(articolo tratto dalla rivista "MARCHE DOMANI" n.9 del 15 maggio 2008)

“Credo che ricorderemo a lungo il voto del 13 e 14 aprile e sono convinto che si rifletterà e si scriverà molto sul suo esito e non solo fra le file degli sconfitti ma, più in generale, da parte di analisti, soggetti sociali, intellettuali. Per la rivoluzione che ha prodotto nella rappresentanza politica, per il carattere sociale che in quel voto si esprime e che non è l’interclassismo gia conosciuto in Italia, ma l’annullamento del collettivo nell’individuale, dell’idea di nazione nel territorio, e per il forte imprinting culturale”.

Così Oriano Giovanelli, onorevole Pd, che, nel suo intervento, considera: “E’ davvero il voto che chiude il ‘900 e la modalità con cui nel ‘900 gli interessi si rappresentavano politicamente. E il terremoto non è finito, ora toccherà alle forze sociali, al sindacato in particolare. Se non si riflettesse a fondo sarebbe un gran brutto segno, perché questo è un voto che segna profondamente la nostra storia democratica, ed è un voto che fa emergere un tratto culturale del paese Italia con il quale la politica deve fare i conti realisticamente, perchè sarà il tratto culturale del secolo che abbiamo davanti. Può anche darsi che la tattica politica e le contraddizioni interne alla alleanza di centrodestra provochino una caduta ravvicinata del Governo Berlusconi. I problemi che il Paese deve affrontare sono molto seri, dal caro petrolio alle condizioni di vita delle famiglie e delle persone, dalla competitività delle nostre imprese alla crisi economica che l’America fa ricadere su tutto il mondo industrializzato, dal debito pubblico alle sacche di inefficienza della pubblica amministrazione, e i problemi, si sa, hanno la testa dura. Ma anche se il Governo dovesse cadere in fretta, la natura profondamente culturale di questo voto restituirebbe a chiunque si trovasse a governare tutta la sua pesante dimensione.

Ha vinto la destra, una destra per nulla annacquata dal moderatismo che abbiamo conosciuto per decenni con la Democrazia cristiana e che timidamente l’Udc rappresentava nella vecchia Casa della libertà. Ha vinto una destra che non assomiglia per nulla non dico a quella tedesca ma neppure a quella inglese e americana. Ha vinto la destra perché maggiormente capace di rappresentare, direi assecondare, senza se e senza ma, tutto ciò che dal Paese sale, anche se ciò che il Paese esprime spesso è un intreccio di interessi contrapposti. Sembra quasi, in sintesi, che la destra vinca non perché nell’opinione della gente vi sia la convinzione che essa sarà in grado di fare le riforme, ma esattamente all’opposto che quelle riforme (liberalizzazioni, riforma della pubblica amministrazione, rigore dei conti pubblici, lotta alla evasione fiscale, ecc.) la destra non le farà. Ovviamente, su questo spero di sbagliare, mi viene da dire datemi Reagan datemi la Lady di Ferro! E’ del tutto evidente che sono preoccupato per l’Italia ed io che pure sono un federalista convinto invoco una nuova visione nazionale, radicalmente diversa dal vecchio statalismo/centralismo, ma senza visione nazionale moderna questo Paese finirà per farsi del male davvero.

Qui sta il ruolo essenziale del Partito democratico: sfidare la destra a fare le riforme, incalzarla, anche sostenerla se ci proverà, pensare all’Italia e a non a quando cadrà il governo. Il Partito democratico è davvero un albero piantato nel futuro, il soggetto di cui avevamo bisogno e che forse siamo arrivati tardi a formare. Ma intanto c’è. Dobbiamo mettere l’orecchio a terra, immergerci nel Paese che c’è e fare in modo che il Pd diventi un partito radicato, organizzato in ogni angolo di questo Paese. Intanto grazie a tutti i marchigiani che ci hanno votato con l’impegno a farci promotori delle istanze che stanno loro a cuore”.