Analisi del voto


Intervista di Giancarlo Giojelli

per "Autonomie e Comunità"

C’è di che sprofondarci in questo Nord, non trova?
Insomma, ci sono rimasto male, non posso nasconderlo. Eppure…
Eppure, mi sto convincendo che siamo di fronte al voto più importante al quale io abbia partecipato, e badi che non sono proprio un ragazzino. Un voto importante, diverso, con risvolti politici da analizzare in profondità.

Provi a dire…
Lo sconquasso del voto ha risvolti innanzitutto politici, pensi al tema della rappresentanza. Ha un incardinamento forte nel sociale, pensi solo alla questione fisco. Ha un’indicazione culturale di primo rilievo, perché ci siamo accorti che nel sistema politico c’è una rappresentazione del Paese che non è più quella. Insomma, il voto ha dimostrato che l’Italia è diversa da come la politica se la rappresenta.

Insomma, “la politica”, lei dice. Ai più, invece, è parso che sia il centrosinistra a non capirci un acca.
Guardi, non sono affatto convinto che il centrodestra abbia capito meglio. Dico, invece, che merito del centrodestra è saper dare voce a quest’Italia. Ma la funzione politica non è solo dare voce. Ecco perché la parola chiave di questi mesi, e forse di questi anni, dev’essere l’umiltà, un approccio diverso da prima.

D’accordo, ma per tornare all’obiezione precedente, mi sembra che la crisi sia più del centrosinistra.
Sono d’accordo. La crisi del centro sinistra sta nella sua giusta ambizione di non limitarsi ad assecondare la “pancia del paese” ma per farlo quella pancia la deve conoscere ci deve fare i conti, non la deve snobbare. Il fatto è che in questi anni il centrosinistra ha espresso una nuova classe dirigente immersa e originata dai territori, ma è rimasto strutturalmente centralista. Infatti, sottolineo come la maggiore tenuta del Partito democratico sia avvenuta là dove il Pd era affidato a questo ceto di “homini novi” che avevano in mente e nella pratica amministrativa un approccio fondamentalmente diverso. Il tema della crisi è eminentemente culturale, insomma.

Già, ma è pur vero che anche nel Partito democratico, da qualsiasi parte ci si giri, questi uomini contano poco o addirittura pochissimo: davvero, non sembrano in grado di cambiare quella cultura così innervata di centralismo.
Non voglio farla troppo difficile, ma la testa del Partito democratico è piena di personalità che si sono formate a un’idea di Stato che è stata la dominante dei due secoli che ci hanno preceduti. In fondo, anche per i cattolici del Pd, la pregiudiziale idealista è quella con cui hanno fatto i conti dai tempi del liceo. Una visione dello Stato che è corrisposta per decenni a una serie di idee e di ideali della politica. Esattamente quelli che sono stati sconfitti dal corpo elettorale.

E dunque?
E dunque, per ripartire occorre capire che cosa sta accadendo nelle periferie, per farle diventare il centro propulsore del rinnovamento.

Insomma, bisogna, finalmente, misurarsi con il Nord.
Sì. Ma non deve farlo soltanto chi si sente componente riformista e progressista. Il tema è complesso. Si deve partire da ciò che Aldo Bonomi definisce “la secessione dolce”. C’è un pezzo della classe produttiva, imprenditori e operai, del Nord che si sta allontanando dall’Italia, dall’idea stessa di nazione. Si tratta di un movimento pericoloso e, a guardarci dentro con la dovuta attenzione, è sdrucciolevole anche per chi sta soffiando verso soluzioni centrifughe.

E il Meridione sta a guardare?
Quel che mi sembra stia accadendo è che si sta attuando, attraverso il voto che si è espresso in questa tornata, un patto scellerato che serve a parti del Nord per alimentare la propria tentazione di fatto scissionista (mani libere al nord!) e che, per diventare potere nazionale, si serve di un’alleanza con chi vuole che il Sud rimanga così com’è. Può sembrare un rigurgito della memoria ma qualche volta avere memoria serve.

