Resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati

Atti Parlamentari — 15 — Camera dei Deputati
XVI LEGISLATURA — DISCUSSIONI — SEDUTA DEL 18 FEBBRAIO 2010 — N. 285

Signor Presidente, già diversi colleghi sono intervenuti nella giornata di ieri per evidenziare gli aspetti istituzionali di questo decreto-legge e, in particolare, il ricorso sistematico alle ordinanze come una delle forme attraverso le quali progressivamente si è snaturato il percorso decisionale nel sistema istituzionale del nostro Paese e si è alimentato, con il ricorso alla decretazione
d’urgenza e la posizione della questione di fiducia, lo svuotamento della funzione del Parlamento. Credo che questo aspetto vada comunque sempre richiamato, perché è all’origine di tanti dei problemi che oggi stiamo discutendo ed affrontando. Quando si smarrisce il senso di un percorso istituzionale democratico, coerente è del tutto evidente che si sa dove si comincia e non si sa dove si va a finire. Quando recentemente il Ministro Alfano, relazionando all’Assemblea sullo stato della giustizia, ha ricordato l’emergenza carceri ed ha annunciato la deliberazione dello stato di emergenza, personalmente ho provato un brivido per la schiena. Ho pensato tra me e me: ecco, è un’ulteriore occasione per opacizzare percorsi di appalti, commesse, consulenze, incarichi; è un altro modo per porre un problema vero di fronte al Paese e tradurlo, piegarlo ad interessi che possono essere sicuramente legittimi, ma per lo più, qualche volta, sono privati e poco chiari. La retromarcia che state per fare relativamente a parti significative di questo decreto-legge, in particolare all’articolo 16, è una rovinosa retromarcia. Credo che siamo di fronte ad un fatto emblematico, paradigmatico, che ricorderemo anche nelle settimane e nei mesi futuri. A mio parere, quello che sta accadendo in queste ore è che un’ideologia sta cadendo a pezzi: non è un singolo aspetto amministrativo, non è una singola scelta che viene messa in discussione, bensì è un’ideologia che ha animato coerentemente per quindici anni il berlusconismo in questo Paese, l’idea di potere che Berlusconi ha introdotto in questo Paese dopo la crisi della Prima Repubblica, dopo Tangentopoli e dopo la dissoluzione dei partiti che il nostro Paese ha conosciuto. Su cosa si fondava questa ideologia ? Innanzitutto si fondava su un’esaltazione oltre il ragionevole, oltre il limite, del privato. La negazione, cioè, che il sistema istituzionale e il sistema pubblico fossero ormai capaci di tutelare e di portare avanti l’interesse generale e il bene comune; l’idea che questo interesse generale, questo bene comune ormai andasse affidato all’iniziativa dei singoli, appunto al privato, al mercato, e che se c’era da scontare qualche elemento di cedimento all’egoismo, all’interesse particolare, ciò era sopportabile perché alla fine l’interesse del Paese sarebbe coinciso con quello del privato. Il secondo pilastro è la demolizione sistematica di ogni idea e funzione di una pubblica amministrazione degna di questo nome. L’abbiamo detto tante volte in questi anni: nel nostro Paese per tanti decenni si sono contrapposte due ideologie rispetto al tema della pubblica amministrazione. Da una parte, un’impostazione che affidava alla pubblica amministrazione il consenso elettorale, quello spicciolo, a costo anche di clientelismo e corruttela, insomma in cambio di voti; dall’altra parte, l’idea, che è quella che ha portato avanti in questi quindici anni la cultura di Governo del berlusconismo, del bypassare la pubblica amministrazione. Meglio demonizzare la pubblica amministrazione, meglio dire che è irriformabile pur di dire al Paese che non si può fare altro che girarle attorno, passarvi sopra, per evitare in qualche modo che la pubblica amministrazione, con le sue procedure, con le sue regole e con i suoi controlli, limiti, blocchi e impedisca di fare. Il fare è l’ansia di questo Presidente