ORIANO GIOVANELLI: Sono molto contento di quest’occasione di confronto e riflessione per il quale ringrazio di cuore per l’invito.

 

 Siamo ad un momento significativo del percorso parlamentare del disegno di legge di individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle città metropolitane e di delega al governo per la redazione della nuova Carta delle autonomie.

 

 

Il passaggio è importante, si sta chiudendo il dibattito d’aula a Montecitorio e credo che la maggioranza voterà questo disegno di legge che poi andrà all’esame del Senato.

 

Quindi oggi è più chiaro il senso del primo passo di questo provvedimento e ognuno di noi sa quanto è importante partire bene e purtroppo non è questo il caso.

 

 

La prima cosa che vorrei chiedere, anche ai relatori che ringrazio per il loro prezioso contributo, è che è proprio questo il momento in cui dobbiamo mettere a fuoco, alla luce del testo che uscirà dalla Camera dei deputati, ulteriori proposte emendative ed occasioni di riflessione,. Invito Calabriautonomie non solo a pubblicare l’intero dibattito odierno ma a raccogliere in una specie di piccolo dossier, i suggerimenti concreti che sono venuti fuori per contribuire alle ulteriori modifiche da apportare al disegno di legge che andrà all’esame del Senato. Di queste modifiche, se andranno nel senso oggi esposto, c’è un particolare bisogno.

 

 Al Senato dobbiamo riuscire a correggere molte storture, colmare molti vuoti che il testo oggi evidenzia.

 

 

Alla Camera dei deputati vareremo, infatti, un testo completamente insufficiente, inadeguato rispetto al lungo e impegnato dibattito che dall’approvazione del nuovo Titolo V, avvenuta ben nove anni fa, si è immediatamente aperto al fine di attuare il nuovo dettato costituzionale e superare l’attuale Testo unico degli enti locali.

 

 

Credo che molte delle cose che sono state dette dal professor Pinto, che io condivido, ci debbano aiutare a provare schematicamente a dare alcune chiavi di lettura dei contenuti della vicenda sotto il profilo del merito istituzionale e di quello politico.

 

 

Siamo portati erroneamente a dare un senso di continuità del momento storicamente importante per le autonomie locali e le Regioni che si sviluppò degli Anni Novanta con quello che stiamo vivendo. Pensiamo erroneamente che la realtà attuale sia coerentemente figlia di quello che abbiamo seminato negli Anni Novanta. Senza accentuare i toni polemici credo che noi dobbiamo fare il punto su queste questioni e convincerci che le due fasi non sono del tutto figlie l’una dell’altra.

 

 

Provai in un articolo per Italia Oggi prima delle elezioni amministrative del 2009 a sottolineare come, per ragioni storicamente verificabili, la cultura autonomista, figlia del Novecento e dell’articolo 5 della Costituzione, meritoriamente ricordato dal senatore Murmura, un tipo di cultura che ci ha portato alla riforma del Titolo V della Costituzione, non appartiene, non si riscontra in quelle forze che realisticamente avrebbero vinto le elezioni amministrative, e che oggi governano non solo il paese ma gran parte di Regioni, Province e Comuni. Infatti se noi andiamo a vedere l’identità politica di un partito come il Popolo della libertà o della Lega Nord sul tema della cultura politica autonomista, possiamo condividere che essa non ha niente a che vedere con quello che storicamente si è costruito nel nostro paese a partire da Don Sturzo piuttosto che da Andrea Costa, e che via via ha visto passi avanti più o meno accentuati per chi aveva a cuore la  cultura autonomista, ha portato alla nascita delle regioni nel 1970 e che poi ha avuto un’accelerazione nella crisi di Tangentopoli dei primi anni 90, alle leggi Bassanini e infine ci ha portato all’approvazione del Titolo V della seconda parte della Costituzione.

 

 

Quello che è accaduto dopo il 2001 è stato gestito ed egemonizzato da una cultura politica diversa che ha poco o nulla a che fare con il filone autonomista storico. Tant’è che sono forze che si sono opposte alla riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione e hanno provato tra il  2001 e 2006 ha cambiarla  radicalmente invece di attuarla facendoci perdere cinque preziosi anni e accentuando così quel senso di transizione infinita, di precarietà istituzionale che pesa su tutto il sistema.

