gli effetti della crisi globale. Non è casuale, del resto, che l’abbiano ben compreso gli altri Paesi, al nostro livello di sviluppo, che proprio sul sistema dell’istruzione stanno investendo risorse a attenzione riformatrice espansiva e non certo riduttiva.
Che cosa accade invece da noi? Vediamolo più da vicino di quanto abbiano finora consentito le dichiarazioni del governo, le polemiche politiche e le informazioni dei “media”.

2. La manovra economica estiva.

La vicenda ha inizio dall’articolo 64 del decreto legge n. 112/08 (convertita in legge n. 133/08), la cosiddetta finanziaria estiva di Tremonti. E’ di tutta evidenza che quell’articolo non ha mai rappresentato, contrariamente alla sua ipocrita rappresentazione, una realistica ipotesi di riforma dell’ordinamento scolastico. Infatti, pur proclamando le finalità di “una migliore qualificazione dei servizi scolastici” e di “una piena valorizzazione professionale del personale docente”, ha esclusivamente l’obiettivo, numerico/economico, di incrementare il rapporto tra il numero degli studenti e quello degli insegnanti: dall’8,94 del 2008-2009 al 9,94 da conseguirsi nel 2011-2012.
Non è cosa da poco né scelta indolore. Si tratta di una riduzione di 87.341 posti di docenza.
Anche per il personale non docente (c.d. ATA), si prevede un taglio sbrigativo: meno 17% sul totale dei posti, 42.500 da ridurre nel triennio 2009- 2011.
Non si è mai compreso, ed è certo difficile da spiegare, come queste operazioni, che comportano necessariamente una generale riduzione della capacità operativa del sistema scolastico e del tempo destinato allo studio, possano conseguire il risultato di “qualificare al meglio i servizi scolastici”.
Ciò non si ottiene sicuramente con una riduzione del tempo pieno e prolungato, con l’aumento del numero di alunni per classe, con la chiusura massiccia delle scuole nei piccoli comuni, e con la riduzione delle risorse per l’inserimento degli alunni stranieri e per il sostegno di quelli con disabilità!

Un successivo decreto legge, n. 137/08, stabiliva poi che nei regolamenti da emanarsi in forza dell’art, 64, comma 4, della legge 133/08, dovesse prevedersi che ”le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di 24 ore settimanali”. I medesimi regolamenti avrebbero dovuto consentire peraltro una più ampia articolazione del tempo scuola correlata alla domanda delle famiglie.

E’ ben evidente e chiaramente espressiva della vera finalità di questo intervento la sua immediata traduzione in termini finanziari:

a) nel 2012 il bilancio dell’ istruzione dovrebbe ridursi in termini assoluti di 3.188.956.598 euro;

b) negli anni scolastici 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012 con riferimento agli anni finanziari 2009, 2010, 2011, 2012 vi sarà una riduzione di erogazioni pari a 7.834.048.722 euro.

Gli oltre 130.000 posti di lavoro in meno e la somma di 7,834 miliardi sottratta alle retribuzioni rappresentano sinteticamente ma con innegabile evidenza quella conclamata riqualificazione del nostro sistema scolastico.

3. Il vasto movimento di protesta.

L’annuncio di queste ‘innovazioni’ ha suscitato, come si sa, un vasto movimento di protesta che ha unito gli insegnanti, i dirigenti e il personale amministrativo delle scuole, agli studenti, alle famiglie e a numerosissimi enti locali. Una protesta davvero vasta e corale, destinata certamente ad accentuarsi ed estendersi quando, con l’inizio dell’anno scolastico, i risultati dell’azione di governo inizieranno ad incidere sulla frequenza degli alunni, sull’organizzazione delle famiglie e sulle conseguenze sociali ed economiche della drastica diminuzione dei posti di lavoro degli insegnanti precari, peraltro senza possibilità, per loro, di attivare ammortizzatori sociali. Ciò nonostante, i provvedimenti hanno proseguito nel loro percorso e sono giunti ad una formulazione, negli auspici del governo definitiva, che rende ancora più gravosa la complessa operazione promossa con la legge



4. Gli effetti dei Regolamenti

I Regolamenti approvati il 27 febbraio 2009 dal Consiglio dei ministri, sulla base della legge e del piano programmatico in essa previsto, contengono soluzioni che, qualora dovessero divenire effettive, sono destinate a produrre effetti devastanti innanzitutto sulla scuola dell’infanzia e su quella primaria.
Colpiscono il funzionamento della scuola dell’infanzia introducendo un anticipo generalizzato delle iscrizioni a due anni e mezzo che ne alterano la natura, e di conseguenza anche le modalità di funzionamento, a partire dall’orario a tempo pieno.
Introducono in maniera generalizzata nella scuola primaria l’orario di 24 ore settimanali, eliminando l’attuale organizzazione didattica fondata su un orario di 30 ore settimanali affidata ad una pluralità di insegnanti.
Cambieranno di conseguenza i docenti in quasi tutte le classi della scuola primaria: con i riflessi sulla continuità didattica facilmente intuibili. Mai nella scuola italiana si era osato proporre ed imporre un approccio così devastante!