del Consiglio, un’ansia che ha trovato nella reiterata emergenza il suo luogo ideale per collocarsi. L’emergenza in questi anni, infatti, è stata assunta ad ordinarietà, ogni occasione è diventata emergenza, ma non perché lo fosse: lo è diventata perché in verità si doveva dimostrare che c’era il comandante in capo, cioè colui che più che svolgere le funzioni di Presidente del Consiglio svolgeva la funzione dell’angelo salvatore, quello che arriva sul luogo dell’emergenza, quello che dice: tranquilli, io penso, progetto e faccio. L’emergenza come luogo ideale per l’espressione e il dipanarsi appieno della cultura berlusconiana. Credo che quello che sta accadendo in queste ore sia l’epilogo di tutto questo, sia cioè lo smontarsi pezzo a pezzo di fronte al Paese di questa ideologia. Credo che ciò avvenga per alcune ragioni di fondo: la prima di tutte è che questa ideologia non è più in sintonia con il Paese, perché il Paese sta soffrendo e perde lavoro, perché ci sono imprese che chiudono, perché il Paese torna a dare valore al bene comune e sente nel ruolo delle istituzioni, nel ruolo che noi dovremmo svolgere, il baluardo e la difesa di questo bene comune. Lo fa quando parla della scuola, quando parla della sanità, quando parla degli ammortizzatori sociali e anche quando parla della protezione civile. Oggi non ci sarebbe più nessuna platea disposta ad applaudire Silvio Berlusconi
che va in piazza a dire: privatizzo la Protezione civile, perché così vi servirò meglio. Non ci crederebbe nessuno. Credo che da questo punto di vista possiamo dire che il dopo Berlusconi è già cominciato e non è un caso che sia venuto proprio da Tremonti il suggerimento a Bossi di fare questa marcia indietro su questo decreto-legge. Non è un caso che il Presidente Fini abbia dimostrato tutta l’insofferenza che garbatamente sa dimostrare quando non condivide scelte della sua maggioranza e del suo Governo. Sicuramente Berlusconi e voi governerete ancora, ma certamente sta venendo meno l’humus, il brodo di coltura sul quale avete costruito non un modello di Governo, ma una vera e propria ideologia in questi quindici anni. Dopo la grave crisi politica e dei partiti della Prima Repubblica, credo che sia cambiato profondamente – ed è il secondo aspetto sul quale vorrei riflettere – il rapporto tra l’economia e la politica. Questo è un altro aspetto che sta emergendo in queste ore. Non c’è politico avveduto che, ovviamente, non abbia riposto l’attenzione che merita sul sistema economico e sul mondo imprenditoriale. Questo ci è stato insegnato da chi ha governato per anni questo Paese, da chi ha animato anche nell’economia il ruolo dell’impresa pubblica che, insieme a quella privata, ha fatto uscire il Paese dall’arretratezza del dopoguerra. Ci hanno insegnato tutti, ovviamente, non soltanto la cultura della sinistra, quanto è importante il ruolo dell’economia nei cambiamenti sociali e civili di un Paese. Ma, dopo la fine della
prima Repubblica, si è rotto un meccanismo: la politica, da soggetto capace di ordinare, di regolare, di dare un senso al ruolo dell’economia, si è fatta dominare dall’economia stessa, e non dai grandi progetti industriali proposti da una economia sana e capace di indicare un cammino, un percorso di crescita e di sviluppo per il Paese, ma da tanti piccoli interessi, da tante piccole realtà, qualche volta anche dell’economia criminale, che progressivamente ha saputo risalire i rami delle istituzioni per arrivare a quel candidato, a quel Ministro, a quella figura. Questa alterazione nel rapporto tra l’economia e la politica è stato un altro elemento forte, caratterizzante i quindici anni di Governo e di presenza nella politica del berlusconismo. Il suo successo come imprenditore è stato quasi un elemento portato a giustificazione di questa alterazione nel rapporto tra l’economia e la politica. Credo che, se vogliamo trarre tutte le logiche conseguenze, anche dei fatti