On.Oriano Giovanelli (Direzione Nazionale Pd – Presidente Forum riforma P.A.)

Il Pd compirà quattro anni ad ottobre. Dobbiamo affrontare la questione che stiamo discutendo in questo seminario avendo la consapevolezza che la nostra è una formazione giovane, ancora in via di strutturazione, e per questo assieme alla consapevolezza dell’urgenza e della centralità del tema, dobbiamo saper mantenere una certa serenità anche per evitare semplificazioni frutto della inevitabile influenza di storie precedenti. Il dibattito sulla natura del partito non è del resto reso semplice dalla sostanziale confusione e indeterminatezza che su questo tema abbiamo scontato nella fase di avvio dell’esperienza del PD.

Ho deciso di intervenire sollecitato dalla discussione di ieri dove ho avvertito il rischio di astrazioni che credo sia importante evitare. A me non sembra che la situazione concreta che viviamo oggi, nel  rapporto tra sistema dei partiti e sistema democratico, ci proponga una alternativa fra un modello imperniato sulla democrazia dei partiti  e un altro imperniato sulla democrazia degli elettori.

E’ piuttosto, la nostra, una situazione in cui i partiti non hanno democrazia interna tanto sono strumento personale di alcuni leader, ne si pongono come architrave della democrazia fra società e istituzioni come prevede la nostra Costituzione e gli elettori gestiscono spazi democratici sempre più ristretti , che vengono via via  schiacciati dall’invadenza di una comunicazione che tende a diffondersi ovunque in un modo sempre più invasivo.  Questa è la realtà dell’Italia, una realtà con un deficit alto di democrazia effettiva.

Se non porremo un freno a questa situazione, rischiamo di andare incontro ad una situazione di notabilato di ritorno, particolarmente aggressivo e in questo scenario, e solo in questo ovviamente per me Berlusconi e Montezemolo sono pari.

Ieri gli interventi dei nostri amici stranieri, mi hanno fatto sentire nettamente tutto il peso della nostra storia. Quello che i nostri ospiti ci hanno prospettato e consigliato è difficile da mettere in atto nella realtà italiana perché in verità noi abbiamo vissuto per 45 anni in un’anomalia storica che non ha conosciuto il sistema dell’alternanza fra forze diverse alla guida del paese.

Abbiamo avuto partiti condannati a governare con tutte le degenerazioni che questo ha comportato nella coincidenza di fatto fra partito e stato, pervadendo l’amministrazione, favorendo la corruzione, e partiti condannati a resistere e quindi impossibilitati a sperimentare sul campo il loro effettivo riformismo, la loro cultura di governo. Questo non è stato un modello sano di vita politica.

Da quell’anomalia siamo passati ad un’altra: il berlusconismo e la piegatura autoritaria e populista del sistema che ha prodotto. Non sarà facile collocare una riflessione sul ruolo dei partiti nel sistema democratico al di fuori della  proposta di una  fase costituente delle istituzioni democratiche nel nostro paese.

A noi è mancata questa fase. Abbiamo tentato con la Bicamerale D’Alema e se quel tentativo avesse avuto successo oggi saremmo a commentare una altra situazione. Ma non siamo riusciti a dare sistemazione all’assetto democratico del nostro Paese, che si è sviluppato per vent’anni in un disordine evidente che alimenta l’antipolitica e il personalismo. Tant’è che a me sembra improprio parlare di una seconda repubblica che in verità non è mai nata e quella che viviamo può anche essere definita ancora come la crisi della prima. Ma questo sarebbe un dibattito astratto.

Il fatto è che questa situazione è andata a ripercuotersi sulla vita politica dei partiti. I risultati del  sondaggio che abbiamo visto stamattina, parlano della necessità per il nostro partito di tenere ben saldo il rapporto tra questione democratica e questione sociale, affinché possa interpretare  bene il suo ruolo. E’ una importante conferma della impostazione che Bersani ha dato al nostro lavoro: il rapporto indissolubile fra questione democratica e questione sociale è la cifra della sua segreteria. 

