Signor Presidente,

il quadro che emerge dalla documentazione che abbiamo analizzato in questi giorni è quello di un patrimonio immobiliare statale troppo spesso gestito in modo poco efficiente e per nulla redditizio. I dati presentati in audizione dalla Corte dei Conti sono, in proposito, molto eloquenti.

I beni patrimoniali disponibili potenzialmente oggetto di trasferimento hanno un valore di libro pari a 3,232 miliardi. Questo patrimonio ha reso nel 2008 solamente 20,5 milioni, con una redditività pari allo 0,64% (redditività che scende allo 0,58% nel caso dei fabbricati, ben al di sotto del valore limite del 3% per le spese di manutenzione ordinaria).

Impressionanti sono i dati riguardanti il demanio marittimo. Dalle 25.301 concessioni lo Stato nel 2009 ha incassato 97,8 milioni di euro tra canoni e indennizzi, con una media di 3.866 euro incassati per concessione. Una cifra pari a 2-3 giorni di attività. E una media che varia dai 2.012 euro delle Marche ai 13.600 euro del Veneto (dati 2009).

Questa condizione non è cambiata di molto negli anni. Dal 2001 (legge 351) si sono susseguiti svariati interventi normativi per favorire la valorizzazione di questo patrimonio, ma i risultati prodotti sono complessivamente deludenti.

Come scrive la Corte dei Conti, il federalismo demaniale (che attua l’articolo 119 della Costituzione e l’articolo 19 della legge 42/2009) può comportare due effetti positivi: 1) offrire agli enti territoriali un volano finanziario per interventi di riqualificazione del territorio; 2) rappresentare un’opportunità per rivedere e potenziare le possibilità di utilizzo del patrimonio pubblico.

Tutto condivisibile. Purché l’operazione sia fatta bene. Con tutta l’intelligenza, rigore e serietà necessaria.

Il decreto in oggetto, pur condivisibile nelle sue linee generali, presentava e in parte continua a presentare una serie di criticità.

La prima riguarda la portata dell’operazione, che è più limitata di quanto si pensi. I beni patrimoniali disponibili potenzialmente trasferibili (che nel 2008 valevano 3,232 miliardi) rappresentano solo il 3,1% del patrimonio complessivo degli enti territoriali (o il 16,2% del loro patrimonio disponibile). In realtà, a consuntivo il valore dei beni effettivamente trasferiti sarà inferiore, in virtù delle esclusioni iniziali (la “black list” dei beni non trasferibili) e dei beni non richiesti dagli enti territoriali.

La distribuzione territoriale di questo patrimonio è enormemente sperequata: mediamente il valore è pari a 54 euro per abitante. In realtà, si oscilla dai 14 euro per abitante dell’Umbria ai 153 euro del Lazio. L’impatto del federalismo demaniale sarà dunque significativo per una piccola minoranza degli enti. Per tutti gli altri, cambierà poco o nulla rispetto alla situazione attuale.

Su questa sperequazione c’è poco da fare: ne abbiamo discusso a lungo, ma il problema non è risolvibile attraverso questo decreto.

Sui beni esclusi dal trasferimento, invece, i relatori hanno prodotto degli oggettivi passi avanti, attraverso:

  • la previsione di una procedura di ulteriore attribuzione di beni a cadenza periodica (condizione ll)
  • una (timida) apertura sui beni culturali (condizione relatori gg) e portuali (condizione relatori ff)

Si potrebbe fare di più, se il Governo accogliesse due condizioni del relatore On. Causi:

  • l’inclusione nel processo di trasferimento dei beni oggetto di accordi /intese in stadio poco avanzato (condizione Causi V)
  • l’allargamento ai beni immobili in uso al Ministero della Difesa (condizione Causi VIII). L’esclusione delle caserme dal federalismo demaniale ne indebolisce molto la portata: nella mia città (Bergamo), così come in molte altre città in cui la presenza militare si è ridotta, sono parecchi i compendi immobiliari potenzialmente valorizzabili. Tutto è rimasto fermo. Il governo con la Finanziaria 2010 ha dato il via ad una procedura centralistica e privatistica (Difesa S.p.a.). Servirebbe invece, a mio parere, un processo di valorizzazione federalista e pubblicistico.