5. Il contenzioso e la discutibile delegificazione.

Tuttavia, in maniera senz’altro sorprendente, le procedure adottate dal governo per giungere all’approvazione dei regolamenti appaiono caratterizzate da anomalie tali da porne in forte e fondato dubbio la correttezza e la legittimità.
L’articolo 64 ha previsto infatti, per la sua concreta attuazione, regolamenti di delegificazione che avrebbero dovuto rispettare pedissequamente i criteri della legge ed essere circoscritti negli ambiti delle leggi che li hanno promossi: la stessa legge n.133/08, e l’art.4 della legge 169/08.
Analoga puntuale coerenza doveva essere garantita, sempre secondo la richiamata normativa, tra quanto era indicato da un apposito piano di razionalizzazione, predisposto dal ministro dell’istruzione di concerto con quello dell’economia, sentita la Conferenza Unificata, e previo parere delle commissioni parlamentari competenti, e quanto previsto negli stessi regolamenti. L’articolo 64, comma 4, prescrive espressamente che i regolamenti siano “adottati
in modo da assicurare comunque la puntuale attuazione del Piano”.

Ma del piano , dopo la pronuncia dei pareri da parte della Conferenza Unificata e delle competenti Commissioni parlamentari, si è persa, finora, ogni traccia.

In mancanza di questo presupposto è impossibile valutare le operazioni successive e la loro coerenza con le previsioni normative. Tant’è che i regolamenti, deliberati dal Consiglio dei Ministri e sottoposti al parere favorevole del Consiglio di Stato per la loro emanazione, non risultano ancora pubblicati, a distanza di mesi. Non sono dunque in vigore, e però hanno, di fatto, costituito il presupposto, pur essendo allo stato giuridicamente inesistenti, della successiva azione amministrativa, rendendola però del tutto illegittima e precaria. Circolari emanate, riduzioni di posti e di classi che si stanno operando non trovano allo stato attuale nessun supporto giuridico e rischiano di produrre danni gravi con conseguente responsabilità di chi li ponga in essere. Tanto più irrimediabile e rovinoso rischia di essere il danno in quanto non si opera, così come si dovrebbe, ma soprattutto come buon senso e leale collaborazione tra gli attori istituzionali renderebbero quanto mai opportuno, in continuo, proficuo dialogo con gli enti locali interessati alla ricerca di una soluzione che soddisfi al meglio tutti i variegati interessi in gioco, ma si agisce con arroganza centralistica che poco o nullo spazio lascia alla partecipazione collaborativa delle autonomie locali, in un’atmosfera politica, istituzionale e governativa, peraltro che ne esalta giustamente il ruolo e la capacità di governo.
Al di là di questo quadro generale vi sono poi nell’operato del governo, palesi contraddizioni e specifiche illegittimità che è bene esemplificare fin d’ora.
Non c’é alcun dubbio che il Piano e il Regolamento sul primo ciclo intervengano illegittimamente sulla scuola per l’infanzia. Nelle leggi deleganti, infatti, non vi è nessuna traccia di tale materia; né vi è traccia della materia dell’anticipo delle iscrizioni attualmente regolata per legge. Analogamente è certo che le leggi deleganti non abbiano previsto la sostituzione generalizzata del team, dei tre insegnanti ogni due classi, con il modulo del cosiddetto maestro unico caratterizzato da un orario settimanale di lezioni di 24 ore.
Solo per quanto riguarda i tempi di realizzazione della cosiddetta razionalizzazione della rete scolastica e il coinvolgimento, almeno in via di principio, delle Regioni e degli enti locali nella fase di assegna
zione del personale alle scuole il Governo ha dovuto accogliere il parere espresso dalla Conferenza Unificata rinviando di un anno la piena attuazione delle misure riguardanti l’accorpamento dei plessi e la soppressione di centinaia di scuole specialmente nei piccoli centri ma l’incognita sull’eventuale intesa, sulle sue modalità e sulla sua concreta attuazione, consiglia di mettere le mani avanti e accentuare attenzione e vigilanza su questa complessa ma decisiva partita per l’autonomia locale ma, più in generale, per l’interesse e l’avvenire di tutto il nostro Paese.