 

 

Ricordate il dibattito sulla devolution che portò ad una riforma della riforma costituzionale e  al referendum del 2006 dal quale uscì bocciata la proposta votata da quel governo e da quella maggioranza. Oggi le forze politiche sono più o meno le stesse e  si ripresentano con un altro atteggiamento, dicendo che intendono attuare quanto scritto  nel Titolo V della seconda parte della Costituzione ma lo fanno a partire da un traino, ed il traino è la Lega Nord. Chi tira, chi imposta il gioco è la Lega Nord. Sarebbe troppo lungo entrare nel merito e descrivere qual’é  la cultura autonomista della Lega Nord. Mi limito a rimandare all’articolo da me scritto per l’ultimo numero di Calabriautonomie per dire che con la Lega Nord non siamo di fronte ad una cultura delle autonomie ma ad una ideologia, che è un’altra cosa, rispettabile, che ci sta nella storia e nella politica, ma che è un’altra cosa. La Lega Nord consapevole che non avrebbero potuto continuare a contestare l’impianto degli anni 90 che ha visto come protagonisti figure come Bassanini, Sabino Cassese, Giuliano Amato, di non poter continuare a  provare di smontare quell’impianto, dice ora di volerlo attuare. Ma lo fa a partire dai suoi punti fermi e anche l’anticipazione della legge attuativa dell’articolo 119 della Costituzione ( il federalismo fiscale), prima di mettere mano all’attuazione degli articoli 117 e 118 ( il federalismo amministrativo) è paradigmatica di quest’idea.

 

 

Ciò che interessa alla Lega Nord, e quindi sostanzialmente al traino di questa maggioranza, è di arrivare ad essere formalmente a posto con tutte le caselline che il Titolo V prevede, per poter fare  poi la vera partita che è quella dei soldi e di giocarla a partire da una cornice ordinamentale la più debole possibile così che i principi stringenti della Costituzione scritti negli articoli 117 e 118 possano essere usati nel modo più flessibile e conveniente possibile. Penso al finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e sanitarie e penso al finanziamento delle funzioni fondamentali da assegnare a comuni, province, città metropolitane.

 

 

Contrariamente a questa la storia cui apparteniamo e che ci ha portato alle riforme degli anni 90, ci induce a mettere avanti la parte ordinamentale, i principi, i diritti, rispetto ai quali  a seguire sarebbe dovuta arrivare la parte fiscale. Il rovesciamento di questa impostazione pesa tantissimo sul prodotto che sta uscendo dalla Camera dei deputati. Pesa tantissimo fino al punto che la Ragioneria generale dello Stato (l’ideologia della Lega è condivisa dal ministro Tremonti il quale vive il federalismo come uno shock da imporre al paese) ha spiazzato totalmente la commissione affari costituzionali  che ha portato la legge all’esame dell’aula, dicendo che il lavoro che è stato fatto per la definizione delle funzioni fondamentali non vale niente perché entrerà in vigore solo dopo la fine della fase transitoria dell’applicazione del federalismo fiscale e rimanda, ai fini della definizione delle funzioni fondamentali, a quelle sommariamente indicate all’art. 21, terzo comma, della legge  42 del 2009, cioè la legge sul federalismo fiscale.

 

 

Quindi tutto quello di cui stiamo discutendo adesso rispetto al tema ordinamentale delle autonomie locali se va bene entrerà in vigore tra 6 anni. Non si è mai visto un Parlamento che legifera su qualcosa che andrà in vigore tra 6 anni, perché tra 6 anni potrà essere cambiato il mondo. Ma nel momento in cui loro avranno comunque concluso il percorso, dal punto di vista formale saranno legittimati ad andare avanti sulla parte fiscale, la parte più delicata per la tenuta unitaria del paese sotto il profilo sociale ed economico.

 

 

Questa modalità e questa fretta in chiave di un federalismo ideologico è per la Lega Nord ancora più necessaria nel momento in cui essa deve comunque far ingoiare ai suoi territori, ai suoi amministratori, una manovra chiaramente antiautonomista e perciò accelererà da punto di vista delle misure emblematiche, magari dichiarate e non praticabili, che riguarderanno le risorse. Questo apre scenari molto pericolosi, molto seri, quali noi vediamo aprirsi per il paese.

