ANTONELLO SORO. Signor Presidente, dieci anni fa di questi giorni ho avuto il privilegio di annunciare il favore del mio gruppo alla riforma del Titolo V della Costituzione. Mi vengono in mente non solo le parole di quella giornata, ma anche la straordinaria tensione ideale. Fu uno dei momenti più alti del confronto politico sulle grandi riforme nel nostro Paese, alla fine di una legislatura che delle riforme aveva fatto la ragione principale.
Noi – vorrei dirlo in premessa – pensiamo che il federalismo sia una cosa seria. Non è mai stato per noi un feticcio, una sorta di contenitore magico delle paure dei cittadini e neppure una replica aggiornata delle piccole sovranità feudali evocate come strumento di protezione e di chiusura. Noi abbiamo riformato la Costituzione per unire l’Italia, per accorciare gli squilibri sociali e territoriali, per ridurre la distanza tra i cittadini e le istituzioni, per rendere più efficiente e trasparente la nostra democrazia.
In forza di questa intenzione, abbiamo concorso in modo responsabile alla scrittura della legge n. 42 del 2009, non sottraendoci alla sfida riformatrice, offrendo dai banchi dell’opposizione le nostre idee e le nostre migliori competenze, chiamando il Governo a una sfida di coerenza e di rigore con le deleghe ricevute.
Per queste ragioni, perché ci sentiamo impegnati a corrispondere a quell’impegno e a quelle intenzioni, respingiamo senza incertezze il testo che oggi viene avanzato al Parlamento. Il documento che oggi ci avete proposto non ha niente a che vedere con quel disegno e con la delega ricevuta.
Le oscillazioni di queste settimane, l’improvvisazione, le riscritture confuse, lo snaturamento, le rinunce, le tensioni e le torsioni che stanno a monte di questo dibattito misurano, più di ogni altro discorso, la distanza che separa questo finto federalismo dal progetto originario.
Bisogna dire con chiarezza che l’intervento del Presidente della Repubblica ha consentito di ripristinare una corretta procedura nella formazione delle leggi, ma non ha cancellato quella che per noi rimane una grave ferita nelle relazioni tra il Governo e Parlamento. Qualunque sia il destino di quel che resta di questa legislatura, la frettolosa decisione di approvare Pag. 30nel Consiglio dei ministri un testo privo di consenso parlamentare resta una prova indelebile della debolezza politica e istituzionale del Governo Berlusconi e certifica in modo conclusivo l’inadeguatezza del suo Presidente a guidare una stagione di riforme.
In questa occasione sono venute alla luce tutte le contraddizioni di una maggioranza priva di solido cemento politico e di una comune sedimentata cultura delle istituzioni, ma in qualche modo è venuta in superficie quella che noi pensiamo sia la sconfitta e la resa della Lega e dei suoi massimi dirigenti. Oggi, il discorso del Ministro Calderoli segna il trionfo di quella convenzione del berlusconismo secondo la quale le parole sono una cosa diversa dalle cose, non rispondono alle cose.
Oggi è chiaro che il Governo ed il Ministro per le riforme tradiscono in modo clamoroso l’impegno federalista, così a lungo esibito come una bandiera, perché è incontrovertibile che i comuni, sulla base del decreto legislativo in esame, avranno meno autonomia impositiva e politica rispetto a quella progressivamente maturata nella nostra storia repubblicana.
La finanza locale sarà costituita in misura sostanziale da trasferimenti statali che restano tali anche se il Ministro Calderoli li ha ribattezzati chiamandoli «compartecipazioni», con l’eccezione, certo, dell’addizionale IRPEF rinnovata come strumento brutale di scaricabarile sui sindaci, in una situazione disperata per i tagli di 2 miliardi e mezzo di euro che questo Governo ha operato sui comuni, assoggettandoli ad un ricatto affidandogli il compito ingrato di aumentare le tasse.
