Intanto, credo che si possa dare un giudizio molto positivo di questa occasione di confronto, e penso che per Cinzia sia stato un bell’inizio della sua esperienza, per la quale la ringraziamo, quale responsabile per le politiche sociali della nostra associazione. Io mi limito solo a fare alcune considerazioni, e le conclusioni le trarrà lei.
Parto dalla sottolineatura che è stata fatta con diversi accenti, riferita alla solitudine degli assessori alle politiche sociali che fa il paio con l’affermazione che il sociale è uscito dai tavoli importanti. Io penso che la lunga transizione che abbiamo vissuto e che stiamo purtroppo ancora vivendo, verso un modello di Repubblica diverso ha fortemente istituzionalizzato il carattere del nostro dibattito. Sono ormai 10 anni che parliamo di Titolo V, di attuazione di questo o quell’altro articolo della Costituzione, di Carta delle Autonomie locali, e si è molto abbassata tra di noi la circolazione delle idee, direi un linguaggio comune relativo a delle politiche fondamentali da realizzare nei territori. Se non sono stato chiaro mi spiego meglio. Si è proprio creato una sorta di circuito specialistico per il quale il tema è rapporto regioni, governo, comuni, piuttosto che ruolo delle competenze, costituzionalisti, articolo, emendamento, sub emendamento, sono 10 anni insomma che siamo inchiodati su questo andazzo,e così si è allentato di molto il dibattito tra di noi, penso anche al lavoro proprio delle associazioni delle autonomie, su alcuni capisaldi del che cosa fare per la vita concreta della gente attraverso le autonomie locali. Non che non si facciano le cose. Ero molto più giovane quando i comuni e le autonomie locali avevano al centro della loro attenzione, ad esempio, un dibattito straordinario sulle politiche urbanistiche. Ero già Sindaco, invece, quando c’è stata la stagione di un dibattito straordinario sulla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione locale. La questione della Pubblica Amministrazione manageriale negli anni ’90, è stata una grande stagione di confronto tra di noi . Penso che dobbiamo assolutamente riportare al centro alcune politiche, politiche forti, anche perchè altrimenti il dibattito diventa astruso, la gente non ci segue più, non ci capisce più. Ripeto, questo non vuol dire che non si facciano le cose, perchè voi avete detto tante cose che si fanno, ma quello che manca è la percezione che ci siano delle politiche, cioè che ci sia uno sviluppo, il più possibile ordinato, di obiettivi, indirizzi, metodologie, professionalità, scelte politiche che vanno in una determinata direzione, e credo che quello della politiche sociali sia un vuoto di dibattito che i comuni, in particolare, ma anche le regioni, non si possono assolutamente permettere. Ad esempio io mi aspetto un contributo straordinario da voi, da questo luogo di discussione che avrà il suo seguito nelle modalità in cui si deciderà, sul tema del federalismo fiscale. Perchè una delle modalità per fare davvero il federalismo fiscale è parlare di questo, se lo lasciamo ai tecnici della ragioneria dello Stato piuttosto che dei diversi centri di studi, viene il mal di testa solo a pensarci. Noi vogliamo capire quali sono i livelli essenziali delle prestazioni che verranno garantite dal federalismo fiscale, cosa c’è dentro la pentola dei livelli essenziali delle prestazioni. Vogliamo capire come si calcola un costo standard ma non perchè non sappiamo fare una divisione tra il costo del servizio e il numero degli utenti, ma perchè in un costo standard noi, che di questi temi parliamo, non possiamo accettare che sia solo un numero, ci sarà un problema di quantità, di qualità, di estensione del servizio . C’è da smontare, perchè io sono convinto che si debba smontare, l’idea che ragionare di federalismo e chiedere a gran voce l’attuazione del federalismo fiscale significa fare della macelleria sociale, perchè questa sarà una delle critiche che verrà fuori magari strumentalmente da parte di chi il federalismo fiscale non lo vuole per altre ragioni. Io credo che si sbagli a dire una cosa di questo genere anche se è vero che non sia del tutto escluso che vi sia un rischio di questo genere. In particolare nel Mezzogiorno si costruirà un clima di pregiudizio negativo nei confronti del lavoro sul federalismo fiscale, si dirà che si accentueranno le disuguaglianze sociali, che le opportunità offerte in termini di servizi ai cittadini del Mezzogiorno saranno ancora più basse rispetto a quelle di oggi, noi dobbiamo riuscire a dimostrare