MAINO MARCHI. Signor Presidente, colleghi deputati, Ministro Calderoli, non sto a soffermarmi sull’iter di questo provvedimento bocciato in Commissione bicamerale. Sottolineo che esso arriva dopo che nel decreto legislativo sui fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province vi è stato un vero e proprio tradimento della legge delega. In quell’atto nulla si dice di elementi fondamentali come i livelli essenziali delle prestazioni, i livelli essenziali di assistenza, gli obiettivi di servizio, il patto di convergenza.
Si sovrappongono, di fatto, costi e fabbisogni standard e questo pesa negativamente anche su tutto l’impianto del federalismo fiscale municipale. Una delle caratteristiche fondamentali del federalismo fiscale, secondo la propaganda governativa, dovrebbe essere la semplificazione. Non a caso se ne occupa, in primo luogo, il Ministro per la semplificazione normativa. Ma su un pilastro del federalismo fiscale, quello dei comuni, si è costruito uno dei meccanismi più complicati che si potessero immaginare.
Altra idea importante è che il processo del federalismo fiscale dovrebbe, alla fine, provocare una maggiore disponibilità di risorse, almeno per i comuni cosiddetti virtuosi. Ebbene, quando il regime del federalismo fiscale municipale andrà a regime, nel 2014, tutti i comuni staranno peggio di sette anni prima, del 2007, quando potevano contare sulle entrate ICI sulla prima casa.
Il Governo afferma che i tributi statali assorbiti nelle imposte municipali non determineranno aggravio per il contribuente e, anzi, si riducono altre imposte. Non è così. Per mettere i comuni in condizione di fare i bilanci del 2011 già da quest’anno metà dei comuni potranno aumentare l’addizionale IRPEF, diversi potranno istituire l’imposta di soggiorno e tutte le imposte di scopo. Queste non sono forse più tasse per molti, se non per tutti? Inoltre dal 2014 l’IMUP per le imprese sarà molto più pesante dell’attuale ICI. Pag. 43Anche questo è più tasse, che è cosa diversa dalla neutralità fiscale, citata dall’onorevole La Loggia, tra riduzione dei trasferimenti e imposte attribuite ai comuni.
Poi il Governo sostiene che così si afferma il controllo del cittadino sulla spesa inefficiente. Vedo, pago, voto. Qui è solo «pago, pago, pago». Siccome l’imposta più importante è pagata da cittadini che possono non essere residenti, come i proprietari di seconde case e i proprietari degli immobili e delle imprese industriali e commerciali, salta qualunque collegamento tra i residenti che usufruiscono dei servizi e votano e chi paga. Chi paga non vede e non vota e chi vede e vota non paga.
Questi effetti distorsivi di ciò che dovrebbe essere un vero federalismo fiscale non sono, però, tutta colpa del Ministro Calderoli. La sua maggiore colpa è quella di far parte di un Governo che lo ha messo nella condizione di non corrispondere né allo spirito né alla lettera della legge n. 42 del 2009, di dover aumentare le tasse locali, di dover cercare meccanismi ipercomplicati, di non affermare il principio di responsabilità nel circuito amministratori-amministrati, di dover mettere in ginocchio gli enti locali.
Tre scelte del Governo hanno determinato questa condizione. In primo luogo, vi è stata la scelta di abolire completamente l’ICI sulla prima casa, con modalità favorevoli solo ai più ricchi, togliendo il pilastro dell’autonomia finanziaria dei comuni. L’albero storto lo avete determinato voi con quella decisione!
Poi vi è stata la scelta di concentrare i tagli su regioni, province e comuni nella manovra estiva. In terzo luogo, siete venuti meno all’impegno che voi stessi avete assunto nella manovra estiva, cioè non tenere conto dei tagli per il finanziamento delle funzioni fondamentali con i decreti legislativi sul federalismo fiscale. Invece, in tutti gli schemi dei decreti legislativi il punto fermo è la fissità dei saldi in base ai tagli dei trasferimenti della manovra estiva. Ecco perché, sulla base di queste scelte si è costretti ad abbandonare la definizione dei LEP e dei LEA, a far coincidere fabbisogni standard e costi standard, a rinunciare all’idea degli obiettivi di servizio e del Patto di convergenza.
Sempre per questi motivi avete detto «no» ad una proposta che avrebbe semplificato il sistema fiscale e determinato davvero l’effetto «vedo, pago, voto». La proposta, avanzata dal Partito Democratico, della service tax quale principale tributo manovrabile per i comuni, in sostituzione delle attuali Tarsu e della TIA e dell’addizionale comunale all’IRPEF. Avendo come presupposto la residenza, il soggiorno o il domicilio, temete che venga letta come reintroduzione dell’ICI sulla prima casa, anche se non è così. E, dunque, vi incuneate in un labirinto di meccanismi al limite della comprensione. E sempre queste scelte determinano, oggi e domani, l’ineluttabilità dell’aumento delle tasse comunali.
