ROLANDO NANNICINI. Signor Presidente, Ministro e Governo, lei a conclusione della sua introduzione, richiamandosi all’addizionale IRPEF, ha detto che vi sono comuni spreconi che sono sopra lo 0,4 dell’addizionale. Ebbene la sua città, che è Bergamo se non sbaglio, è allo 0,6, quindi non si faccia prendere dalla foga dello sprecone. Infatti, un’amministrazione utilizza uno strumento fiscale e su questo ha polemizzato con noi, dicendo che siamo dei pentiti. Noi lo diciamo con molta franchezza: l’addizionale viene sempre pagata da chi paga le tasse. In generale, nella distribuzione di fatto l’80 per cento dell’IRPEF è costituito da pensione e lavoro dipendente. Quindi, su questo aspetto abbiamo avanzato una proposta alternativa che si basava sull’abolizione dell’addizionale Pag. 37IRPEF e per questa sua iniquità non utilizzabile la Tarsu, per sperimentare sul nucleo familiare, sul soggetto residente. Infatti, nella sua proposta e nella proposta della maggioranza ciò che manca è il cittadino residente in quel comune. Non si tratta di ragionare in questi termini in ordine alla tassazione: se si ospita con la tassa di soggiorno si avrà un’entrata, se c’è una seconda casa e vi sono le vacanze vi è una tassazione; noi pensavamo ad un’imposta municipale molto più autonoma rispetto alla proposta della maggioranza che facesse perno sull’abolizione dell’addizionale e sull’abolizione della Tarsu-Tia (da verificare dove era divenuta Tia con molta attenzione), anche sperimentando con correttezza quella che viene detta la bandiera del quoziente familiare.
Cos’è questo quoziente familiare? Non si tratta altro che di sperimentare, in questa fase di impostazione, sul numero dei componenti della famiglia – ed era possibile nell’intervento dell’imposta comunale autonoma – una tassazione sul soggetto residente. Questo è l’elemento di fondo. Avete messo la bandierina dell’ICI prima casa e non mi vergogno a dire che quei 3,3 miliardi sarebbero stati meglio spesi per sostenere il reddito dei pensionati, dei lavoratori e delle imprese, piuttosto che per mettere una bandierina su questo elemento. Infatti, la riforma del 1993 aveva dato ai comuni italiani la capacità di avere il 60 per cento della sola capacità impositiva come entrate proprie (provengo da una regione, la Toscana, dove i comuni hanno il 73 per cento della capacità impositiva) e non avete voluto aprire con noi una discussione su questo.
Dunque, ciò va bene ai commentatori nazionali dei giornali: una parte di questi ultimi, infatti, non vede il federalismo, lo ritiene solo chiacchiere e discussioni propagandistiche; una parte, invece, sostiene che è bello perché è federalista, perché, comunque, cambia e non ascolta fino in fondo le proposte della minoranza e del gruppo parlamentare del Partito Democratico.
Noi facevamo perno, quindi, su una riforma attenta e puntuale rispetto ai comuni: lasciateci dire che la maggioranza non li conosce. Riteniamo più attento quanto viene proposto per le province e le regioni, con le modifiche che si dovrebbero avere nella discussione aperta in sede di Commissione bicamerale. Pensiamo che in ordine a questo aspetto vi siano degli spazi, mentre, al contrario, con riferimento ai comuni, non vi sono.
Infatti, in Italia, i comuni sono 8.094: sotto i mille abitanti, sono 1.862, quasi un quinto dell’intera platea. Sotto i mille abitanti, si può organizzare un asilo nido? Si può dare alla popolazione residente un servizio corrispondente ai bisogni dell’assetto territoriale dei territori montani e di altri territori? Non si può fare, se non vi è un’unione di comuni. I comuni compresi tra mille e 3 mila abitanti, sono 2.619; sotto i 5 mila abitanti, vi sono complessivamente 5.700 amministrazioni territoriali, tutte meritevoli di essere presenti nel territorio.