l’esatto contrario, perchè il federalismo fiscale che vogliamo realizzare noi è un federalismo fiscale che non crei ulteriori divisioni rispetto a quelle che ci sono, ma crei l’opportunità, anche per territori che partono da una situazione di svantaggio, di recuperare il loro svantaggio. Proprio perchè vogliamo fare il federalismo fiscale dobbiamo approfondire queste critiche e dimostrare esattamente il contrario. Dire che probabilmente il Paese è già diviso, molto più di quello che si voglia ammettere, che ci sono già due Italia, che queste due Italia si stanno allontanando sempre di più, se guardiamo appunto alle opportunità offerte all’infanzia, se guardiamo alle politiche sociali strutturate, se guardiamo a quel lavoro straordinario che crea poi quella coesione sociale, quel capitale umano, quel capitale sociale che è sicuramente fondamentale anche per i temi dello sviluppo economico. La faranno, questa campagna, quelli che in verità non vogliono ammettere che questo Paese è già diviso, quelli che vogliono riproporre la ricetta di uno Stato centralista come soluzione di questi problemi quando è lo Stato centralista che questi problemi li ha effettivamente creati. Quando non si vuol partire dalle differenze per cercare di creare delle pari opportunità. Non sarà facile, però io credo che noi lo dobbiamo svolgere questo dibattito, perchè guai a noi, ripeto, lasciare il dibattito sul federalismo fiscale agli economisti, agli specialisti di fiscalità, il tema sociale è il cuore del federalismo fiscale, e soprattutto l’opportunità per il Mezzogiorno di recuperare i propri svantaggi, in quella logica di un patto di convergenza che consenta, laddove la copertura della domanda di asili nido è al 3%, in qualche anno, di recuperare, gradualmente il ritardo rispetto a Toscana, Emilia Romagna, dove la copertura è sopra il 30 %. Ma questo vuole anche dire avere la possibilità da parte del sistema Paese di verificare che quei passi avanti si facciano davvero, e non che le ricorse, che verranno finalizzate al recupero di quello svantaggio vadano perdute o vadano disperse. La sfida è per tutti. Io credo che un altro terreno, è stato detto, su cui rilanciare il lavoro sulle politiche sociali, è sicuramente la crisi. Io non so se la crisi sia una grande opportunità. Diciamo che è l’occasione per fare chiarezza, per eliminare alcune ambiguità, per dire da che parte si sta. Ora, io presumo sempre che i miei interlocutori siano intelligenti e lo siano molto più di me, e quindi per me non è un caso che noi non siamo riusciti, nel dibattito sulla crisi, a far emergere il ruolo che gli enti locali, il sistema delle autonomie locali, regioni, province e comuni possono avere per affrontare la crisi. Non ci siamo riusciti quando abbiamo parlato di investimenti, perchè alla nostra richiesta di modifica del patto di stabilità per consentire a chi può di fare investimenti pubblici, e comunque di prendere una misura transitoria sul
modello di quella che è stata decisa per Roma, a maggior ragione per tutti gli enti locali virtuosi, stante il fatto che il 73% degli investimenti pubblici passa per gli enti locali, ci è stato risposto con la circolare di questi giorni della ragioneria generale dello Stato che complica ulteriormente la possibilità dei comuni di rispettare il patto di stabilità. Per me non è un caso che rispetto alla nostra richiesta di portare a 2 miliardi di euro il fondo per le politiche sociali perchè l’onda d’urto dell’impoverimento incipiente di migliaia e migliaia di persone, i primi a doverla sopportare saranno i comuni, e quel fondo sociale poteva servire per tenere basse le tariffe dei servizi, per l’ assistenza domiciliare, per tenere basse le tariffe degli asili nidi piuttosto che per dare una mano a chi non riesce a pagare la bolletta del gas, o della luce, piuttosto che la rata dell’affitto, beh, ci è stato risposto con il bonus famiglia e la social card. E’ del tutto evidente che si creerà nei comuni una sorta di effetto imbuto fra domanda e capacità di risposta. Per non dire dei problemi di coloro che si trovano nelle nostre città da lavoratori immigrati, senza una famiglia, che fino a ieri lavoravano, e oggi si trovano per strada. Che tipo di aggravamento ci sarà per la condizione della gente immigrata in questa fase? Il governo non risponde e io non ritengo che anche questo sia un caso. Perchè una è politica che passa per la valorizzazione del sistema delle autonomie, l’altra è una politica assistenziale di tipo centralista classico, trasferimento