6. Il ruolo della Lega delle autonomie locali

La Lega delle autonomie locali, per questa ragione e in questa prospettiva, si propone di essere al fianco di tutti i soggetti, a cominciare naturalmente dagli enti locali, che intendano rivendicare la salvaguardia dei loro fondamentali diritti in una scuola pubblica che si vuole difendere e sviluppare, razionalizzandola ma non destrutturandola per poi proporre come necessarie e ineludibili ipotesi di privatizzazione che sarebbero la negazione di quei principi di generalità, parità di trattamento e meritocrazia che la nostra Costituzione afferma e che è dovere di tutti salvaguardare.
La Lega mette dunque a disposizione la sua organizzazione e potenzialità operativa per un duplice ordine di interventi:

 Assicurare, da un lato, una puntuale, continuativa opera di informazione e documentazione che, a partire dai servizi esposti nel suo sito Web produrrà una conoscenza esauriente su tutti gli atti e gli interventi che investiranno la scuola durante il prossimo triennio e anche oltre, ponendone bene in luce tutte le conseguenze.
 Garantire, dall’altro, un sostegno giuridico di consulenza e contenzioso, se necessario e richiesto, all’iniziativa di quanti, anche singoli comuni o province o utenti della scuola, vorranno riaffermare il proprio ruolo anche contestando la legittimità dei regolamenti e dei conseguenti atti amministrativi anche sul piano legale. Già in questo scorcio finale dell’anno scolastico, infatti, si offrono serie e motivate occasioni di iniziative o di interventi dinanzi ai giudici amministrativi sia per contestare anche come Lega, le soluzioni adottate dai regolamenti governativi che più danneggiano il sistema delle autonomie locali sia per sostenere ,con atti di intervento, i ricorsi che singoli comuni o cittadini avranno presentato sulle stesse materie. Si tratta di in primo luogo di contestare la legittimità della progressiva estensione a tutta la scuola primaria dell’abolizione del “TEAM” dei docenti per introdurre maestro unico. Ancora, l’abolizione delle compresenze sia per i moduli della scuola primaria funzionanti con 30 ore settimanali sia nel tempo prolungato della scuola secondaria di primo grado, produrrà l’inevitabile conseguenza della soppressione delle molte esperienze positive in atto con innegabile sconcerto e sconvolgimento delle abitudini acquisite dai ragazzi e dalle loro famiglie e sulle quali sono state consolidate le complesse organizzazioni della vita familiare. Non saranno più disponibili, infatti, quelle ore di compresenza che permettevano agli insegnanti di essere presenti e partecipare, anche svolgendo una funzione educativa non certo di secondaria importanza, alle occasioni di socializzazione offerte dalle ore dedicate alla mensa con i propri alunni. La richiesta di assicurare comunque tale essenziale servizio sarà dunque, inevitabilmente, rivolta in maniera pressante ai Comuni che, tuttavia, spesso, soprattutto per motivi finanziari, non saranno in grado di assolverla. All’inevitabile danno e conseguente conflitto con le proprie comunità sarà necessario contrapporre pertanto un’articolata risposta che chiarisca bene le reciproche competenze e responsabilità e non escluda, di conseguenza, la necessità di momenti di contestazione giudiziale dell’illegittimo operato del governo per le conseguenze dannose incautamente determinate con la sua azione. I risparmi conseguiti con i tagli all’organico docente non possono trasformarsi in nuovi onerosi impegni per le finanze comunali aggravandone ulteriormente il già precario equilibrio finanziario; conseguenza tanto più preoccupante in quanto si tratterebbe di compiti amministrativi che non spettano ai comuni e per i quali del resto non hanno ricevuto alcun finanziamento aggiuntivo. Ma l’impegno della Lega delle autonomie locali si pone anche nell’ottica di contrastare nel prossimo anno scolastico, su vari piani, le conseguenze di quello che potrà derivare da un eventuale ma possibile esito negativo dell’accordo sulla razionalizzazione della rete scolastica. Il Parere espresso dalla Conferenza unificata il 20 gennaio 2009 ha infatti ottenuto soltanto che il Titolo I del Regolamento approvato il 18 dicembre sia stato modificato, prevedendo per i criteri della razionalizzazione delle sedi scolastiche, piccole scuole, scuole di montagna, una specifica Intesa con la Conferenza unificata. Ma è anche vero che, stanti le premesse, tutta la partita è ancora da verificare nei contenuti. Del resto, proprio in questi giorni gli amministratori regionali, provinciali e comunali stanno verificando come, pur in assenza del relativo Regolamento, si stia dando concreta attuazione a quanto previsto al TITOLO II, Art. 2 ,comma 5, del medesimo. Stanno verificando cioè come in assenza di una normativa regolarmente vigente si proceda ugualmente con arrogante determinazione. Sarà dunque particolarmente interessante conoscere la loro valutazione ed il loro orientamento in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico, in un apposito seminario nazionale che vorremmo convocare, come Lega delle autonomie, nella prima settimana del mese di luglio, quando sarà possibile compiere una prima significativa verifica dello stato dell’arte.