che leggiamo in questi giorni sui giornali, il problema non è invocare l’azione di questo o quel magistrato, non è affidarsi con un’aspettativa salvifica all’azione di questo o quel tribunale, il problema non è rifugiarsi in un angolo giustizialista. Il problema è che la politica, da ambo la parti – mi auguro – di questo emiciclo torni a riflettere sul rapporto che vi deve essere tra l’economia e la politica, tra l’economia e le istituzioni, sul ruolo che queste diverse componenti devono svolgere nella società. Vedo sempre, sia nel centrosinistra che nel centrodestra, troppi codazzi rispetto all’imprenditore di successo di turno o alla fondazione che si mette in campo per incidere nella politica. È un atteggiamento della politica che non

ci porterà mai del bene. Il terzo concetto che voglio esprimere è che piove sempre sul bagnato. Nel mezzo della bufera che si è scatenata sulla Protezione civile in queste settimane e in questi giorni, non dirò mai che il sottosegretario Bertolaso è una vittima, così come non avrei mai detto che era una vittima un dirigente del mio comune ove fosse successo qualcosa nel suo settore. Né dirò mai che il Governo non sapeva cosa faceva un suo Dipartimento, né condivido che il capo di quel Dipartimento, in qualche modo, si senta vittima di un complotto o di un raggiro. Intanto, signor sottosegretario, smetta per favore – glielo consiglio – di frequentare in modo così diffuso ed assiduo i talk show televisivi. Si concentri sui suoi problemi e, possibilmente, dia un contributo di onestà e lealtà per risolverli tutti insieme. Come dicevo, piove sul bagnato e la relazione della Corte dei conti che i giornali commentano oggi, e di cui davano notizia ieri, è un elemento che il popolo italiano legge in contemporanea con quello che sta avvenendo nel nostro sistema di protezione civile. È un aspetto che giustamente la gente deve leggere in contemporanea. Mi chiedo, infatti: il Ministro Brunetta ha condiviso e condivideva l’articolo 16 di questo decreto-legge ? Perché evidentemente nella trasformazione in Spa della Protezione civile, cioè degli aspetti operativi della Protezione civile, c’è un resa incondizionata all’idea che la pubblica amministrazione non sia in grado di affrontare nella sua ordinarietà, non un terremoto, non un’alluvione, ma l’organizzazione di un evento, di un festival, di una manifestazione sportiva, di un incontro al vertice tra i Ministri o Presi denti del Consiglio di diverse parti del mondo. Ma che pubblica amministrazione abbiamo ? Che pubblica amministrazione avete riformato e modificato in questi anni in cui avete governato ? Credo che si tratti di un aspetto assolutamente da sottolineare. Bertolaso sostiene che la pubblica amministrazione ordinariamente non sa fare i conti con il fattore tempo. È una grande questione, sulla quale ci siamo interrogati in tanti – quelli che hanno avuto modo di svolgere ruoli di responsabilità e di governo – a cui tutti devono rivolgere la loro attenzione. Certo, la pubblica
amministrazione deve farsi carico delle regole, delle procedure, della trasparenza, ma deve farsi anche carico del fattore tempo. È incredibile che, per dire che la pubblica amministrazione debba saper farsi carico del fattore tempo, aboliamo la pubblica amministrazione. Credo che sia un’alzata di bandiera bianca senza condizioni, cioè una resa totale. Che cosa ci sta a fare il Ministero della funzione pubblica ? Che cosa ci stanno a fare le tante brave persone che nella pubblica amministrazione chiedono soltanto di essere messe in condizione di lavorare ? Mi chiedo perché dovrebbero lavorare nel momento in cui non si perde occasione per dire: voi siete degli incapaci, ci pensiamo noi, arriviamo noi, arrivano le truppe, arrivano i nostri, ci pensiamo noi con l’emergenza e bypassando le regole. Poi non ci si può stupire che con la degenerazione morale ed etica anche la funzione amministrativa vada a farsi benedire.