monetario, punto. Metto insieme questi pezzi, per dire che probabilmente esistono delle forze, che io ritengo attualmente ancora egemoni, all’interno del dibattito del nostro Paese, che ritengono che questa sia l’occasione, che la crisi sia una grande occasione per destrutturarlo il modello sociale nel nostro Paese, per definire una volta per sempre che c’è una fascia di ricchi, che tali rimarranno, e una fascia, che si allargherà, che ormai ha travolto il cosiddetto ceto medio, schiacciandolo verso il basso, che si dovrà acconciare ad una flessibilità sfrenata nel mondo del lavoro, a delle protezioni sociali che non saranno più universali, ma residuali e assistenziali, e anche, io ritengo, a modelli di fiscalità che invece di accentuare la propria funzione redistributiva , accentuerà ancora di più l’idea egoistica del fisco è come il diavolo. Sono due modelli diversi, alternativi. Per me il fisco è l’unica occasione per un disgraziato, che non ha niente, di sperare di avere qualcosa, nel senso che prende da chi ha qualcosa di più e dà a lui, che non ha niente. Per altri il fisco è il demonio. Per me le politiche di trasferimento monetario, social card e bonus famiglia, oltre che essere ciniche, perchè sono molto spesso degli spot che in verità toccano una situazione marginale della popolazione producendo anche delle disuguaglianze, sono un modello sociale che si contrappone all’idea per cui do dei servizi, faccio delle politiche, produco dei servizi e a quelli consento l’accesso a tutti sulla base dell’ISEE, eccetera. Non è così. Oggi noi viviamo in una situazione nella quale si sta cercando, con un qualche successo, di affermare un modello egemone diverso da quello che noi proponiamo, e io sono convinto che in questo modello che noi proponiamo ci ritroviamo anche con appartenenze politiche diverse, perché è l’esperienza di chi fa l’amministratore locale che fa la differenza. Chi vive in un comune lo sa, a prescindere dal colore politico, che quella giusta è la strada dei servizi non quell’altra che ci vogliono, in qualche modo, imporre. Su questo dobbiamo alzare il tono della iniziativa, per questo la crisi è un’occasione per fare chiarezza, per far venire fuori questi due modelli che sono sempre più antitetici, una realtà che secondo me è ora di svelare. Dentro questo giochino c’è anche la campagna contro le autonomie. E’ cieco chi non vede, da qualche anno a questa parte ormai tutto quello che non funziona in questo Paese o è colpa del fatto che ci sono troppi comuni, o che ci sono troppe comunità montane, o che ci sono troppe province, insomma, non ne va più bene una da questa parte del sistema. Per il resto ci sono dei nodi da risolvere, da affrontare e risolvere, e spero che insieme nel lavoro riusciremo a farlo. Rapporto comuni regioni: decisivo. Il welfare efficace è welfare locale, ruolo del sistema locale, centralità del comune. Allora bisognerà che cominciamo a chiamare per nome queste regioni che il fondo sociale se lo gestiscono a prescindere dai comuni, bisognerà che cominciamo a dire che questi fanno bene e quelli fanno male, perchè altrimenti non ci capiamo, e portiamo acqua a un mulino che non macina la nostra farina e dice delle cose non vere. Anche la campagna sul neo centralismo regionale, alla quale ovviamente il governo centrale si accoda, mette tutti sullo stesso terreno, ed è sbagliato, perchè ci sono regioni che hanno degli atteggiamenti istituzionalmente corretti, e allora bisognerà che cominciamo a chiamare le regioni con il loro nome giudicandole rispetto a quello che fanno. Se vogliamo incentivare un processo virtuoso di realizzazione di nuove regioni, perchè questa è la grande sfida del nuovo modello istituzionale e del nuovo modello di welfare, ovvero che le regioni siano una cosa nuova davvero rispetto a quelle che abbiamo conosciuto nel passato, dovremo fare un lavoro molto ravvicinato nei confronti delle regioni, facendo battaglie politiche, anche regione per regione, laddove le cose non sono esattamente quelle che dovrebbero essere. L’altro punto secondo me importante in questo scenario è la lotta alla frammentazione istituzionale. Mi pare che se c’è un terreno sul quale, anche grazie alla 328/2000, abbiamo fatto culturalmente un passo avanti rispetto al superamento della frammentazione istituzionale e alla logica del localismo è il terreno delle politiche sociali. Il fenomeno non è ancora omogeneo enon appare ancora in tutta evidenza ma è una frontiera, quella degli ambiti sociali, quella del mettersi insieme, che è