Il Governo Berlusconi aveva promesso un nuovo patto fiscale agli italiani. In realtà, con il decreto in oggetto, come hanno spiegato con puntualità i colleghi Causi e Misiani, gli italiani pagheranno più imposte. Questo nuovo, prevedibile, balzello peserà in modo insopportabile sui lavoratori, sui pensionati, sulle imprese artigiane e commerciali e sulle libere professioni, alla faccia della retorica del «non mettiamo le mani in tasca agli italiani».
Il nuovo sistema accrescerà le divisioni esistenti e ne creerà di nuove non solo tra sud e nord, tra regione e regione, ma all’interno delle regioni stesse, tra città e territori, al di fuori di qualunque riferimento al merito, all’efficienza e all’appropriatezza della spesa. Lo strumento di perequazione, il Fondo sperimentale di riequilibrio, è diventato una chimera totalmente priva di criteri che garantiscano le modalità di riparto. Tutto viene rimesso genericamente alle future intese.
Come ha detto il Presidente della Corte costituzionale, il prodotto di questa legge non può essere chiamato federalismo, sarebbe una bestemmia. Il principio di responsabilità degli amministratori verso i contribuenti è stato interamente disatteso per effetto di una base fiscale sperequata, distorsiva, di una separazione sempre maggiore tra chi paga e chi riceve i servizi.
Come hanno già detto i colleghi, il provvedimento in oggetto viola il principio fondativo delle democrazie rappresentative secondo cui deve esistere un legame indissolubile tra la tassazione e la rappresentanza. Così avverrà, vogliamo ripeterlo ancora una volta, che chi voterà per il sindaco non pagherà le tasse decise dal sindaco perché nel comune di residenza possiede la prima casa e non la seconda, mentre chi pagherà il tributo non voterà per il sindaco perché in quella sede possiede solo la seconda casa.
La cedolare secca viene malamente depotenziata della sua funzione di leva, efficace per l’emersione del mercato immobiliare in nero, in assenza di qualsivoglia convenienza per gli inquilini, così come da noi ripetutamente proposto. L’imposta sostitutiva si traduce in un vantaggio esclusivo per i titolari di rendite e, insieme, in uno strumento molto oneroso per l’erario, certamente estraneo al processo di allargamento dell’autonomia impositiva dei comuni.
Il Ministro per la semplificazione normativa, dispiace dirlo per la stima e la simpatia che abbiamo per il Ministro Calderoli, ha prodotto un mostro di complicazione con la previsione di decreti che rimandano ad altri decreti attuativi o che Pag. 31rinviano, con grande approssimazione, a successivi regolamenti. Un sistema barocco e contorto che appesantisce il motore già ingolfato della pubblica amministrazione.
È bene che oggi sia chiaro in questa sede che si stanno creando le premesse per nuove, ineludibili, complicazioni nel ginepraio già fitto, spesso impenetrabile, del nostro sistema tributario, certamente con effetti dissuasivi sull’assunzione di responsabilità da parte degli amministratori locali e con una dipendenza sempre maggiore dalla finanza centrale.
Noi che nella distinzione non banale e, spesso, nel contrasto aperto e duro con le posizioni politiche della Lega Nord non ne abbiamo mai sottovalutato la potenziale spinta innovativa, non possiamo non registrare un’involuzione di questo partito. Appare sempre più chiaro che le Lega Nord, federalista a parole, quando è al Governo produce brutte leggi che di federalista hanno solo il nome. Il potere romano e la subalternità al Presidente del Consiglio sembrano aver divorato ogni velleità di cambiamento di quel partito, prima sui temi della legalità, oggi sui temi del federalismo. Lo registriamo senza soddisfazione, perché questa deriva rende ancora più acuti i problemi già drammaticamente evidenti della nostra democrazia.
Anche per queste ragioni sarà forte il nostro contrasto allo schema di decreto legislativo, che oggi voi ci proponete, ma sempre più forte sarà il nostro contrasto a questo Governo, al suo Presidente e ai suoi alleati (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)
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