Abbiamo avuto troppo spesso un atteggiamento remissivo dinanzi a dibattiti interni e esterni al partito che mettevano in ombra questa  nostra missione e questa debolezza ha  portato  delle conseguenze anche nel carattere del partito che oggi discutiamo di correggere. Se infatti ci accodiamo ad un dibattito tutto giocato in punta di polemica sulle questioni giudiziarie del premier piuttosto che sui rischi di  limitazione di alcune libertà fondamentali diamo una piegatura all’idea di partito che poi fa fatica a rappresentare la questione sociale nella sua drammaticità e con le sue conseguenze sul sistema democratico. Per far sì che un partito possa interpretare la questione sociale, è necessario che la viva, che vi sia strutturalmente immerso, che la condivida. 

Un partito che vive di stenti e diventa un comitato elettorale, qual è il rischio che il Partito ha corso nel recente passato, è un partito che non potrà mai vivere la questione sociale fino in fondo.

L’altro tema è quello del decentramento amministrativo, della scelta istituzionale verso un federalismo italiano.

La percezione che si ha all’interno del Partito riguardo la figura dell’ amministratore in qualche modo rispecchia una cultura riscontrabile nella nostra popolazione e condivisa. Gli amministratori sono avvertiti per il loro lavoro ravvicinato e concreto come un punto di riferimento solido. Quindi noi facciamo bene a contrapproporre un federalismo vero a quello ideologico della Lega. Per noi nel federalismo all’italiana, gli aspetti dell’autonomia devono essere concepiti in funzione di una nuova unità del paese dal momento che il centralismo non è riuscito a corrispondere a questa esigenza di unità. Questo è il punto distintivo e da cui non possiamo derogare. Per questo dobbiamo valorizzare, mentre rivendichiamo una autonomia forte dei poteri locali, tutto ciò che concorre ad una identità nazionale. Il partito, i partiti sono uno di questi elementi. Quindi dobbiamo essere capaci di coniugare anche per il partito una sua forte caratterizzazione federale assieme al fatto che il partito è e deve essere portatore di una visione nazionale.

Il Partito Democratico, ha già pagato e pagherà un prezzo ogni qualvolta dimostrerà incoerenza nell’affrontare un evento in sede locale che contraddice le affermazioni politiche e culturali fatte dal partito stesso, a livello nazionale.

Un tempo, i partiti erano una realtà di condivisione intellettuale e culturale, dove anche quegli amministratori meno esperti e preparati, che gestivano i Comuni più periferici del paese, erano in grado di fare scelte programmatiche e di governo estremamente lungimiranti, espressione di una cultura diffusa e condivisa. Penso al governo del territorio piuttosto che alle politiche sociali o ai servizi per l’infanzia.

Dobbiamo mantenere questa peculiarità. Essere promotori di una cultura di governo diffusa e condivisa sul piano nazionale significa dare una identità distintiva al PD e a chi porta il suo nome nelle disparate esperienze di governo e nello stesso tempo diventare uno strumento di cambiamento del paese, di diffusione di esperienze positive di riforma. Non dobbiamo lasciare senza risposta le questioni e i temi propri della autonomia che ci sono sempre stati a cuore e che rispecchiano quella cultura federale che vogliamo affermare a livello nazionale; ma non possiamo neppure permetterci che su questioni distintivie di una identità politica nazionale si prendano decisioni che la contraddicono platealmente e ripetutamente. Una sorta di clausola di supremazia su alcuni temi deve esserci, anche in un partito autonomista.

Concludo rapidamente dicendo che, in un’ ottica in cui gli amministratori hanno un peso rilevante nel rapporto con l’opinione pubblica, il valore di un partito si misura dalla capacità che ha  di responsabilizzare gli amministratori stessi a questo principio: chi governa non porta con se solo la sua faccia ma anche quella del partito e di coloro che lo sostengono.

Se lo guardiamo anche da questo punto di vista il dibattito sull’autonomia del partito, sui funzionari e sulle risorse per il partito  forse non è del tutto secondario e irrilevante.