Se comprendo, lei pensa che esista la volontà da parte di chi ha vinto le elezioni di esaltare le parti meno nobili della politica meridionale per dar forma a un consenso che permetta e alimenti la secessione dolce. Ho capito bene?
A me pare che, come accadde nella preistoria della nostra recente unità nazionale, si stiano confrontando un’idea di Nord e un’idea di Sud. Allora, con il consenso del governo piemontese, per consentire con maggiore facilità all’industria settentrionale un radicamento nel Sud, si titillò il brigantaggio a scapito della borghesia agraria meridionale. Il Nord ne trasse benefici economici immensi a tutto discapito del Mezzogiorno. Oggi, c’è una parte del Sud, quella tesa alla conservazione dello status quo, che ha tutto l’interesse ad allearsi con chi, quasi programmaticamente, nega una visione nazionale a fondamento per la soluzione dei prob
lemi.

Proviamo a esemplificare per semplificare.
Esiste un ceto politico meridionale e siciliano in particolare, che usa disinvoltamente le risorse europee e che ha atteggiamenti opachi nei confronti dei sistemi criminali del Mezzogiorno. Se il “nuovo” del Nord si allea strutturalmente con queste realtà, l’identità e l’unità dello Stato moderno, così come lo vorremmo, sarebbero sempre di più a rischio. In ogni caso, con ancor più difficoltà che prima, il Sud sarà in grado di aprirsi all’Europa.

Parliamo di quel che accadrà. Come prima cosa, e come del resto anche promesso dal Pd di Veltroni, il governo dice che abolirà l’Ici, che ne pensa?
La mia posizione su questo punto è netta: abolire l’Ici è una sciocchezza. Sull’autonomia non si scherza. Quando si invoca autonomia, va precisato che il primo e principale strumento di tale autonomia è la leva fiscale. Chi ha a cuore l’esperienza del governo locale, non può tollerare che si metta mano alla strategia che ne fonda l’esistenza concreta senza conoscere quali sono le alternative. Anche nella mia Provincia c’è un Sindaco leghista e ora anche un deputato: sarà interessante capire come la pensa al proposito.

Che succederà?
Che ci sarà battaglia. Per quanto riguarda noi, davvero senza alcun ripensamento. Ma credo che anche per la Lega Nord ci saranno problemi ad approvare un provvedimento che, di fatto, allontana il processo di trasformazione dello Stato in senso federalista. E poi, guardi, che dietro ci sia un governo Berlusconi o un governo Veltroni, per noi sarebbe esattamente la stessa cosa.

L’alternativa?
Guardare ai problemi con un ‘ottica nazionale, una visione fresca , nuova, che in nessun caso deve ledere i principi fondamentali dell’autonomia. Ma pensate al significato dell’abolizione dell’Ici che ci riporterebbe a un’Italia in cui i Comuni dovevano attendere l’esito della finanziaria per sapere di che morte morire per l’anno successivo. Vogliono discutere dell’ICI bene, ma contemporaneamente alla discussione sul federalismo fiscale, prima non è possibile per noi accettarlo.

Le priorità per il governo?
Che non si butti a mare il lavoro già fatto per le riforme; che si vari il Codice delle Autonomie; che si concluda il processo che porta al federalismo fiscale. Per quanto mi riguarda, sto cercando un rapporto costruttivo con la Lega Nord per provare a capirci e vedere quali possono essere i reciproci vantaggi. Naturalmente rimarranno, su temi di fondo, differenze sostanziali tra noi e loro, la prima e più importante delle quali è che noi auspichiamo che l’Italia non interrompa un percorso fondato su una visione nazionale e moderna dello Stato.

Ma se Roma dovesse chiudersi, per paura delle novità che avanzano?
Allora, il Paese, così come lo abbiamo vissuto, sarebbe a rischio. Se non si danno risposte da subito, la secessione dolce, potrebbe avere una deriva pericolosa che figurativamente potremmo immaginare come lo spappolamento della Nazione.