Discussione del disegno di legge S. 1117: Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione (Approvato dal Senato) (Stenografico Assemblea)

Signor Presidente, il dibattito che stiamo affrontando – e non nascondo anche una certa emozione – si inserisce nella lunga storia, nella lunga battaglia che il nostro Paese ha conosciuto per l’affermazione delle autonomie locali, per la loro effettiva autonomia funzionale, per la capacità – da garantire loro – di risorse necessarie per far fronte non tanto agli obiettivi imposti o posti dallo Stato centrale, ma alle domande che salgono da parte dei cittadini, della società civile.


A molti, nomi come Luigi Ferraris (sindaco di Foligno), Caldara (sindaco di Milano), Zanardi (sindaco di Bologna), Andrea Costa (il primo parlamentare socialista), Salvemini (che si firmava con uno pseudonimo, il «federalista»), Sturzo, forse diranno qualcosa, ma non tutto. Conosciamo tutti, ad esempio, Matteotti per essere stato vittima del fascismo, ma non tanti conoscono Matteotti sindaco, Matteotti consigliere comunale di Fratta Polesine, Matteotti che si batte per l’autonomia finanziaria dei comuni. È da lì che viene questa lunga storia, una storia dove le radici del riformismo socialista e di quello popolare si sono a lungo toccate prima di essere soffocate dal nazionalismo, dal totalitarismo, dalle ideologie stataliste.
Chi si stupisce del nostro impegno e della nostra partecipazione attiva al miglioramento del testo in esame non conosce questa storia e non sa che dentro questa storia c’è una delle radici fondanti di questo nostro nuovo Partito Democratico; non ha chiaro neanche un punto, e cioè che l’implodere della Repubblica, sotto la spinta della nascita e dell’affermarsi dell’Europa e sotto la spinta della globalizzazione, ha rilanciato negli anni Novanta con forza la centralità delle autonomie, dei sistemi regionali, dei sistemi delle autonomie locali.
E soltanto una classe dirigente irresponsabile può lasciare in una lunga indeterminata transizione questi poteri che Pag. 77sono diventati costituzionalmente equiordinati allo Stato centrale e che assieme formano la Repubblica!
Ecco un altro punto che giustifica il nostro impegno concreto e serio attorno a questo disegno di legge: non possiamo permetterci di lasciare ancora nella transizione un sistema istituzionale così come lo abbiamo scritto nella Costituzione, è pericoloso per il Paese, è pericoloso per la stessa democrazia.
La stessa Corte costituzionale, dal 2001 ad oggi, tante volte intervenendo ha sottolineato quanto fosse importante e urgente dare attuazione all’articolo 119, proprio per evitare che si desse luogo ad una sorta di federalismo impazzito, dove ogni soggetto istituzionale si inventava qualcosa pur di cercare di far fronte alle proprie funzioni.
Ora siamo di fronte ad un’ipotesi di lavoro, ad un lavoro che potrebbe rappresentare una svolta, se si va fino in fondo rispetto all’impostazione cui abbiamo cercato di contribuire, affinché si affermasse in un testo di legge che nelle sue mosse originarie, quando eravamo ancora in campagna elettorale, si paventava assolutamente inaccettabile.
Abbiamo lavorato perché questi miglioramenti si realizzassero e diamo atto anche al Ministro Calderoli e al Governo di aver mantenuto un dialogo costruttivo, ma non possiamo nemmeno nascondere i punti che rimangono per noi ancora incerti e che non sono irrilevanti.
Con qualche ragione abbiamo sentito dire da più parti che una riforma come l’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione non poteva essere portata avanti senza completare il disegno riformatore.