 

Sul demanio il punto di equilibrio raggiunto dai relatori è sicuramente positivo. Un meccanismo analogo alla ripartizione dei proventi tra regioni e province previsto per il demanio idrico andrebbe, a mio parere, previsto anche per i canoni del demanio marittimo a vantaggio dei comuni e delle province. In questo senso abbiamo presentato un emendamento che inviterei a valutare.

 

Per quanto riguarda gli aspetti tecnico-procedurali, le modifiche proposte dai relatori sono sicuramente condivisibili. Mi riferisco, in particolare, a:

  • i “paletti” piantati sui fondi di investimento immobiliari (condizione relatori ii)
  • la previsione di procedure di consultazione preventiva tra gli enti territoriali (condizione relatori mm)
  • la generalizzazione dell’intesa con la Conferenza Unificata per l’adozione dei DPCM (condizione relatori oo).

Sarebbe opportuno che il Governo tenesse in debito conto anche le ulteriori condizioni poste dall’On. Causi:

  • il riordino del regime giuridico del demanio previsto dagli artt. 822-831 del Codice Civile, non toccato dalla legge 42/2009 e fonte di potenziale contenzioso (condizione Causi I);
  • la previsione di una legislazione quadro sui canoni concessori (condizione Causi II).

Non sono condizioni dilatorie, come ha paventato un collega. Servono a facilitare, a rendere più lineare un processo di trasferimento indubbiamente complesso.

 

In relazione alla valorizzazione dei beni trasferiti, il testo licenziato dal Governo rendeva necessario fissare “paletti” e offrire “garanzie”.

I “paletti” fissati dai relatori sono sicuramente utili:

  • la previsione di un contenuto delle domande di attribuzione più specifico e vincolante (condizione relatori p)
  • l’affidamento alla competenza esclusiva dello Stato della eventuale sdemanializzazione dei beni trasferiti (condizione relatori t)
  • la finalizzazione all’abbattimento del debito pubblico dei proventi di eventuali dismissioni dei beni trasferiti (condizione relatori qq). E’ un vincolo importantissimo, in una fase molto delicata per la finanza pubblica come l’attuale. Ed è una forte rassicurazione in relazione alle preoccupazioni di indebolimento, con il federalismo demaniale, delle garanzie patrimoniali del debito pubblico. In realtà, i parametri di Maastricht guardano al debito del complesso delle Amministrazioni pubbliche (pari, a marzo 2010, a 1.797,7 miliardi di euro). Compresi, quindi, i 112,2 miliardi di debito delle amministrazioni locali: regioni (42,3 miliardi), province (9,2 miliardi), comuni (49,4 miliardi) e altri enti (11,3 miliardi). La destinazione dell’85 per cento dei proventi all’abbattimento del debito locale è quindi coerente con il rigore nella gestione dei conti pubblici richiesto dall’attuale fase economica.

Per quanto riguarda le ulteriori “garanzie” per gli enti territoriali interessati, la previsione di informazioni aggiuntive negli elenchi di beni trasferibili è sicuramente utile (condizione relatori o). Meglio sarebbe se venisse accolta la proposta dell’On. Causi di effettuare l’eventuale riduzione delle risorse spettanti agli enti beneficiari del trasferimento al netto dei costi di gestione e manutenzione dei beni trasferiti (condizione Causi X).

 

Nel complesso, l’impostazione di fondo e molte scelte contenute nel decreto sono condivisibili. Non mancano, però, limiti e elementi di debolezza:

  • l’operazione è piuttosto limitata, in rapporto alle aspettative iniziali. Pesa, in particolare, l’esclusione di gran parte dei beni della Difesa e del patrimonio culturale;
  • i costi di gestione espliciti e occulti rischiano di pesare molto sui bilanci degli enti beneficiari: i costi aggiuntivi saranno infatti un problema immediato, mentre gli eventuali benefici della valorizzazione sono di là da venire;
  • gli esiti del processo di valorizzazione sono in molti casi incerti (un dato per tutti: solo il 31,5% dei beni patrimoniali disponibili è attualmente libero).

L’intervento dei relatori ha molto migliorato il testo inizialmente licenziato dal Consiglio dei Ministri. Ma molto si può ancora fare: per questo, è importante che il Governo compia un’ulteriore sforzo, rivalutando e accogliendo almento parte delle ulteriori condizioni formulate dal relatore espresso dal Partito Democratico.