stata ormai acquisita. Bisogna insistere su questo punto, la Carta delle autonomie locali dovrà essere un’occasione nella quale noi questo principio lo affermiamo con molta forza una volta per sempre. Da ultimo, io penso che c’è un gran lavoro da fare relativamente a quelle che qui sono state chiamate le politiche micro, i progetti micro, che non sono meno importanti del resto. Ho parlato di cose consistenti, federalismo fiscale, la politica sociale del Governo contrapposta a quella delle autonomie, rapporto comuni regioni, frammentazione istituzionale, che fanno parte del dibattito sulla Carta delle autonomie locali, poi ci sono le cose in più che il comune riesce a fare. Quelle cose in più che solo il comune riesce a fare. Uscendo anche un po’ dagli schemi, stando un po’ sul borderline, un po’ nella legge, un po’ fuori, inventando, come è sempre successo, anticipando i fenomeni sociali emergenti, sviluppando pratiche originali di successo. Queste pratiche dobbiamo farle circolare, dobbiamo farle conoscere, in particolare in questo momento di crisi. Mi è capitato spesso in questi giorni di pensare a quando i comuni sostenevano i lavoratori in sciopero piuttosto che facevano lavorare i disoccupati con gli scioperi alla rovescia. Abbiamo costruito così le strade, abbiamo fatto opere pubbliche, con gli scioperi alla rovescia degli italiani nel dopoguerra, quando il lavoro non c’era. Noi andiamo verso una situazione in cui il lavoro non ci sarà per mi
gliaia di persone. Negli anni ’80 in alcune realtà interessate dalla grande ristrutturazione industriale, si ragionò, anche per il fatto che ci furono fenomeni di suicidi molto estesi fra i lavoratori in cassa integrazione, si ragionò su come utilizzare i lavoratori in cassa integrazione, come tenerli impegnati in politiche attive all’interno della città, è un tema che dovremo affrontare. Bisogna offrire a questi lavoratori, che magari si sentono sminuiti nella loro identità e dignità, oltre che nel loro portafoglio, per il fatto di vedere a rischio il proprio posto di lavoro, delle occasioni per continuare a sentirsi utili. Lo si fa con il volontariato, lo si fa d’accordo con sindacato, ma il comune è regista fondamentale di queste politiche. Ci sono poi da sostenere tutte quelle realtà che si occupano di dare una risposta immediata, le Caritas, ma non soltanto le Caritas; è una grande occasione per rinsaldare i rapporti fra i comuni e il volontariato cattolico e laico, nessuno si deve sentire sminuito del fatto di pensare che si apra di una mensa non soltanto per i poveri e gli immigrati ma si cominci a pensare anche per i propri concittadini. Nessuno si deve sentire sminuito se si pone il problema della povertà nella propria città. Io conosco gli amministratori, c’è una specie di pudore; molto spesso preferiscono dire: da noi si sta un po’ meno peggio che dalle altre parti. Tutti dicono così, però intanto la povertà cresce un po’ dappertutto, e non è poi vero che si sta meno peggio nel nostro comune rispetto alle altre parti, lo diciamo per dignità, lo diciamo per confortarci, ma la gente sta male sul serio. Quindi come combattere la povertà, come combattere anche gli sprechi, perchè c’è ancora gente che spreca, perchè c’è gente che butta via cose buone, butta via denaro e c’è gente che non ce l’ha. Quindi politiche anche di contrasto alla povertà come strumento di lotta anche allo spreco. Microazioni che però sono fondamentali per tenere insieme un tessuto sociale orientato all’aiuto verso i più deboli in una situazione di crisi. E infine il rapporto con le fondazioni bancarie. Ieri il Presidente delle fondazioni Buzzetti, ad Alba, in un incontro con Tremonti, ha sostanzialmente detto che nei prossimi mesi la frontiera del lavoro delle fondazioni bancarie sarà il sociale. Esiste un problema di trasparenza, esiste un problema di democrazia, esiste un problema di concertazione territoriale con le fondazioni, noi questo tema lo dobbiamo porre, proviamo a ragionare su come possono essere integrate davvero dentro una politica sociale locale. Ho richiamato questi temi perchè secondo me se vogliamo far riemergere la centralità delle politiche sociali, dobbiamo far riemergere la concretezza delle politiche sociali, cioè di come queste politiche abbiano al centro la vita quotidiana della gente, cosa che, un po’ in senso complessivo, si è andata perdendo in questi tempi e che, se vogliamo invece rilanciare la funzione degli enti locali e renderla credibile agli occhi della gente, dobbiamo assolutamente recuperare.
