Signor Presidente, dal 2008 a oggi il Governo di centrodestra ha bloccato l’autonomia impositiva degli enti locali, ha cancellato l’ICI sulla prima casa, ha imposto un Patto interno di stabilità soffocante e in quegli stessi anni ha aperto i cordoni della borsa per Catania, Palermo e Roma, che non si possono definire i comuni più virtuosi d’Italia.
Serviva una svolta per rimediare ai danni di questa politica centralista e serviva anche una riforma epocale, come hanno detto i Ministri Bossi e Calderoli. In realtà , il provvedimento che ci apprestiamo a votare di epocale non ha proprio nulla. à una riforma mediocre e deludente, che lascia aperti gran parte dei problemi che negli anni più recenti hanno condizionato negativamente la finanza dei comuni.
Signor Presidente, tra il 2007 e il 2010, negli stessi anni di crisi in cui il deficit pubblico complessivo sprofondava da 23 a 77 miliardi di euro, i comuni sono riusciti a migliorare il loro saldo, portandolo da meno 2 a meno un miliardo. Invece di prendere atto di questi numeri e impostare una politica economica conseguente, con la manovra estiva del 2010 il Governo ha scaricato sui comuni una quota sproporzionata del risanamento dei conti pubblici. Il decreto sul federalismo municipale – questo decreto – non inverte quella politica, ma la ratifica. I tagli imposti con il decreto-legge n. 78 del 2010 vengono confermati, anche se in quello stesso decreto-legge stava scritto, nero su bianco, all’articolo 14, comma 2, che dei tagli ai trasferimenti erariali non si sarebbe tenuto Pag. 26conto nell’attuazione del federalismo fiscale.
Siamo di fronte, dunque, a una scelta pesante che quest’anno costerà ai comuni delle regioni a statuto ordinario 1 miliardo e 300 milioni di euro di risorse in meno e, dal 2012, ben 2 miliardi e 200 milioni. Insomma, la coperta delle entrate comunali, che era già corta in partenza, si restringerà ulteriormente e l’operazione di fiscalizzazione dei trasferimenti erariali, che è il cuore della fase transitoria tra il 2011 e 2013, verrà effettuata su un ammontare di risorse in forte riduzione. Questi sono i numeri, che sono scritti, peraltro, anche nella relazione tecnica allegata allo schema di decreto legislativo.
Con questo federalismo municipale, insomma, i comuni avranno meno risorse rispetto al 2010. Questo è un primo punto critico che emerge chiaramente dal disposto dello schema di decreto legislativo. I soldi e le risorse si dovevano andare a prendere nei ministeri romani, cari amici della Lega. Bisognava impugnare il bisturi con coraggio e con determinazione, per razionalizzare e ridurre la spesa pubblica laddove è cresciuta fortemente in questi anni, non nei comuni, quindi, quanto nelle amministrazioni centrali. Bisognava farlo anche sfidando l’impopolarità .
Invece, avete seguito Tremonti e avete seguito la strada politicamente più facile e meno costosa, ossia scaricare sui sindaci l’onere del risanamento e quelle risorse le avete sottratte ai comuni. Ma così facendo avete azzoppato quel federalismo fiscale e municipale che vi ostinate a definire una riforma epocale, perché queste scelte produrranno una prima conseguenza molto precisa: gli spazi di autonomia impositiva, che si apriranno con gradualità – ma si apriranno – da qui in avanti, verranno utilizzati dai sindaci non per effettuare investimenti aggiuntivi né per erogare alle loro comunità più servizi, ma verranno utilizzati per recuperare almeno parte delle risorse che verranno meno con il taglio dei trasferimenti. Da quest’anno sono 3.543 i comuni – il 45 per cento del totale – che potranno aumentare l’addizionale IRPEF. Non è uno spazio marginale quello che si è aperto con lo sblocco delle addizionali. Una parte dei sindaci cercherà di non farlo sicuramente, perché a nessuno fa piacere fare il gabelliere nei confronti della loro comunità . Ma la gran parte di loro saranno costretti a ritoccare le aliquote delle addizionali, perché hanno subìto un taglio con cui dovranno fare i conti, altrimenti non saranno in grado di chiudere i bilanci.
Da quest’anno molti capoluoghi di provincia e molti comuni a vocazione turistica introdurranno l’imposta di soggiorno e altri comuni, che non hanno altre strade per finanziare gli investimenti, perché il Patto interno di stabilità blocca quasi del tutto la via dell’indebitamento, introdurranno l’imposta di scopo, che altro non è che una sovraimposta ICI.
Dal 2014 il sistema andrà a regime ed entrerà in vigore l’imposta municipale propria, che sarà in tutto e per tutto uguale alla vecchia ICI. Siamo di fronte ad un restyling fondamentalmente, salvo che per un punto: l’aliquota, che viene fissata al 7,6 per mille quando oggi è in media al 6,4 per mille.
Badate, perché per le attività commerciali e produttive sarà una vera e propria stangata.
