Ecco, io credo che siamo di fronte ad uno di quei provvedimenti che aumenta in noi la preoccupazione rispetto ad una tendenza evidente della legislazione negli ultimi anni nel nostro Paese e, come giustamente qui si dice, alla fine incide negativamente sulla qualità democratica dello Stato. Io credo che se noi ci dotiamo di questi organismi, se facciamo queste riflessioni e se facciamo queste valutazioni, prima o poi bisognerà essere anche conseguenti e coerenti, perché altrimenti significa che ci stiamo rassegnando ad una sorta di avvitamento, ad una sorta di spinta a ripetere errori, in un circolo vizioso che ci allontana sempre di più da una produzione legislativa approfondita, che metta in condizione tutti i parlamentari di maggioranza e di opposizione di entrare nel merito e che consenta anche ai destinatari, siano essi la pubblica amministrazione o i cittadini, di non perdersi – e questo è molto grave e molto serio – dietro ad una miriade di norme spesso frammentarie, di difficile interpretazione e di ancor più difficile attuazione.
Faccio mio questo grido d’allarme del Comitato per la legislazione e lo rimando all’Aula, perché credo che dovremmo tutti fare uno sforzo di prenderci un po’ più sul serio, sia sulle cose che diciamo sia sulle cose che i cittadini si aspettano da noi che dobbiamo svolgere la funzione legislativa.
Da questo studio emerge una valutazione, che non è assolutamente partigiana: ad esempio, si mette in evidenza come il numero assoluto dei decreti-legge, nel nostro Paese, sia aumentato dalla XV alla XVI legislatura: si è passati dai 45 della XV (non che fossero pochi), ai 52 della XVI legislatura.
L’aspetto che più colpisce è l’aumento della regolazione contenuta nei decreti legge, con l’aumento degli articoli e dei commi. Rispetto alla XV legislatura, si è verificato un aumento della regolazione, all’interno dei decreti-legge, pari al 66 per cento. Ciò significa che vi sono, sempre di più, decreti-legge « salsiccia », al cui interno si pongono tante questioni diverse, che vengono regolate in modo minuto; quindi, anche la generalità della norma va a farsi benedire.
Durante la fase di conversione in legge, si verifica una crescita dei contenuti dei decreti-legge. In altri termini, dopo che il decreto-legge viene emanato dal Presidente della Repubblica, si verifica un aumento del 70 per cento dei contenuti in fase di conversione in legge da parte delle Camere.
Ciò significa, in modo del tutto evidente, che siamo di fronte anche ad un logoramento del corretto rapporto di trasparenza che vi deve essere fra il Presidente della Repubblica – che riconosce nel decreto-legge i criteri di necessità e di urgenza, e ne valuta i contenuti prima della sua emanazione – e il Parlamento che, spesso, soprattutto, su iniziativa del Governo, stravolge il testo che è stato sottoposto al Presidente della Repubblica.
A ciò si aggiunga che, nel 68 per cento dei casi, nella XVI legislatura, la conclusione dell’iter legislativo è avvenuta attraverso la posizione della questione di fiducia.
Emergono, pertanto, dei fattori che complessivamente ci portano, in modo estremamente preoccupato, ad accendere i riflettori sulla questione nodale su cui stiamo girando attorno da molto tempo: la centralità del Parlamento nel nostro sistema istituzionale, la sua progressiva emarginazione e il progressivo esaurimento del suo ruolo.
Anche con riferimento ai provvedimenti finanziari, contrariamente a quanto è stato propagandato dal Governo e dal Ministro Tremonti, attraverso decreti-legge simili a quello che stiamo discutendo (che esamineremo anche nelle prossime ore e nei prossimi giorni), siamo passati da una sessione parlamentare dedicata al bilancio e alla legge finanziaria – nella quale si scatenavano, è vero, le pressioni di tutta l’Assemblea, dei singoli parlamentari e dei singoli gruppi – ad una fase di « finanziaria perenne ». Infatti, nei decreti-legge a contenuto tipico o ricorsivo, concernenti le proroghe dei termini o gli adeguamenti agli obblighi comunitari, si verifica un continuo inserimento di norme che hanno
un carattere tipicamente finanziario.
Credo che non si possa continuare in questo modo e che emerga davanti a noi tutta la gravità della situazione. È necessario che il Parlamento rifletta su sé stesso, affronti, in modo determinato, il tema della sua riforma e, in particolare, il tema del superamento del bicameralismo perfetto e dell’istituzione del Senato delle regioni.
Perché dico ciò ? In quanto, anche per quanto riguarda il provvedimento che stiamo esaminando in queste ore, in verità alcuni suoi contenuti sono condivisibili; alcuni, tra l’altro, provengono da un percorso di concertazione che si svolge in altre sedi (penso agli incontri istituzionali tra l’Esecutivo – cioè, il Governo – e gli esecutivi regionali o locali) laddove si definiscono posizioni e si arriva, poi, a portare al Parlamento la necessità di prorogare termini, piuttosto che correggere, e così via.