Parto dalla sottolineatura che è stata fatta con diversi accenti, riferita alla solitudine degli assessori alle politiche sociali che fa il paio con l’affermazione che il sociale è uscito dai tavoli importanti. Io penso che la lunga transizione che abbiamo vissuto e che stiamo purtroppo ancora vivendo, verso un modello di Repubblica diverso ha fortemente istituzionalizzato il carattere del nostro dibattito. Sono ormai 10 anni che parliamo di Titolo V, di attuazione di questo o quell’altro articolo della Costituzione, di Carta delle Autonomie locali, e si è molto abbassata tra di noi la circolazione delle idee, direi un linguaggio comune relativo a delle politiche fondamentali da realizzare nei territori. Se non sono stato chiaro mi spiego meglio. Si è proprio creato una sorta di circuito specialistico per il quale il tema è rapporto regioni, governo, comuni, piuttosto che ruolo delle competenze, costituzionalisti, articolo, emendamento, sub emendamento, sono 10 anni insomma che siamo inchiodati su questo andazzo,e così si è allentato di molto il dibattito tra di noi, penso anche al lavoro proprio delle associazioni delle autonomie, su alcuni capisaldi del che cosa fare per la vita concreta della gente attraverso le autonomie locali. Non che non si facciano le cose. Ero molto più giovane quando i comuni e le autonomie locali avevano al centro della loro attenzione, ad esempio, un dibattito straordinario sulle politiche urbanistiche. Ero già Sindaco, invece, quando c’è stata la stagione di un dibattito straordinario sulla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione locale. La questione della Pubblica Amministrazione manageriale negli anni ’90, è stata una grande stagione di confronto tra di noi . Penso che dobbiamo assolutamente riportare al centro alcune politiche, politiche forti, anche perchè altrimenti il dibattito diventa astruso, la gente non ci segue più, non ci capisce più. Ripeto, questo non vuol dire che non si facciano le cose, perchè voi avete detto tante cose che si fanno, ma quello che manca è la percezione che ci siano delle politiche, cioè che ci sia uno sviluppo, il più possibile ordinato, di obiettivi, indirizzi, metodologie, professionalità, scelte politiche che vanno in una determinata direzione, e credo che quello della politiche sociali sia un vuoto di dibattito che i comuni, in particolare, ma anche le regioni, non si possono assolutamente permettere. Ad esempio io mi aspetto un contributo straordinario da voi, da questo luogo di discussione che avrà il suo seguito nelle modalità in cui si deciderà, sul tema del federalismo fiscale. Perchè una delle modalità per fare davvero il federalismo fiscale è parlare di questo, se lo lasciamo ai tecnici della ragioneria dello Stato piuttosto che dei diversi centri di studi, viene il mal di testa solo a pensarci. Noi vogliamo capire quali sono i livelli essenziali delle prestazioni che verranno garantite dal federalismo fiscale, cosa c’è dentro la pentola dei livelli essenziali delle prestazioni. Vogliamo capire come si calcola un costo standard ma non perchè non sappiamo fare una divisione tra il costo del servizio e il numero degli utenti, ma perchè in un costo standard noi, che di questi temi parliamo, non possiamo accettare che sia solo un numero, ci sarà un problema di quantità, di qualità, di estensione del servizio . C’è da smontare, perchè io sono convinto che si debba smontare, l’idea che ragionare di federalismo e chiedere a gran voce l’attuazione del federalismo fiscale significa fare della macelleria sociale, perchè questa sarà una delle critiche che verrà fuori magari strumentalmente da parte di chi il federalismo fiscale non lo vuole per altre ragioni. Io credo che si sbagli a dire una cosa di questo genere anche se è vero che non sia del tutto escluso che vi sia un rischio di questo genere. In particolare nel Mezzogiorno si costruirà un clima di pregiudizio negativo nei confronti del lavoro sul federalismo fiscale, si dirà che si accentueranno le disuguaglianze sociali, che le opportunità offerte in termini di servizi ai cittadini del Mezzogiorno saranno ancora più basse rispetto a quelle di oggi, noi dobbiamo riuscire a dimostrare l’esatto contrario, perchè il federalismo fiscale che vogliamo realizzare noi è un federalismo fiscale che non crei ulteriori divisioni rispetto a quelle che ci sono, ma crei l’opportunità, anche per territori che partono da una situazione di svantaggio, di recuperare