Nel partito democratico si vive con apprensione il prossimo appuntamento elettorale che coinvolgerà oltre la metà degli ottomila comuni e quasi tutte le province. Ma se vivessimo questo appuntamento come una mera rivincita faremmo un grave errore. Certamente il test elettorale, che orrenda parola, avrà un significato politico generale ma noi lo vivremo bene se la nostra intelligenza sarà rivolta ai cittadini delle nostre comunità locali e non  alle percentuali elettorali leggibili a livello nazionale da qualche commentatore politico. La gente conta, solo la gente.
Ho gia scritto della importanza che annetto alla scelta dei candidati attraverso le primarie, la vera novità introdotta dal partito democratico.
Altrettanto chiaro per me è che noi non cadiamo nella trappola dell’”uomo solo al comando”. Noi siamo per la partecipazione attiva, consapevole e responsabile della gente alla vita delle loro città, dei loro comuni e  per questo non dobbiamo arrenderci alla infausta eliminazione delle circoscrizioni voluta dal governo Prodi ma dobbiamo rilanciare in forme nuove il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni e nella gestione della cosa pubblica. Casomai proverò un’altra volta a buttare giù qualche proposta.
Oggi voglio parlare della povertà.
Piano piano, senza clamore e senza tensioni sociali la povertà è tornata fra noi, nelle nostre città. Non ha il volto annerito o scavato dal sole, non ha l’immagine di casolari inadatti ad ospitare tanti figli, o dove convivevano uomini e animali, barche, carri, di cui ci raccontavano foto color seppia di inizio novecento o dell’immediato dopoguerra. No.
Spesso ha il volto della solitudine, di piccoli appartamenti condominiali, degli acquisti lasciati alla cassa di qualche ipermercato perché i conti non tornano, di anziani, ma sempre più di famiglie monoreddito per le quali ogni spesa imprevista, la stessa crescita dei figli, il loro andare a scuola o all’università diventa una specie di muro invalicabile, fonte di angoscia, di tensioni famigliari, di infelicità.
E’ una povertà che non ha ancora scalfito la dignità delle persone e delle famiglie ma che non potrebbe tardare tanto a farlo.
Non voglio scrivere qui del perché è accaduto, delle misure europee e nazionali necessarie per affrontarla e nemmeno parlare dei contratti di lavoro, del precariato, dell’inflazione ecc.
Mi interessa qui mettere una di fronte all’altra la povertà e la ricchezza, la penuria e lo spreco; e in secondo luogo dire di come ritengo fondamentale che questo tema rientri fra le priorità dei programmi con i quali affronteremo le prossime elezioni comunali e provinciali.
Dico questo perché chi conosce un pò la storia meno antica dei comuni sa che sono proprio loro ad essere stati capaci di modellare le loro funzioni il loro impegno, i loro servizi sui bisogni reali della gente,guardando in faccia la realtà. E per dirla tutta la storia della Lega delle Autonomie Locali fin dalla sua nascita è questa storia.
Penso alla mia provincia, al mio comune di Pesaro e rifletto sul fato che ci teniamo a dire giustamente che sono luoghi dove si vive bene. So che tendiamo a dire: qui si  sta meglio.
Ma se diciamo che “siamo orgogliosi di vivere qui” penso che vogliamo dire anche che qui non chiudiamo gli occhi su chi sta peggio, sempre di più, e che siamo orgogliosi di vivere qui perché qui non chiudiamo gli occhi sulla realtà anche quando è scomoda.
I comuni hanno una storia mobilissima di impegno per far fronte alla povertà senza ridursi alla pur lodevole carità.
Così è stato quando con gli scioperi alla rovescia si realizzavano opere pubbliche, per dare lavoro e salario quando non c’era.
Così è stato quando si deliberavano sussidi agli operai in sciopero per l’occupazione.
Così è stato quando si creavano le centrali del latte, si favorivano le cooperative di consumo, gli asili nido, le case popolari.
In quei frangenti il comune è stato davvero comunità, mutualità, solidarietà attiva che finiva per essere fattore di sviluppo, di crescita.
Nelle condizioni odierne imparagonabili a quelle di allora il comune deve tornare a svolgere quel ruolo.
Faccio qualche proposta.
1)    di fronte a chi non riesce a fare la spesa c’è chi è costretto a buttare generi alimentari scaduti nel frigorifero, per non parlare di quelli che scadono nei banchi dei negozi o che vengono scartati per difetti nelle confezioni. A Pesaro esiste gia il Banco Alimentare che fa un lavoro egregio. Bisogna sostenerlo e andare oltre. Il comune realizzi uno o più “last minut market”. Un luogo dove far convergere tutti i prodotti buoni ma in scadenza, o scartati dai negozi per difetto nelle confezioni acquistabili a prezzi stracciati.
2)    L’Azienda dei servizi, “marche multiservizi”, che raccoglie mobili, frigoriferi ecc. crei un luogo dove questi “rifiuti ingombranti” spesso in ottimo stato vengano sistemati, invece che buttati in discarica, e messi a disposizione di chi ne ha bisogno.
3)    Si crei un luogo dove conferire ciò che a casa non serve e chi è interessato possa usufruirne non pagando in moneta ma conferendo un’altra cosa che non serve.
4)    Si creino versioni moderne delle vecchie e gloriose “piazze delle erbe”. Oggi le chiamano farmer market. Luoghi dove i produttori agricoli, che non sono i vecchi ortolani, possano vendere i loro prodotti direttamente senza intermediazioni.
5)    Il comune favorisca la diffusione dell’esperienza dei gruppi d’acquisto, anche attraverso l’uso delle nuove tecnologie.
6)    Implementiamo la funzione del difensore civico per sostenere il cittadino spesso smarrito nel rapporto con le banche e con le assicurazioni.
7)    Interveniamo come comune negli spazi aperti dalle così dette “liberalizzazioni” in particolare nel settore della farmaceutica e della distribuzione dei carburanti.
Sono solo alcune idee, altre ne possono venire fuori se si apre la discussione.
Non dobbiamo avere paura di affrontare le cose in modo nuovo, il comune è da oltre otto secoli l’istituzione più moderna che c’è proprio perché cambia in continuazione.