Non abbiamo sposato questa tesi, perché inserire il tema dell’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione all’interno di ulteriori riforme costituzionali avrebbe significato allungare ancora quella pericolosa transizione. Non abbiamo accettato queste tesi, pur se fondate, per senso di responsabilità nei confronti del nostro amato Paese, ma il tema rimane. Mi auguro che dal dibattito che nei prossimi giorni, nelle prossimi ore, si svolgerà in quest’Aula, il tema del completamento della riforma istituzionale venga riportato in auge in modo tale che vi sia un impegno solenne, e comune, ad andare avanti verso il superamento del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, l’attuazione del Senato federale. Pensiamo che ciò sia doveroso, nel momento in cui, con la stessa serietà con la quale abbiamo affrontato il tema dell’articolo 119 della Costituzione, ci facciamo carico del complessivo funzionamento del sistema, perché questo rimane un punto centrale. In questo modo mettiamo da parte definitivamente anche tutte le incertezze, e i ripensamenti, che vi sono stati rispetto alla riforma del Titolo V della Costituzione, non perché quella modifica sia stata perfetta, ma perché riteniamo che quello sia il disegno di repubblica che corrisponde al Paese che cambia, il disegno di repubblica che corrisponde ad un Paese che deve stare dentro un mondo che cambia.
Non possiamo non rilevare criticamente che vi è un grande ritardo nel portare avanti il dibattito attorno alla nuova Carta delle autonomie locali. Qualsiasi persona, anche non addetta ai lavori, nel momento in cui discutiamo di risorse, e di fiscalità, si potrebbe alzare in piedi e dire: ma per fare che cosa? Quali sono le funzioni che volete finanziare, e attribuire, ai comuni e alle province? Qual è l’assetto delle competenze? Come si fa a fare in modo che il federalismo fiscale, insieme alla nuova Carta delle autonomie locali, sia l’occasione perché questo Paese funzioni meglio, perché si superino duplicazioni di funzione, perché si superi la frammentazione istituzionale, perché in qualche modo si vada nella direzione di un Paese più semplice, più facile ad essere interpellato da parte dei cittadini, più efficace nell’intervento nei confronti dei problemi delle imprese, della società e delle famiglie? In questo senso, non è stato positivo aver voluto introdurre parti ordinamentali all’interno di questo disegno di legge. Capisco che proprio la simmetria con la quale si è lavorato ha spinto verso questa soluzione, ma non è una bella soluzione. Avremmo dovuto mantenere, Pag. 78come avevamo cercato di fare con il Governo Prodi, quel parallelismo fin dall’impostazione.
Ci preoccupa, inoltre, anche lo spacchettamento in quattro pezzi della Carta delle autonomie locali. Il nostro timore è che si perda una visione d’insieme, un’organicità che va mantenuta nel momento in cui si ragiona di istituzioni. In questo senso è stato fin troppo marginalizzato il contributo che poteva essere apportato dalla Commissione affari costituzionali a questo dibattito. Proprio perché la questione del federalismo fiscale è stata schiacciata sul tecnicismo, si è persa la visione all’interno della quale il federalismo fiscale può svolgere – anzi, noi ci auguriamo debba svolgere – la propria efficace funzione.
Un’ultima considerazione riguarda il sud. Se noi vogliamo una cartina di tornasole sulla bontà, e sulla serietà, delle misure che stiamo realizzando, è dal sud che dobbiamo guardare il federalismo fiscale. Non vi è dubbio che vi sono due impostazioni (e se non vi sono ufficialmente, ci sono, comunque, ufficiosamente).
C’è una parte del nord che sostanzialmente vede il federalismo fiscale e anche le politiche perequative come una sorta di tassa da pagare ad una situazione che rimane fotografata così come è. E così come è, questo Paese è diviso, così come è, questo Paese fotografa il fallimento del lavoro teso ad unificarlo.
Non c’è bisogno di scrivere la secessione sui testi, si realizza di fatto nel momento in cui un bambino che nasce a Palermo non ha le stesse opportunità di un bambino che nasce a Bologna, o un’impresa che vuole lavorare in Campania non ha le stesse opportunità di un’impresa che nasce in Veneto. Il secessionismo si realizza di fatto. Allora dobbiamo guardare dal sud il federalismo, perché può essere un carta, l’ulteriore o forse l’ultima, da giocare per ottenere l’obiettivo della reale unità di fatto di questo Paese, che è fatta di pari opportunità.
Il contributo che abbiamo dato – concludo davvero Presidente – per impostare le politiche perequative in funzione di un patto di convergenza f
a in modo che esse corrispondano anche culturalmente a questo obiettivo, e noi ovviamente – approvato questo disegno di legge – ci metteremo al lavoro e sfideremo anche il Governo perché effettivamente questo sia il federalismo fiscale, e non una bandierina da sbandierare in una campagna elettorale in qualche vallata del nord (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).