Il Pd cambia segretario, come si è arrivati a questo punto?

Veltroni ha tratto le conseguenze di un risultato elettorale, quello della Sardegna, che veniva meno alle aspettative sue e di tutti. Un risultato che si è materializzato in una grave sconfitta che sommata a quella delle politiche, del comune di Roma, di Brescia, del Friuli e dell’Abruzzo, non poteva essere sottovalutata. Credo che con il suo gesto abbia voluto favorire l’apertura di un dibattito sul progetto del PD che certamente ha un popolo ma che non riesce ancora a trasformare quel popolo potenziale in elettori, consenso, adesione politica. Ha voluto spersonalizzare questo dibattito ed in questo senso il suo è stato un gesto di generosità vero il valore del progetto che non appartiene solo a Veltroni. Forse, fin già dalle elezioni di aprile, è mancata la forza di aprire quel dibattito e di operare una correzione di rotta che desse soddisfazione alla necessità di mettere mano ad un ripensamento sulla forma partito, sul carattere della nostra opposizione, sull’identità stessa dei democratici italiani.


Su cosa si incentrava il dibattito interno?

Sulla natura stessa del Pd. Il Pd è nato con una forte investitura del segretario con le primarie del 14 ottobre del 2007, ma sono emerse fin dalla definizione dello statuto e poi via via nella necessità di sciogliere dei nodi di orientamento su questioni rilevantissime problemi seri direi di certezza di orientamento, siamo risultati ondivaghi, incerti, divisi e incapaci di decidere. Quel dibattito non si è mai aperto e quindi non si è mai chiuso, si è semplicemente continuato a puntare su un forte rapporto tra leader ed elettori, quando, in realtà, forse l’indicazione di quegli stessi elettori suggeriva una svolta se si vuole più tradizionale, diretta al radicamento territoriale, ai circoli e al tesseramento, al funzionamento di un soggetto collettivo, libero dall’ansia del nuovismo, capace di discutere ma anche di assumere decisioni chiare. La stessa gestione della linea politica in Parlamento meritava un po’ più di chiarezza e nettezza per non dire del dibattito sui temi eticamente sensibili e della collocazione internazionale del partito alla vigilia delle elezioni europee. Anche a costo, quando non si fosse riusciti a mettere d’accordo tutti, di operare, senza eccessiva cautela, scelte a maggioranza che caratterizzassero il partito. La discussione quando è esplicita e vera consente di gestire meglio anche le opinioni diverse e soprattutto accende quella generosità verso il partito senza della quale semplicemente il partito non esiste. Tutto questo è mancato, e Veltroni lo ha riconosciuto.

Intanto il Pd precipita al ventidue per cento. Tramonta la vocazione maggioritaria e il sogno di fondere due tradizioni dimostratesi, alla fine, incompatibili?

Attenzione il progetto non è fallito ho gia accennato ad un popolo del Pd che esiste; al di la della delusione di certi risultati il potenziale rimane alto ed è importante per la democrazia italiana che tale rimanga e non si dia corso ad un pericoloso riflusso. Questo comporta anche correzioni di rotta nette. La cosiddetta vocazione maggioritaria è stata gestita in modo tale da dare l’idea di un bipartitismo coatto per il quale l’Italia non è matura e, forse, non lo sarà mai. Una democrazia che non riesce ad esprimere una sinistra anche radicale è certamente monca, e la strategia delle alleanze è un tema che le forze progressiste si portano dietro dalle origini. Dal congresso di Lione del PCdI del 1926, e poi dalla svolta di Salerno di Togliatti e dal discorso “ceti medi e Emilia rossa dello stesso Togliatti e poi il carteggio fra Enrico Berlinguer e monsignor Bettazzi cos’era se non una linea di alleanze che è connaturata alla stessa natura sociale e ai soggetti sociali e culturali di questo paese. Solo recentemente le alleanze sono diventate politiciste, tattiche, personali, prive di respiro socio-culturale. È vero, inoltre, che il dibattito sui temi eticamente sensibili sta assumendo un’importanza sempre maggiore per la potenza inedita che la scienza esprime, ma, per quante differenze di vedute possano sussistere tra le diverse componenti del Pd, la possibilità di fusione non può essere ridotta alle mere questioni etiche. Le due culture dispiegano un potenziale d’incontro che risale agli albori del movimento di critica al capitalismo, quando la marciante industrializzazione dava luogo ad uno sfruttamento bestiale delle classi più deboli e uomini come Sturzo, Costa e Salvemini cercavano, ognuno a suo modo, di trovare la via ad una società che tenesse conto degli interessi popolari. La stessa nascita del movimento delle autonomie locali nasce in quel contesto e per opera di quelle persone. Ecco una rilettura del contesto in cui nacquero l’ANCI, La Lega dei Comuni Socialisti, è molto illuminante delle origini confinanti del riformismo di matrice cattolica e quello di matrice socialista e dell’importanza di vivere fino in fondo la scelta federalista come parte identitaria del Pd. A tanto lontano risalgono le radici riformiste comuni delle tradizioni di sinistra e cattoliche. Una sinistra che, in Italia, ha una cultura e un radicamento, al di là del massimalismo, che non giustifica la chiusura delle alleanze del Pd ai soli radicali e al partito persona di Antonio Di Pietro.

