Oriano GIOVANELLI (PD) stigmatizza innanzitutto il confuso modo di procedere nell’esame dello schema in titolo, del quale non è tuttora certo il testo che il Governo intende deliberare in via definitiva.
Quanto al merito del provvedimento, esprime grande delusione, ricordando come la legge delega sul federalismo fiscale, presentata nei proclami pubblici come il primo passo verso grandi cambiamenti  nell’assetto istituzionale del paese, sia stata di fatto svuotata di significato da decreti attuativi che si preoccupano non tanto di realizzare quei cambiamenti, quanto di non scontentare nessuno, e per far questo lasciano tutto così com’è. È chiaro, senza dover attendere gli esiti dell’ultimo confronto in corso tra il Governo e gli enti locali, che l’autonomia tributaria dei comuni resta lettera morta, perché non vi è la volontà politica di realizzare il progetto sottostante all’articolo 119 della Costituzione, che puntava ad una piena responsabilizzazione delle classi dirigenti più vicine ai cittadini.
Fa presente che la grande attenzione che in questi giorni circonda lo schema di decreto in esame non si deve tanto al fatto che dall’esito del voto nella Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale potrebbe dipendere il futuro del Governo, quanto al fatto che è percezione comune che quello in esame è un provvedimento decisivo: o si cambia radicalmente il sistema di finanziamento degli enti locali o l’opportunità di progresso offerta dall’articolo 119 della Costituzione è perduta. È su questo provvedimento più che su altri che si gioca l’attuazione o la mancata attuazione del principio enunciato con la revisione dell’articolo 114 della Costituzione, che, forzando al limite l’articolo 5 della Costituzione, ha sancito il principio dall’equiordinazione dello stato e degli altri livelli di governo. Non c’è però equiordinazione se non c’è autonomia politica e non c’è autonomia politica se non c’è autonomia di entrata e di spesa.
Ricorda che l’autonomia di entrata e di spesa doveva servire d’altra parte per finanziare le scelte politiche locali nell’esercizio delle funzioni attribuite. La riforma federalista fiscale, in altre parole, doveva essere solo una parte di una riforma istituzionale di più ampio respiro, nella quale si sarebbero dovute rivedere le competenze delle regioni e degli enti locali in attuazione dei principi degli articoli 117 e 118 della Costituzione.
Per questo, a suo avviso, il tradimento del progetto federalista ha preso corpo per la prima volta quando il resto del Governo ha accettato il veto posto dalla Ragioneria generale dello Stato sul disegno di legge C. 3118, che individuava le funzioni fondamentali degli enti locali, semplificava l’ordinamento regionale e degli enti locali e prevedeva il trasferimento agli enti locali di nuove funzioni amministrative. Il federalismo infatti non consiste solo nell’attribuzione di un’autonomia di entrata e di spesa alle regioni e agli enti locali, ma anche nell’attribuzione di funzioni nel rispetto dell’articolo 118 della Costituzione. Senza l’individuazione, in particolare, delle funzioni fondamentali degli enti locali e dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire sul territorio nazionale, non ci può essere federalismo compiuto.
Rileva, infine, che il provvedimento non pone alcuna premessa per aiutare i sindaci a migliorare i bilanci; delinea invece un macchinoso sistema di compartecipazioni dietro il quale si nasconde in sostanza il modello della finanza derivata. In definitiva, quello in esame è un provvedimento che non corrisponde affatto alla Costituzione.