il loro svantaggio. Proprio perchè vogliamo fare il federalismo fiscale dobbiamo approfondire queste critiche e dimostrare esattamente il contrario. Dire che probabilmente il Paese è già diviso, molto più di quello che si voglia ammettere, che ci sono già due Italia, che queste due Italia si stanno allontanando sempre di più, se guardiamo appunto alle opportunità offerte all’infanzia, se guardiamo alle politiche sociali strutturate, se guardiamo a quel lavoro straordinario che crea poi quella coesione sociale, quel capitale umano, quel capitale sociale che è sicuramente fondamentale anche per i temi dello sviluppo economico. La faranno, questa campagna, quelli che in verità non vogliono ammettere che questo Paese è già diviso, quelli che vogliono riproporre la ricetta di uno Stato centralista come soluzione di questi problemi quando è lo Stato centralista che questi problemi li ha effettivamente creati. Quando non si vuol partire dalle differenze per cercare di creare delle pari opportunità. Non sarà facile, però io credo che noi lo dobbiamo svolgere questo dibattito, perchè guai a noi, ripeto, lasciare il dibattito sul federalismo fiscale agli economisti, agli specialisti di fiscalità, il tema sociale è il cuore del federalismo fiscale, e soprattutto l’opportunità per il Mezzogiorno di recuperare i propri svantaggi, in quella logica di un patto di convergenza che consenta, laddove la copertura della domanda di asili nido è al 3%, in qualche anno, di recuperare, gradualmente il ritardo rispetto a Toscana, Emilia Romagna, dove la copertura è sopra il 30 %. Ma questo vuole anche dire avere la possibilità da parte del sistema Paese di verificare che quei passi avanti si facciano davvero, e non che le ricorse, che verranno finalizzate al recupero di quello svantaggio vadano perdute o vadano disperse. La sfida è per tutti. Io credo che un altro terreno, è stato detto, su cui rilanciare il lavoro sulle politiche sociali, è sicuramente la crisi. Io non so se la crisi sia una grande opportunità. Diciamo che è l’occasione per fare chiarezza, per eliminare alcune ambiguità, per dire da che parte si sta. Ora, io presumo sempre che i miei interlocutori siano intelligenti e lo siano molto più di me, e quindi per me non è un caso che noi non siamo riusciti, nel dibattito sulla crisi, a far emergere il ruolo che gli enti locali, il sistema delle autonomie locali, regioni, province e comuni possono avere per affrontare la crisi. Non ci siamo riusciti quando abbiamo parlato di investimenti, perchè alla nostra richiesta di modifica del patto di stabilità per consentire a chi può di fare investimenti pubblici, e comunque di prendere una misura transitoria sul
modello di quella che è stata decisa per Roma, a maggior ragione per tutti gli enti locali virtuosi, stante il fatto che il 73% degli investimenti pubblici passa per gli enti locali, ci è stato risposto con la circolare di questi giorni della ragioneria generale dello Stato che complica ulteriormente la possibilità dei comuni di rispettare il patto di stabilità. Per me non è un caso che rispetto alla nostra richiesta di portare a 2 miliardi di euro il fondo per le politiche sociali perchè l’onda d’urto dell’impoverimento incipiente di migliaia e migliaia di persone, i primi a doverla sopportare saranno i comuni, e quel fondo sociale poteva servire per tenere basse le tariffe dei servizi, per l’ assistenza domiciliare, per tenere basse le tariffe degli asili nidi piuttosto che per dare una mano a chi non riesce a pagare la bolletta del gas, o della luce, piuttosto che la rata dell’affitto, beh, ci è stato risposto con il bonus famiglia e la social card. E’ del tutto evidente che si creerà nei comuni una sorta di effetto imbuto fra domanda e capacità di risposta. Per non dire dei problemi di coloro che si trovano nelle nostre città da lavoratori immigrati, senza una famiglia, che fino a ieri lavoravano, e oggi si trovano per strada. Che tipo di aggravamento ci sarà per la condizione della gente immigrata in questa fase? Il governo non risponde e io non ritengo che anche questo sia un caso. Perchè una è politica che passa per la valorizzazione del sistema delle autonomie, l’altra è una politica assistenziale di tipo centralista classico, trasferimento monetario, punto. Metto insieme questi pezzi, per dire che probabilmente esistono delle forze, che io ritengo attualmente ancora egemoni, all’interno del dibattito del nostro Paese, che ritengono che