Tuttavia, vi è una furbizia vostra e nostra: i tagli, cioè i 1.500 milioni del decreto-legge n. 78 del 2010, colpiscono i trasferimenti da sopprimere e, quindi, tra poco accadrà quanto segue. Considero, ad esempio, i comuni della provincia di Treviso: nel 2008, essi ricevevano 201 euro di trasferimento pro capite, meno 25, che è la media del decreto-legge n. 78 del 2010, ridistribuita male. Ebbene, con il federalismo di questa maggioranza, essi si troveranno ad avere 175 euro pro capite. Altre province d’Italia hanno 486 euro di trasferimento pro capite per ogni cittadino amministrato.
Quindi, se eravamo d’accordo nel superare il meccanismo della spesa storica, dovevamo introdurre, anche nel meccanismo dei tagli previsti nel decreto-legge n. 112 del 2008, una riflessione sui comuni dotati o sottodotati rispetto alla media nazionale ed educare i comuni che lei, signor Ministro, definisce «spreconi» – incluso il comune di Bergamo, che ha lo 0,6 per cento di addizionale sull’IRPEF – ad una riflessione sui trasferimenti dello Stato e alla capacità impositiva. Vediamo, dunque, qual è la base di questa grande capacità impositiva dei comuni: imposta di Pag. 38registro e di bollo sui trasferimenti immobiliari, imposta ipotecaria, imposta di registro sulle locazioni, tasse ipotecarie, gettito per immobili devoluto (il termine «devoluto» è veramente simpatico). Il tema è: il mercato immobiliare del 2008 è identico al mercato immobiliare del 2010 e del 2011? No. Calcoli precisi ci dicono che il gettito sul mercato immobiliare dal 2008 al 2010 e, come tendenza, al 2011 registra una riduzione del 23 per cento. Brava, questa autonomia finanziaria dei comuni italiani! Si basa su imposte che hanno andamenti di mercato che possono essere retti da grandi città, da città sopra i 100 mila abitanti, da amministrazioni sopra i 50 mila abitanti. Invece, dovevamo prevedere una soglia e diversificare il federalismo, perché gli 8.094 soggetti – mi scusi, signor Ministro e maggioranza – non sono uguali, non sono uguali: se tratto una platea di differenti, tutti nello stesso modo, faccio un pasticcio.
PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Nannicini.
ROLANDO NANNICINI. Concludo, signor Presidente. Quanto tempo mi rimane?
PRESIDENTE. Lei ha ancora 50 secondi.
ROLANDO NANNICINI. Mi scusi, signor Presidente. Allora, qual è il tema? È che dovevamo procedere non con la bandierina, ma cogliere l’occasione anche di avere il federalismo regionale – nel qual caso è corretto parlare di federalismo – e, siccome ci sono i trasferimenti dalle regioni ai comuni, fare un progetto armonico.
Voi insistete con le bandiere, siete voi ad essere affogati dalla situazione politica: se non si fa, si va alle elezioni, se si fa si torna indietro, si va avanti e indietro. Voi siete legati all’armonia ed alla discussione del dibattito politico nazionale, noi abbiamo detto un «no» convinto perché non risponde alle esigenze della legge n. 42 del 2009 ed a quella di una platea unitaria.
PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Nannicini.
ROLANDO NANNICINI. Concludo, signor Presidente. Quindi vi invitiamo, anche per quanto riguarda il federalismo provinciale e regionale, ad essere più attenti a questi elementi perché faremmo non una trasformazione giusta dello Stato italiano, che in sé noi condividiamo. L’autonomia finanziaria degli enti locali è una battaglia forte, che noi condividiamo, ma non condividiamo il pasticcio che si è fatto: prima c’è l’IRPEF, dopo ventiquattr’ore compare l’IVA; è un elemento volatile non è un elemento territoriale e non c’è nulla sulla responsabilità come residenti. La vedo sorridere, signor Ministro, perché lei afferma che si tratta di una proposta della minoranza.. In realtà è un pasticcio che avete fatto voi in attesa del voto, con la promessa del miliardo che Tremonti doveva trovare sulla cedolare secca per fare le deduzioni e le detrazioni. Quel miliardo non è arrivato e avete fatto il «pasticcio» dell’IVA.
PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Nannicini.
ROLANDO NANNICINI. Vi ringraziamo, ma a questi pasticci non partecipiamo e conserviamo la nostra originale impostazione sul problema del federalismo e dell’autonomia finanziaria di comuni, province e regioni italiane (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)
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