 

 

Noi abbiamo dato il nostro contributo per fare le cose, e farle bene, dopodichè le risposte sono state quelle che sono state. E quali sono state le risposte? Il nostro primo approccio è stato: riportiamo dentro il disegno di legge tutto quello che erroneamente rispetto ai principi ordinamentali è stato messo negli svariati provvedimenti finanziari (il 112 del 2008, la finanziaria per il 2010, il decreto sulle autonomie locali del gennaio 2010, il disegno di legge mai attuato sulla lotta alla corruzione). Noi abbiamo detto: se volete il nostro contributo serio dovete riportare tutte le questioni ordinamentali a casa loro ed essere disponibili a ridiscutere tutto, in un modo che il risultato finale sia il più possibile coerente. Ad una prima disponibilità di maniera la risposta è stata poi negativa, e anche la prima commissione ha preso atto che interi articoli venivano cancellati e stralciati.

 

Abbiamo insistito perché era importante portare al Parlamento una visione complessiva del modello di autonomie che si vuole produrre in attuazione del Titolo V della seconda parte della Costituzione, ma in questo disegno di legge questa visione complessiva non riusciamo a vederla.

 

 

Non abbiamo respinto l’idea che venissero elencate dettagliatamente le funzioni fondamentali da attribuire a comuni, province e città metropolitane anzi la cosa ci è sembrata coerente con la necessità di raccordarne il finanziamento da prevedere nei decreti attuativi del federalismo fiscale. Quello che ci ha sorpreso è la  cultura che sta dietro quel tipo di elencazione. Faccio solo un esempio: è pensabile oggi dire che per un Comune non è una funzione fondamentale la promozione economica del proprio territorio? Ma a che tipo di Comune si fa riferimento? Ad un Comune formalista e passacarte., e non si entra nell’ottica che il Comune è parte attiva assieme agli altri soggetti del territorio per disegnare un progetto di sviluppo, con altri Comuni, con altre istituzioni o da solo,. Si ha una visione antica dei Comuni. La risposta di Calderoli è stata  che i Comuni hanno il piano regolatore. Come se il Piano regolatore fosse ancora nella cultura autonomista di oggi lo strumento principe  per un progetto di crescita economica. No a questa proposta, no all’idea che il Comune avesse la gestione del catasto. La mia convinzione è che nel patto che la Lega Nord ha con Tremonti c’è tutto questo rimando: centralismo praticato, federalismo predicato. C’è sempre questo che bisognerebbe tenere presente. Abbiamo detto: per noi la Carta delle autonomie deve corrispondere a tre requisiti, valuteremo tutto  su tre chiavi di lettura .

 

Primo, la democrazia. Non ci stiamo al fatto che si continuino a trattare gli enti locali come centri di spesa, e quindi non ci stiamo all’impostazione del dibattito sui costi della politica piuttosto che sull’organizzazione che non tenga conto del fatto che la democrazia è un problema serio, che in questo paese favorire la partecipazione democratica  dei cittadini è una cosa seria, necessaria. Come veniva ricordato prima, un conto è parlare delle giunte, un conto è parlare dei consigli. Dobbiamo insistere su questi temi, come dobbiamo insistere sul fatto che non è possibile accettare l’abrogazione pura e semplice dei consigli di circoscrizione, una delle forme originali della partecipazione anche volontaria dei cittadini alla propria comunità. Diverso è il tema delle giunte che possono essere ridotte nei loro componenti ma per le quali, controcorrente, abbiamo posto la questione dell’indennità da riconoscere agli amministratori. Non ci stiamo con il tiro al piccione sugli amministratori locali anche relativamente alle loro indennità, vale per la demagogia che si fa sui compensi di qualche centinaio di euro l’anno che percepiscono i consiglieri della maggior parte dei comuni italiani e vale per la demagogia che si fa sulle indennità da riconoscere agli assessori. In un comune di centomila abitanti un assessore all’urbanistica  a tempo pieno , può prendere  duemila euro al mese netti, sono pochi rispetto al carico di lavoro e di responsabilità chi dice il contrario mente. Questo paese deve chiedersi: ma chi la deve fare la politica? I delinquenti, che non hanno bisogno di un’indennità perché pensano che esercitando la funzione ci guadagnano molto di più dell’indennità che percepiscono? I ricchi che che hanno del loro? Ma allora torniamo all’accesso alla politica, di fatto, per censo, per condizione familiare. Una situazione gia vista e contro la quale i democratici si sono battuti. Dove va a finire tutto il lavoro fatto nel Novecento per far si che un operaio, un contadino o un disoccupato possa fare il sindaco, l’assessore o il parlamentare? La vogliamo riaprire questa discussione con un po’ di spina dorsale o dobbiamo sempre sentirci subalterni rispetto ad una demagogia imperante che va a ledere i principi democratici universali su cui fondare il governo della cosa pubblica?