La verità è che in questi quindici anni si è abbassato il livello delle regole in ogni campo. In ogni campo non c’è questione che non abbia visto un abbassamento generale delle regole di comportamento
rispetto alla legge e rispetto al bene comune e agli interessi generali del Paese. Questo è avvenuto anche nella pubblica amministrazione. E devo dire che non servono sicuramente i proclami, i soli proclami che abbiamo sentito in questi due anni dal Ministro Brunetta. Davvero sarei curioso di sapere se lui ritiene che ci si debba arrendere oppure se non vi sia qualche cosa da fare, cominciando a parlarne, cominciando a riconoscere che la pubblica amministrazione è uno strumento fondamentale della democrazia, che la pubblica amministrazione è un luogo di capacità e di professionalità che attendono soltanto di essere organizzate, modernizzate per essere messe a disposizione del Paese, e che bisogna riscoprire il buon nome della pubblica amministrazione e l’orgoglio di lavorare nella pubblica amministrazione. Ma se gli esempi, a partire dall’alto, sono quelli che vengono dati non c’è speranza e credo che noi non possiamo rassegnarci al fatto che non ci sia speranza. Torno a chiedere – l’ho fatto anche ieri – che non dobbiamo aspettare che le notizie sull’aumento esponenziale della corruzione in questi anni vadano a finire nell’ultima pagina dei giornali. Questa Assemblea capisca che queste notizie feriscono profondamente la parte sana e produttiva del nostro Paese, se ne faccia carico. Se ne discuta politicamente in modo franco e aperto; discutano le Commissioni di ogni aspetto di quella relazione del procuratore della Corte dei conti. Si provino a mettere in fila le contromisure, si dia insomma la sensazione che siamo qui per dire: abbiamo capito, ci facciamo carico, proviamo insieme a cambiare quello che c’è da cambiare. Se invece l’atteggiamento sarà – come a me sembra – quello di tirare avanti, del far finta di niente, del volgere lo sguardo dall’altra parte, non faremo altro che alimentare ancora questo senso di abbandono, e le pratiche poco civili e illegali che sono state evidenziate dalla relazione del procuratore della Corte dei conti sicuramente avranno un ulteriore incremento e sviluppo. L’ultima considerazione che vorrei esprimere è la seguente. Ritengo che dinanzi a quest’Assemblea sia posta una questione molto importante, un impegno comune: lavorare per restituire alla Protezione civile il suo prestigio. È un impeg
no che deve cominciare qui oggi. Ho la sensazione che là fuori ci sia un popolo offeso. Del resto che cosa volete che pensi la gente ? La gente ha avuto come la sensazione che qualcuno abbia cercato di rubare o abbia rubato nella cassetta delle offerte per la Croce rossa. Questa è la sensazione della gente: al peggio non c’è limite perché la Protezione civile porta con sé, nel suo nome, l’idea di bene comune, di intervento verso chi soffre e verso chi ha bisogno. Il manifestarsi in un modo così drammatico della situazione come si è manifestata in queste ore offende la gente, offende i valori di fondo del nostro popolo e delle nostre popolazioni. Ritengo che questo sia il tema che abbiamo di fronte, la responsabilità politica comune che abbiamo di fronte. Cominciare da oggi a restituire dignità alla Protezione civile. Anzitutto non dovete porre la questione di fiducia perché, se lo fate, date la sensazione che la Protezione civile è una cosa privata, una cosa di parte. Dovete evitare nel modo più assoluto il ricorso alla questione di fiducia. Dovete consentire che si apra un confronto vero nel merito degli emendamenti perché il decreto-legge che avete già modificato con quella rovinosa ritirata di cui ho parlato è ancora un decreto-legge che contiene aspetti molto negativi. Sottolineo: molto negativi. Credo che vi sia la possibilità di migliorarlo largamente con il contributo di tutte le forze parlamentari. Diamo cioè il senso, con le scelte che faremo in queste ore, di poter tornare al valore dei beni comuni, a riconoscerci cioè in una politica che dimostra
di assumersi le sue responsabilità, che non vuole tirare a campare, ma vuole cominciare, con gesti responsabili già da oggi, a dare segnali di cambiamento vero al nostro Paese

(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).