questa sia l’occasione, che la crisi sia una grande occasione per destrutturarlo il modello sociale nel nostro Paese, per definire una volta per sempre che c’è una fascia di ricchi, che tali rimarranno, e una fascia, che si allargherà, che ormai ha travolto il cosiddetto ceto medio, schiacciandolo verso il basso, che si dovrà acconciare ad una flessibilità sfrenata nel mondo del lavoro, a delle protezioni sociali che non saranno più universali, ma residuali e assistenziali, e anche, io ritengo, a modelli di fiscalità che invece di accentuare la propria funzione redistributiva , accentuerà ancora di più l’idea egoistica del fisco è come il diavolo. Sono due modelli diversi, alternativi. Per me il fisco è l’unica occasione per un disgraziato, che non ha niente, di sperare di avere qualcosa, nel senso che prende da chi ha qualcosa di più e dà a lui, che non ha niente. Per altri il fisco è il demonio. Per me le politiche di trasferimento monetario, social card e bonus famiglia, oltre che essere ciniche, perchè sono molto spesso degli spot che in verità toccano una situazione marginale della popolazione producendo anche delle disuguaglianze, sono un modello sociale che si contrappone all’idea per cui do dei servizi, faccio delle politiche, produco dei servizi e a quelli consento l’accesso a tutti sulla base dell’ISEE, eccetera. Non è così. Oggi noi viviamo in una situazione nella quale si sta cercando, con un qualche successo, di affermare un modello egemone diverso da quello che noi proponiamo, e io sono convinto che in questo modello che noi proponiamo ci ritroviamo anche con appartenenze politiche diverse, perché è l’esperienza di chi fa l’amministratore locale che fa la differenza. Chi vive in un comune lo sa, a prescindere dal colore politico, che quella giusta è la strada dei servizi non quell’altra che ci vogliono, in qualche modo, imporre. Su questo dobbiamo alzare il tono della iniziativa, per questo la crisi è un’occasione per fare chiarezza, per far venire fuori questi due modelli che sono sempre più antitetici, una realtà che secondo me è ora di svelare. Dentro questo giochino c’è anche la campagna contro le autonomie. E’ cieco chi non vede, da qualche anno a questa parte ormai tutto quello che non funziona in questo Paese o è colpa del fatto che ci sono troppi comuni, o che ci sono troppe comunità montane, o che ci sono troppe province, insomma, non ne va più bene una da questa parte del sistema. Per il resto ci sono dei nodi da risolvere, da affrontare e risolvere, e spero che insieme nel lavoro riusciremo a farlo. Rapporto comuni regioni: decisivo. Il welfare efficace è welfare locale, ruolo del sistema locale, centralità del comune. Allora bisognerà che cominciamo a chiamare per nome queste regioni che il fondo sociale se lo gestiscono a prescindere dai comuni, bisognerà che cominciamo a dire che questi fanno bene e quelli fanno male, perchè altrimenti non ci capiamo, e portiamo acqua a un mulino che non macina la nostra farina e dice delle cose non vere. Anche la campagna sul neo centralismo regionale, alla quale ovviamente il governo centrale si accoda, mette tutti sullo stesso terreno, ed è sbagliato, perchè ci sono regioni che hanno degli atteggiamenti istituzionalmente corretti, e allora bisognerà che cominciamo a chiamare le regioni con il loro nome giudicandole rispetto a quello che fanno. Se vogliamo incentivare un processo virtuoso di realizzazione di nuove regioni, perchè questa è la grande sfida del nuovo modello istituzionale e del nuovo modello di welfare, ovvero che le regioni siano una cosa nuova davvero rispetto a quelle che abbiamo conosciuto nel passato, dovremo fare un lavoro molto ravvicinato nei confronti delle regioni, facendo battaglie politiche, anche regione per regione, laddove le cose non sono esattamente quelle che dovrebbero essere. L’altro punto secondo me importante in questo scenario è la lotta alla frammentazione istituzionale. Mi pare che se c’è un terreno sul quale, anche grazie alla 328/2000, abbiamo fatto culturalmente un passo avanti rispetto al superamento della frammentazione istituzionale e alla logica del localismo è il terreno delle politiche sociali. Il fenomeno non è ancora omogeneo enon appare ancora in tutta evidenza ma è una frontiera, quella degli ambiti sociali, quella del mettersi insieme, che è stata ormai acquisita. Bisogna insistere su questo punto, la Carta delle autonomie locali dovrà essere un’occasione nella quale