 

Secondo. L’autonomia. Un partito realmente autonomista potrebbe reggere le incursioni continue come mai si sono viste in questi ultimi due anni dallo Stato centrale sulle autonomie? Un partito realmente autonomista avrebbe ribaltato il tavolo. Noi stiamo assistendo ad uno stillicidio continuo di norme che impongono da Roma di regolare la vita delle autonomie in un modo che è molto, ma molto più arretrato di prima. Un partito ideologico può sopportare qualcosa del genere perché poi va a sventolare nei suoi territori di riferimento bandiere, simboli,  slogans . Come lo misura l’effetto del centralismo sulle autonomie? Da quanto viene rispettato da lo statuto, che tipo di rilevanza  da allo statuto del Comune o della Provincia. Sarà un problema mio se devo avere le circoscrizioni o non le devo avere, se devo avere il direttore generale o non lo devo avere, se devo avere il difensore civico o non lo devo avere. Nell’ambito delle norme di coordinamento della finanza pubblica si dice: questi sono i soldi, queste sono le fonti d’entrata, poi ci sono le leggi di carattere generale da rispettare per tutto il resto che concerne l’autonoma organizzazione dell’ente locale  c’è lo statuto. Ci abbiamo lavorato prima della rivoluzione dell’elezione diretta dei sindaci del 1993, con la legge 142 del 1990. Di tutto questo non c’è più nulla perché se si vuole il direttore generale bisogna avere almeno centomila abitanti, il difensore civico non lo si può fare (lo possono fare paradossalmente le Province dove non serve a niente), i consigli di circoscrizione non si possono avere se non si hanno almeno duecentocinquantamila abitanti, gli aspetti relativi al personale sono stati sottratti in gran parte alla contrattazione e riportati sotto la legge. Insomma indietro tutta. Su tutto c’è un parametro da rispettare, ma è falsamente un parametro di governo della finanza pubblica, perché è del tutto evidente che non risponde a questo tipo di scopo e comunque è inefficace dal punto di vista del governo dei conti pubblici. In vero corrisponde al fatto che si vuole dire come deve funzionare un Comune, e si vuole che tutti siano uguali a tutti, trattando situazioni diverse in modo uguale, cioè nel modo più ingiusto. L’abbiamo sollevata durante il Governo Prodi la questione delle comunità montane, rimandando la palla giustamente alla Regioni, e loro cos’hanno fatto? Non potendo intervenire su quest’aspetto ne prendono atto e però tagliano i fondi per la montagna. Ma l’articolo 44 della Costituzione? E le politiche della montagna chi le fa? Non le autonomie. La cosa è piuttosto seria. Abbiamo fatto interventi in aula sulla questione delle Province e abbiamo detto le stesse cose sentite qui. Si è scatenata una canea per accarezzare l’umore di qualche categoria come Confindustria che ci torna in continuazione, a prescindere dai dati della Costituzione. Se si vogliono eliminare le Province bisogna toglierle dall’elencazione dell’articolo 114 della Costituzione. Se si vogliono modificare le circoscrizioni provinciali c’è soltanto una strada:l’articolo 133 della Costituzione, che dice che sono i Comuni che chiedono di cambiare provincia in un processo dal basso verso l’alto. L’unica cosa che si può fare a legislazione ordinaria è cambiare le modalità di elezione delle province. Anche qui siamo di fronte ad un dibattito di tipo ideologico, teso a solleticare gli umori più che creare un sistema che funziona.

 

Ed eccoci al terzo punto: l’efficacia del sistema.

 

Il modo più giusto secondo noi è prendere questo tema dal punto in cui cercammo di affrontarlo inascoltati nel 2005. Su Calabriautonomie aprimmo un dibattito sul regionalismo. Se solo ci avessero ascoltato certi presidenti di Regione, in particolare al Sud, avremmo avuto cinque anni di tempo per cambiare la rotta che ci ha portato dove ci ha portato.