Il capitalismo, e il suo modello globalizzato, segna il passo. La politica è in grado di pensarne uno alternativo?

Le crisi così profonde sono il terreno dove possono nascere i grandi cambiamenti, i grandi progetti innovativi. E’ in crisi come questa che la politica torna regina della scena e ciò che la storia ci insegna è che il maggior pericolo che la politica progressista può correre è quello di vivere la crisi come crollo, come fine della storia, come “reset” diremmo oggi. Stiamo vivendo, nella crisi attuale, non la fine della globalizzazione o dell’economia di mercato, ma gli effetti di processi degenerativi della globalizzazione e di un mercato disancorato dal lavoro. Queste degenerazioni impongono una riflessione, più che sull’economia in se stessa, sulla democrazia e sulle regole di partecipazione di nazioni, soggetti sociali, popoli alla determinazione del loro destino. Più che i mercati, quindi, è messa in discussione la loro trasparenza e smentita la pretesa di affidare a loro soli il futuro e il benessere delle persone. Abbandonando l’idea di un’economia che possa mantenersi, nel contempo, avida e priva di controlli e di una globalizzazzione fatta dai banchieri invece che dagli stati, dalle istituzioni.

Un’economia regolata con al centro lo Stato, quindi?

Se per Stati intendiamo istituzioni politiche autorevoli certamente, ma, più ancora che lo Stato, una dimensione certamente in cirisi, sono le organizzazioni internazionali come l’Europa, il Fondo monetario Internazionale, il Wto, il G20 che devono – ed è essenziale – trasformarsi in organismi più forti, da un lato, e molto più democratici, inclusivi, trasparenti e partecipativi dall’altro. Quello che non sarà più tollerabile è che questi soggetti internazionali rimangano preda di quei circoli tecnocratici, economici ed oligarchici che hanno dato adito alla spirale nella quale siamo caduti. Il movimento no-global certo non possiamo dire che avesse ragione in tutto ma il pericolo l’aveva ben intravisto.

Il superamento dello Stato nazione non deve coincidere, però, con una nuova, e parallela, centralità delle Regioni?

A mio avviso, dall’Europa deve nascere un nuovo e diverso Stato nazionale, se si vuole più accentrato di quanto sia ora, ma solo su poche, specifiche, materie. A fianco, deve emergere il ruolo delle realtà regionali: le uniche, tra parentesi, che si stiano impegnando in prima linea per fronteggiare la crisi reale che sta investendo – ben più gravemente di quella finanziaria – il nostro Paese. Il federalismo, mentre il ruolo delle Regioni si rivela speculare all’affermarsi delle Istituzioni Europee – è la vera sfida di questa stagione politica. E torno a sottolineare che il pieno dispiegamento di politiche territoriali vere porterà naturalmente a muoversi in ambiti che andranno oltre il vecchio municipalismo e ne sono convinto faranno emergere la dimensione macro regionale come ambito naturale in cui collocare queste politiche. Del resto parliamo gia correntemente di Nord-Est, di asse Milano, Torino, Genova, di Dorsale Adriatica, ecc.

Sarà lo stesso all’interno dei partiti: un riequilibrio tra centro e periferia a favore di quest’ultima? Quali segnali trapelano dalla segreteria Franceschini?

Senza indulgere in atteggiamenti leghisti, il Pd deve divenire più democratico, radicato e molto meno romano centrico di quanto sia ora. Un partito federale, insomma, nel quale le esperienze di governo amministrativo possano contribuire alla stesura delle linee nazionali. Mi sembra che il neo segretario abbia voluto dare segnali concreti in questa direzione e sicuramente questo sarà un tema centrale del prossimo congresso. Una direzione di marcia che permetterà di creare nuovi e più ferrati gruppi dirigenti fatti non solo di esponenti che, fin da giovani, hanno studiato per divenire segretari e figure di spicco a livello centrale, ma di persone che si sono formate alla scuola dei Comuni, delle Province e delle Regioni. Persone che hanno avuto l’opportunità di trasformare il bagaglio ideale in un’azione di governo concreta, sperimentando la loro capacità, al di là dei dibattiti, di risolvere i problemi concreti che si presentavano di volta in volta. Sia nel Pci, dal quale provengo, che nella Dc le esperienze amministrative non influivano molto sulla costruzione della linea politica nazionale. Ecco una buona occasione per andare oltre alle matrici politiche originarie.
Il Pd, traendo una sintesi delle due tradizioni che sia diversa della somma aritmetica, può trarre dalla formazione dialettica – centro-periferia – del gruppo dirigente, uno dei pilastri della sua azione di governo e uno dei tratti più forti della sua peculiare identità.