Sarà perché quelle curve le facevo tutte in un respiro in discesa a rotta di collo con la bicicletta e tutto d’un fiato le rifacevo in salita perché il fiato non mi mancava.
Fu sempre quella strada il mio personale circuito dove con il benellino a tre marce cercavo di piegare fino a raschiare la pedana e qualche volta mi riusciva e il cuore mi saliva in gola.
Ma il fascino di quella parte di Urbino era anche politico, tutto politico.
E’ da quella strada che il 25 aprile e il 1° maggio salivano le carovane di auto con le bandiere rosse fuori dai finestrini dirette a Urbino per il Comizio.
Era la valle rossa quella. Da Borgo Massano passando per Cà Gallo e su per Ca’mazzasette e poi Schieti, La Miniera, Montecalende, Cavallino, le auto si accumulavano e passavano davanti alla finestra di una casa rosa, la mia, a Gadana ultima frazione prima di arrivare in città.
Era la parte buona quella; lì si è sempre respirata un’aria diversa, un’aria particolare.
Di quelle località Ca’ mazzasette, aveva e ha mantenuto un sapore tutto suo. Forse perché scostata dalla strada non la vedi, ti ci devi inoltrare, la devi andare a cercare e quando c’arrivi ti accoglie. Ecco sì. Ca’ mazzasette da la sensazione di accoglierti; devi rallentare per forza e appena svolti dopo la scuola c’è uno slargo, quasi una piazzetta e li lo stare in casa è tutt’uno con lo stare in strada e quindi quando arrivi provi la discrezione dovuta all’entrare nella casa di qualcuno. Lì abitava Ferriero. Il maestro, il partigiano, il sindaco di Piandimeleto, l’assessore all’urbanistica del comune di Urbino. Un uomo ascoltato giustamente ascoltato e soprattutto uno che si faceva ascoltare. A me piaceva davvero tanto rimanere a sentire in silenzio le sue parole e sono davvero grato ad Angelo Cecchini, originario del posto e trapiantato a Pesaro, che per qualche anno mi ha dato il privilegio di passare qualche ora con Ferriero, ormai anziano e a riposo, davanti ad una grigliata di carne e un bicchiere di vino rosso. Ferriero non poteva mangiare con noi troppi grassi per il suo cuore. Allora cenava con la sua compagna nella casa accanto a quella di Angelo e poi ci raggiungeva e allora cominciava davvero la serata. Testa lucidissima quella di Ferriero e soprattutto mentalità aperta, apertissima alle cose che cambiano, cambiano sempre anche quando vorremmo che non lo facessero.
Ferriero era un uomo di partito, un uomo libero, e per un comunista italiano non è un ossimoro.
I comunisti italiani, quella strana specie, disse Togliatti, come una giraffa; una specie che non è mai stata capita fino infondo anche perché diversi fra di loro e diversi in ciò che erano da quello che apparivano essere.
Una specie che in quanto comunisti li si riteneva magari inclini al totalitarismo, e indubbiamente qualcuno che la pensasse così c’era eccome, ma per lo più gente, uomini e donne, assolutamente incompatibili con qualsiasi forma di autoritarismo. Uomini liberi davvero, perennemente in cerca, democratici, forti perché critici a partire da se e critici verso il loro partito. Critiche non spirito distruttivo.
Ben più che dal pensiero di Lenin, quelle coscienze erano state modellate dalle angherie del fascismo, dalla resistenza, dalla lotta di liberazione, dalla Costituzione della Repubblica Italiana, dalle lotte mezzadrili, dalle lotte per i diritti fondamentali indissolubilmente legati ai diritti del lavoro e nel lavoro, alle conquiste sociali.
Ferriero era questo, un uomo della Resistenza, della Costituzione Repubblicana, un democratico integrale e si sentiva quando ci parlavi, sentivi la robustezza dei fondamentali, quei capisaldi che non ti fanno vacillare di fronte ai cambiamenti, anzi ti portano ad anticiparli, ad evocarli. Come spiegarsi altrimenti che un uomo anziano come Ferriero ti dava sempre la sensazione di una incredibile freschezza giovanile, capace di lamentarsi per i ritardi nelle innovazioni e non certo per la paura di smarrire la strada, di tradire una storia.
Anzi Ferriero della storia sapeva anche sorridere in modo dissacrante quando più che parlare di storia si finiva per fare la mitologia di un periodo o dei protagonisti di quello stesso periodo. Dissacrante come sanno fare i teatranti.
Ma Ferriero sapeva sorridere perché sapeva rendere lievi le cose importanti. Grande oratore, da lui non ti aspettavi mai il tono imperioso di chi è pieno di certezze. Da lui ti aspettavi il ragionamento pacato, la comprensione per le altrui ragioni, l’apertura al confronto e non ti tradiva mai.
In questo traspariva una serenità di fondo propria dell’uomo, una forza serena che certo lo ha sostenuto nella malattia fino alla fine.
Una gran bella lezione di vita. Grazie Ferriero.
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