noi questo principio lo affermiamo con molta forza una volta per sempre. Da ultimo, io penso che c’è un gran lavoro da fare relativamente a quelle che qui sono state chiamate le politiche micro, i progetti micro, che non sono meno importanti del resto. Ho parlato di cose consistenti, federalismo fiscale, la politica sociale del Governo contrapposta a quella delle autonomie, rapporto comuni regioni, frammentazione istituzionale, che fanno parte del dibattito sulla Carta delle autonomie locali, poi ci sono le cose in più che il comune riesce a fare. Quelle cose in più che solo il comune riesce a fare. Uscendo anche un po’ dagli schemi, stando un po’ sul borderline, un po’ nella legge, un po’ fuori, inventando, come è sempre successo, anticipando i fenomeni sociali emergenti, sviluppando pratiche originali di successo. Queste pratiche dobbiamo farle circolare, dobbiamo farle conoscere, in particolare in questo momento di crisi. Mi è capitato spesso in questi giorni di pensare a quando i comuni sostenevano i lavoratori in sciopero piuttosto che facevano lavorare i disoccupati con gli scioperi alla rovescia. Abbiamo costruito così le strade, abbiamo fatto opere pubbliche, con gli scioperi alla rovescia degli italiani nel dopoguerra, quando il lavoro non c’era. Noi andiamo verso una situazione in cui il lavoro non ci sarà per mi
gliaia di persone. Negli anni ’80 in alcune realtà interessate dalla grande ristrutturazione industriale, si ragionò, anche per il fatto che ci furono fenomeni di suicidi molto estesi fra i lavoratori in cassa integrazione, si ragionò su come utilizzare i lavoratori in cassa integrazione, come tenerli impegnati in politiche attive all’interno della città, è un tema che dovremo affrontare. Bisogna offrire a questi lavoratori, che magari si sentono sminuiti nella loro identità e dignità, oltre che nel loro portafoglio, per il fatto di vedere a rischio il proprio posto di lavoro, delle occasioni per continuare a sentirsi utili. Lo si fa con il volontariato, lo si fa d’accordo con sindacato, ma il comune è regista fondamentale di queste politiche. Ci sono poi da sostenere tutte quelle realtà che si occupano di dare una risposta immediata, le Caritas, ma non soltanto le Caritas; è una grande occasione per rinsaldare i rapporti fra i comuni e il volontariato cattolico e laico, nessuno si deve sentire sminuito del fatto di pensare che si apra di una mensa non soltanto per i poveri e gli immigrati ma si cominci a pensare anche per i propri concittadini. Nessuno si deve sentire sminuito se si pone il problema della povertà nella propria città. Io conosco gli amministratori, c’è una specie di pudore; molto spesso preferiscono dire: da noi si sta un po’ meno peggio che dalle altre parti. Tutti dicono così, però intanto la povertà cresce un po’ dappertutto, e non è poi vero che si sta meno peggio nel nostro comune rispetto alle altre parti, lo diciamo per dignità, lo diciamo per confortarci, ma la gente sta male sul serio. Quindi come combattere la povertà, come combattere anche gli sprechi, perchè c’è ancora gente che spreca, perchè c’è gente che butta via cose buone, butta via denaro e c’è gente che non ce l’ha. Quindi politiche anche di contrasto alla povertà come strumento di lotta anche allo spreco. Microazioni che però sono fondamentali per tenere insieme un tessuto sociale orientato all’aiuto verso i più deboli in una situazione di crisi. E infine il rapporto con le fondazioni bancarie. Ieri il Presidente delle fondazioni Buzzetti, ad Alba, in un incontro con Tremonti, ha sostanzialmente detto che nei prossimi mesi la frontiera del lavoro delle fondazioni bancarie sarà il sociale. Esiste un problema di trasparenza, esiste un problema di democrazia, esiste un problema di concertazione territoriale con le fondazioni, noi questo tema lo dobbiamo porre, proviamo a ragionare su come possono essere integrate davvero dentro una politica sociale locale. Ho richiamato questi temi perchè secondo me se vogliamo far riemergere la centralità delle politiche sociali, dobbiamo far riemergere la concretezza delle politiche sociali, cioè di come queste politiche abbiano al centro la vita quotidiana della gente, cosa che, un po’ in senso complessivo, si è andata perdendo in questi tempi e che, se vogliamo invece rilanciare la funzione degli enti locali e renderla credibile agli occhi della gente, dobbiamo assolutamente recuperare.
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