di Innocenzo Cipolletta
Sole24ore, martedì 1°luglio 2008Gran parte della manovra recentemente varata per il triennio a venire si giocherà sul federalismo fiscale. Solo il federalismo fiscale potrà assicurare coerenza a livello territoriale tra nuove funzioni, che le Regioni si aspettano di svolgere, e nuove entrate fiscali che dovranno essere di diretta competenza regionale. Continua u pagina 14Perché la compressione della spesa pubblica prevista dal Dpef possa essere realizzabile, sarà necessario trasferire alle Regioni una nuova capacità impositiva, in modo che esse possano scegliere tra ridurre effettivamente la spesa o aumentare le proprie entrate fiscali. A questo punto diventa rilevante sapere quali saranno le nuove entrate fiscali delle Regioni. La risposta non è semplice perché negli ultimi tempi sono state ridotte o abolite le uniche tasse a caratteristica parzialmente territoriale. Parlo dell’Irap (imposta regionale sul valore aggiunto), che è stata ridimensionata dal Governo Prodi con un netto taglio del cuneo fiscale, e dell’Ici, già colpita dal Governo precedente e poi affondata dal Governo Berlusconi con l’esenzione della prima casa. Non che questi due prelievi fossero immuni da pecche: l’Irap è un’invenzione italiana che ha sostituito i contributi sanitari e altre imposte, ma che ha finito per rappresentare una sorta di incubo per le imprese, che vedono questo prelievo applicarsi in modo indeducibile sul profitto complessivo dell’azienda, a volte facendolo scomparire del tutto. Inoltre l’Irap, per le sue caratteristiche, non è una vera tassa locale, ma è percepita ancora come un’imposta centrale, perché di fatto si aggiunge all’Ires richiesta dallo Stato e può variare da regione a regione solo per limitate percentuali. L’Ici è più locale, ma è un’imposta sulla proprietà e non sulla disponibilità e uso degli immobili, come nella maggior parte degli altri Paesi che usano questo tipo di imposta per finanziare i servizi locali resi agli abitanti. Pur con i loro difetti e limiti, queste due imposte erano le sole che legavano in qualche modo i cittadini-elettori alle amministrazioni locali, ossia erano due imposte a carattere federale, perché differenziate a livello locale come ammontare. Stabilire un legame forte e diretto tra capacità impositiva locale e fornitura di servizi è la base di una reale democrazia federale. Il cittadino-elettore deve poter valutare se le imposte richieste dagli enti locali si giustificano o meno con la qualità e quantità di servizi prestati dall’amministrazione locale e questo giudizio è, a sua volta, fondamentale per la decisione di voto, favorevole o contrario, al momento dell’elezione per il rinnovo degli amministratori. Come si procederà ora per attuare il federalismo delle imposte? La via più sbagliata, ma anche la più facile, è quella di procedere a una ripartizione per regioni e comuni di parte del gettito relativo a imposte nazionali, come avverrebbe se si attribuisse alle Regioni quota del gettito delle imposte personali (Ire e Ires) “prodotta” sul territorio di riferimento: in questo caso, il legame tra capacità impositiva e gestione dei servizi sarebbe definitivamente rotto. Per il cittadino-elettore lo Stato centrale rimarrebbe il vero responsabile dell’imposizione, mentre la Regione o il Comune sarebbe responsabile solo della spesa e si giustificherebbe nei confronti dei cittadini per la qualità dei servizi, accusando lo Stato centrale di non dare sufficienti risorse (come avviene già ora). Non molto dissimile sarebbe il caso delle addizionali o delle riserve di quote di imponibile: per il contribuente, che paga centralmente le sue imposte, poco importa se l’addizionale l’ha decisa la Regione o la Provincia, perché alla fine lui pagherà una somma complessiva allo Stato centrale nell’ambito della dichiarazione dei redditi annuale. Anche il caso di una attribuzione agli enti locali del gettito di imposte specifiche decise a livello centrale (come l’Iva o le imposte di fabbricazione sui carburanti o altri beni) non consente di attuare un vero federalismo fiscale perché, in un Paese relativamente piccolo come l’Italia si finirebbe per avere la stessa aliquota su tutto il territorio nazionale, dato che, in caso di differenziazione marcata, il consumatore sposterebbe facilmente il luogo di acquisto dei beni tassati per beneficiare della più bassa aliquota. Differente è il caso in cui alle Regioni e ai Comuni vengano assegnate forme di imposizione del tutto autonoma ed esclusiva, di cui esse siano responsabili sia della definizione delle aliquote che del sistema di riscossione e di controllo. In questo caso, il legame è diretto tra contribuente e amministratore e il giudizio, al momento dell’elezione, può essere più trasparente. Per questo in molti Paesi l’imposizione locale è quella sulla casa e sui fabbricati, chiaramente individuabili sul territorio, con modalità di esazione e di controllo che possono avere carattere marcatamente territoriale. Ma, per essere efficace, l’imposizione sulla casa e sui fabbricati non deve rappresentare una imposta patrimoniale (com’era l’Ici), ma deve essere corrisposta da chi ha l’uso effettivo dell’immobile, perché egli è anche il soggetto che beneficia dei servizi locali e che poi vota al momento del rinnovo degli amministratori locali. A sua volta, l’ente locale potrà graduare l’imposizione sulla base di parametri politicamente sensibili (zona di residenza, dimensione dell’appartamento, numero degli abitanti, reddito dichiarato, ecc.), ciò che consentirà di svolgere un’azione di politica sociale, redistributiva e urbanistica. Un vero federalismo fiscale non potrà fare a meno della tassazione della casa e degli immobili. Piuttosto che abolire l’Ici sulla prima casa, a questo punto, sarebbe bene abolirla del tutto e rifondarla come imposta federale sugli immobili, riducendo di pari ammontare la tassazione centrale. Resterà poi sempre il ruolo di redistribuzione del gettito centrale a fini di perequazione che dovrà essere fatto dallo Stato con le imposte centrali, che servono, sia per i servizi nazionali che per la funzione di solidarietà nazionale trasparente. Se invece si prenderà la scorciatoia della ripartizione a livello locale del gettito erariale raccolto a livello nazionale, si avrà un falso federalismo che farà lievitare la spesa pubblica e che, alla fine, porterà a un nuovo incremento della tassazione complessiva.