Oltre a tutto ciò, va considerato e riflettuto sul fatto che questo provvedimento non è coperto finanziariamente almeno su due aspetti. La prima questione riguarda la cedolare secca. La relazione tecnica, che accompagna la trasmissione dell’atto del Governo alle Camere, è simile a quella sull’ultima proposta del relatore nella Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Essa non dà, pertanto, alcuna risposta ai quesiti che il servizio bilancio dello Stato della Camera aveva posto.
Ricordo i più significativi. Una parte rilevante delle entrate a seguito della cedolare secca proviene dall’emersione di base imponibile che il Governo ipotizza. Si tratta di 548 milioni su 3.194 nel 2011, di 912 milioni su 3.558 nel 2012 e di 1.277 milioni su 3.923 dal 2013. Una previsione che si basa su percentuali di emersione valutate pari al 15 per cento nel 2011, al 25 per cento nel 2012 e al 35 per cento dal 2013, e che sono rimaste identiche sia quando la cedolare secca era prevista al 20 per cento, sia quando una parte era al 20 per cento e un’altra al 23 per cento, sia ora che è determinata nel 19 per cento per i contratti a canone concordato e nel 21 per cento per tutti gli altri. Pag. 44
Com’è credibile che la mobilità delle aliquote porti a una rigidità dell’emersione? Nelle modalità di calcolo degli ammontari della base imponibile della cedolare secca dovuta all’emersione vi sono problemi non chiariti, che secondo i servizi della Camera possono determinare in ciascun anno una sovrastima del gettito della cedolare secca ascrivibile all’emersione nella misura di circa il 18 per cento del relativo gettito dell’imposta. Vi è poi una perdita di gettito, ipotizzata e non coperta, di 493 milioni nel 2011 e di 212 milioni nel 2012 sulla competenza.
Quindi, questo provvedimento produce certamente un buco di bilancio: sicuramente di 493 milioni nel 2011 e di 212 milioni nel 2012, ma che può essere più elevato se le ipotesi sull’emersione non si verificheranno. Aggiungo che è prevista una perdita di gettito di circa 150 milioni l’anno per l’addizionale regionale IRPEF, che non risulta in alcun modo compensata. Si tratta di un’altro ammanco per la finanza regionale, già colpita pesantemente dai tagli della manovra estiva.
L’altra questione riguarda l’IMUP, l’aliquota di equilibrio fissata dal Governo al 7,6 per mille. Il collega Causi ha dimostrato, considerando i dati della relazione tecnica dell’Agenzia del territorio e dell’IFEL ANCI, che non è così. La base imponibile è di 1.585 miliardi, cioè i 1.669 della prima relazione tecnica meno gli 84 degli immobili delle onlus e degli enti religiosi inizialmente inclusi. Il gettito dell’IMUP stimato dal Governo è di 11,57 miliardi e ad esso concorre sia la quota di base imponibile ad aliquota piena, sia quella ad aliquota dimezzata destinata agli immobili in affitto. Il valore di questi ultimi immobili è di 350 miliardi, da cui è ricavabile un gettito di 1,33 miliardi (350 moltiplicato per 0,0038). Resta una base imponibile di 1.235 miliardi ad aliquota piena (1.235 moltiplicato per 0, 0076 è uguale a 9, 386 miliardi). Sommando a questi 1,33 miliardi si ottiene 10,716 miliardi, cioè 800 milioni in meno del gettito stimato. Di fatto, per raggiungere il gettito stimato, occorre almeno un’aliquota dell’8,2 per mille. Ma non è finita. Anche qui c’è la cedolare secca e, se si verificasse davvero l’emersione del 35 per cento, tutto questo determinerebbe che l’aliquota di equilibrio dovrebbe essere dell’8,5 per mille. Vi è quindi un’aliquota certamente sottostimata. I comuni dovranno – non potranno, ma dovranno – usare la facoltà di aumentare l’aliquota di tre punti. Dovranno farlo almeno in parte, certamente non potranno portarla al 4,6 per mille, che è una mera facoltà di fatto non disponibile. Il peso di tutto questo ricadrà politicamente sui comuni e fiscalmente sugli imprenditori, piccoli e grandi. È del tutto legittimo quindi l’allarme delle associazioni di categoria di questi giorni.
Dopo il federalismo delle disgrazie del cosiddetto decreto milleproroghe manchiamo quindi con questo decreto, che avrebbe bisogno di essere rifatto, un’altra occasione per costruire un federalismo fiscale vero (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).