 

Se si vuole  un sistema più  efficace,  bisogna ragionare su quello che devono essere le Regioni, la nuova Regione  coerente con il Titolo V della Costituzione.

 

A che cosa servono tutti gli enti, le agenzie, che le Regioni mettono in piedi che si frappongono fra loro e gli enti locali e che possono essere chiusi per essere collocati ai livelli istituzionali adeguati?  Le funzioni amministrative competono  ai Comuni ed in via sussidiaria alle Province. Le Regioni non devono gestire niente. Il centrosinistra prima entra in questa logica prima recupera rispetto ad un giudizio che sta crescendo in questi giorni, che paghiamo in termini di consenso e che offre il pretesto per quanto disonesto  a quelle manovre finanziarie  che ci stanno presentando.

 

E noi abbiamo poca forza per reagire ad un attacco pretestuoso, proprio perché qualche difetto rispetto all’interpretazione del nuovo ruolo delle Regioni lo abbiamo. E’ molto più efficace ragionare di questo rispetto all’abolizione delle Province.

 

Parallelamente il punto nodale continua ad essere lo Stato centrale. Esso non può rimanere com’è. Deve essere più forte di quanto non lo sia oggi ma nello stesso tempo deve essere più snello e meno costoso.

 

E’ ancora coerente con il  Titolo V della Costituzione che abbiamo uffici  periferici dei ministeri dappertutto? O bisogna riorganizzare gli uffici  periferici dei ministeri nell’Ufficio territoriale del governo come prevedeva la legge Bassanini nel 1998? E’ chiaro che con il Titolo V della Costituzione tutta una serie di funzioni ancora gestite dallo Stato devono essere passate secondo un principio di sussidiarietà come prevede l’articolo 118 alle autonomie locali.

 

Così pure non si possono tollerare più la creazione di ministeri su funzioni che non sono più in capo allo Stato centrale e ancora di meno si possono tollerare fenomeni come quelli che hanno portato alla proliferazione dei Commissari e all’elefantiasi della Protezione Civile fuori da norme minime di trasparenza e di legalità.

 

E ancora, non c’è efficacia del sistema se non c’è superamento della frammentarietà nell’azione amministrativa dei comuni. Per questo abbiamo detto e diciamo sì alla obbligatorietà della gestione associata di una serie di funzioni fondamentali da parte dei comuni.

 

 

Questo è l’approccio riformista che noi dobbiamo cercare di tracciare. Il contesto è molto difficile perché come dicevo siamo di fronte ad un interlocutore totalmente  disinteressato ai fatti ordinamentali, e concentrato esclusivamente su una visione egoistica della distribuzione delle risorse finanziarie.

 

Riusciremo a ribaltare la situazione e costruire una proposta e una azione che abbia uno spessore alto e possa  competere sul terreno dell’egemonia culturale e che abbia come riferimento le Regioni e gli enti locali?

 

Secondo me si, la base su cui possiamo ricostruire l’egemonia culturale di un movimento autonomista innanzitutto passa per la sconfitta del disegno della Lega Nord, di un’impostazione egoistica, localistica, fondata sulla chiusura dei territori.

 

E poi passa sull’idea forte di un rilancio dello sviluppo, di crescita economica di questo paese.

 

E’ necessario un disegno che abbia una sua organicità e che ha come suo riferimento principale non la propria autodeterminazione o la propria autoreferenzialità, ma la crescita, lo sviluppo, l’occupazione, il fare impresa, l’agricoltura, la green economy.

 

O torniamo a riportare al centro su questo un modello vincente basato sulle autonomie locali oppure l’alternativa può essere che ognuno pensi a sé, pensi in piccolo.

 

Nel pensare in piccolo finiremo con il solleticare solamente i corporativismi sociali ed economici, le posizioni chiuse delle singole corporazioni che ci sono nella pubblica amministrazione, e quel che è peggio il corporativismo territoriale della Lega Nord.

 

Questa è la posta in gioco del dibattito sulla Carta delle Autonomie.

 

La partita è ancora aperta, l’appuntamento è al Senato, o la viviamo con questo spirito e proviamo a rilanciare i contenuti di una battagli politica prima ancora che istituzionale, oppure le cose si mettono davvero male.