Rete Imprese l’Italia, cioè la rete delle associazioni della piccola e media impresa fa riferimento in uno studio a 800 milioni di euro in più. Se avesse ragione l’ANCI, che sostiene che l’aliquota reale di equilibrio non è il 7,6 per mille, ma l’8,5 per mille, quella stangata diventerebbe di 1 miliardo e 600 milioni di tasse in più. Si tratta del 32 per cento di carico fiscale in più rispetto a ciò che oggi pagano di ICI i commercianti e gli artigiani.
Sono tanti anni che il Popolo della libertà e la Lega Nord fanno chiacchiere sulle piccole e medie imprese e abbiamo assistito anche ieri al siparietto di Berlusconi e di mezzo Governo all’assemblea di Confcommercio a Milano. Con questa «riforma epocale» si passa dalle chiacchiere alla stangata ed è bene che se ne ricordino i commercianti, gli artigiani e le loro associazioni rappresentative quando saremo Pag. 27chiamati nuovamente a votare in questo Paese, perché prima o poi lo saremo.
Non tutti, a dire la verità , pagheremo più tasse con questo decreto, perché il federalismo municipale introduce la cedolare secca sugli affitti e dal 2014 prevede una aliquota IMU dimezzata per gli immobili locati. Questo è un enorme sconto fiscale per i proprietari immobiliari, perché oggi l’aliquota media è al 32 per cento sugli affitti, con la cedolare passerà al 21 per cento per i canoni liberi e al 19 per cento per i canoni concordati. Sono 900 milioni di euro in meno rispetto alla situazione attuale e l’IMU dimezzata a sua volta sugli immobili locati comporterà una diminuzione di altri 900 milioni di euro rispetto a quanto oggi si paga di ICI.
Queste scelte hanno senso in un quadro di riforma fiscale complessiva, in un quadro organico di riforma fiscale e di politiche per la casa, ma sono scelte assolutamente inique se – come accade in questo decreto – non si prevede nulla, assolutamente nulla, per i quattro milioni di famiglie che vivono in affitto in questo Paese e che hanno un tasso di povertà superiore di una volta e mezzo a quello medio e che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Per loro non è previsto assolutamente nulla.
Signor Presidente, mi lasci dire che è assolutamente ingiusto fare risparmiare 1 miliardo e 800 milioni, da qui al 2014, alla proprietà immobiliare, quando dal 2011 il Fondo sociale per gli affitti viene ridotto del 77 per cento, come risulta dai dati della legge di stabilità .
Noi avremmo fatto scelte diverse: la sostituzione dell’addizionale IRPEF e della Tarsu con l’imposta comunale sui servizi, modulabile – questa realmente modulabile – sulle famiglie, al di là delle chiacchiere sul quoziente familiare che sono state fatte in Commissione bicamerale. Avremmo introdotto la cedolare con più gradualità , in ragione del rinnovo di ciascun contratto, e avremmo previsto una forte detrazione per le famiglie che vivono in affitto. Avremmo abolito l’ICI sulle abitazioni affittate a canone concordato, evitando come fa questa riforma, di spiazzare gli affitti calmierati.
Il Governo è andato avanti per la sua strada e ha attuato una redistribuzione fiscale che farà pagare più tasse a chi lavora, più tasse a chi produce, meno tasse sulle rendite immobiliari. à esattamente l’opposto di quanto serve ad un Paese che sta faticosamente uscendo dalla crisi economica e che ha bisogno di rilanciare la propria economia.
Infine, il principio «pago, vedo, voto» che è tanto caro alla Lega e ai Ministri Calderoli a Bossi: con il federalismo municipale la principale imposta dei comuni sarà pagata da soggetti non residenti – proprietari di seconde case o esercenti attività produttive -, così si cristallizza e si consolida uno squilibrio che già oggi è presente nella finanza comunale dopo l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Si aggiunge l’imposta di soggiorno – anch’essa pagata dai non residenti – e l’imposta di scopo, che è una sovraimposta sull’ICI che esenta la prima casa. Dov’è la responsabilizzazione degli amministratori? Dov’è il principio del beneficio? Dov’è il federalismo in queste scelte?
PRESIDENTE. Onorevole Misiani, la prego di concludere.
ANTONIO MISIANI. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Il Partito Democratico ritiene che un nuovo patto di unità nazionale non possa che fondarsi, a centocinquanta anni dall’unità d’Italia, su un assetto federalista della Repubblica.
Dalla metà degli anni Novanta in poi abbiamo promosso le leggi Bassanini, abbiamo modificato il Titolo V della Costituzione, ci siamo astenuti sulla legge n. 42 del 2009, facendo approvare tanti nostri emendamenti, in Commissione bicamerale discutiamo con le nostre idee e le nostre proposte, senza veti e senza pregiudizi, ma non possiamo accettare il federalismo delle favole. All’Italia non servono le bandierine ideologiche, gli italiani hanno bisogno di riforme vere, profonde e coraggiose. Pag. 28
Questo decreto è una riforma debole, al di sotto delle aspettative e delle necessità . Non è ciò che serve al Paese ed è per questo che bocceremo questo decreto (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
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