Ciò significa che, anche nei rapporti istituzionali con gli altri livelli della Repubblica, vi è uno spostamento totale della concertazione tra gli esecutivi, a danno del ruolo dell’Assemblea. Noi possiamo affrontare ciò, soltanto se le questioni che hanno anche un riferimento con l’azione delle istituzioni locali, troveranno, in sede parlamentare, una Camera dedicata, come il Senato delle regioni e delle autonomie locali: ossia, un ramo del Parlamento dedicato alle questioni in cui vi sia concorrenza di competenze tra le regioni e lo Stato centrale, oppure ove si regolino questioni che hanno ricadute e interesse, appunto, sul sistema delle autonomie.
Si tratta di una questione di grande importanza, perché sono tanti gli strumenti attraverso i quali si svuota la funzione parlamentare a vantaggio degli esecutivi.
Uno è questo: il fatto che ormai anche il dialogo interistituzionale, in verità, è dialogo tra esecutivi, e il Parlamento viene ridotto a semplice «ratificatore » di orientamenti e decisioni che non passano attraverso le assemblee elettive.
A tale questione dobbiamo mettere assolutamente mano, pena il fatto che vedremo sempre più emergere la perdita di significato del nostro ruolo ed assisteremo, vedremo, sempre di più a una produzione legislativa che, in verità, non ha quel carattere di generalità, chiarezza ed efficacia che un sistema istituzionale moderno dev’essere in grado di mettere in campo.
Ciò ha, ovviamente, ripercussioni anche rispetto alla nostra valutazione di questo provvedimento: se lo andiamo ad analizzare nelle sue disposizioni specifiche, nei singoli commi, vediamo che vi possono
essere – anzi, ci sono sicuramente – anche tanti aspetti condivisibili, positivi. Ma perché siamo arrivati a dover fare, ogni sei mesi, provvedimenti di proroga termini ? Perché affidiamo – e questo è ancora più grave, in quanto contrasta con gli articoli 72 e 76 della Costituzione – a decreti-legge di questo tipo anche la possibi
lità di modificare e intervenire su deleghe che lo stesso Parlamento ha affidato al Governo (quest’ultima, tra l’altro, è un’altra forma di svuotamento della funzione parlamentare) ? Credo che ciò accada perché stiamo smarrendo una linea maestra; ciò ci porta ad affrontare dibattiti su provvedimenti come questo; lo abbiamo fatto con maggioranze di centrosinistra e lo facciamo con maggioranze di centrodestra: vuol dire che siamo in piena patologia, una cosa che è diventata una normalità, nella sua negatività. Alcuni aspetti di questo provvedimento, ovviamente, accendono l’attenzione, al di là – ripeto – del fatto che vi possano essere aspetti anche, in qualche modo, valutabili positivamente. Il primo aspetto è senz’altro quello contenuto nell’articolo 1: si riaprono i termini dello scudo fiscale.
Abbiamo letto polemiche tra alcuni Ministri: segnatamente, il Ministro Calderoli si è rivolto alle affermazioni documentate, fatte dal Governatore della Banca d’Italia.
A me non sorprende che ci siano le polemiche, mi sorprendono i contenuti delle polemiche. Infatti, Calderoli ha affermato ieri che ci troveremmo di fronte non ad una Banca d’Italia, ma ad una banca dell’opposizione, quasi che quanto affermato dal Governatore Draghi non abbia riscontro nei dati di fatto e sia un modo per gettare discredito sul Governo e sulla maggioranza a vantaggio delle opposizioni.
Credo che un Ministro debba stare molto attento prima di aprire polemiche di questo genere e che queste posizioni siano assolutamente sbagliate, perché gli occhi dell’Europa sono puntati su questo provvedimento.
Se gli organismi preposti alla vigilanza contro il riciclaggio presso l’OCSE accendono i fari sullo scudo fiscale, è del tutto evidente che un Ministro responsabile e un Governo responsabile dovrebbero preoccuparsi non di polemizzare con il Governatore della Banca d’Italia, ma di dimostrare con il rigore degli atti e delle procedure che pericoli di riciclaggio insiti nel provvedimento dello scudo fiscale non ve ne sono.
Veniamo da settimane nelle quali vi è stata una forte polemica relativamente alle questioni della trasparenza, della corruzione e dell’infiltrazione nei meccanismi dello Stato di un’economia non sana. Se l’OCSE si preoccupa che lo scudo fiscale non incentivi pratiche criminali, quale quella del riciclaggio del denaro sporco, dovremmo ringraziare e collaborare, perché abbiamo tutto l’interesse a togliere da noi non i sospetti, ma la possibilità che certi fenomeni avvengano. Credo, inoltre, che sarebbe cosa buona e giusta, per amor di patria, non polemizzare con il Governatore della Banca d’Italia nel momento in cui egli è il nostro uomo di punta – a meno che non lo si voglia bruciare – proprio per la Presidenza di una delle istituzioni europee più importanti come la Banca centrale europea.
Quali sono i fatti ? I fatti sono che, in verità, con lo scudo fiscale sono rientrati nel nostro Paese 35 miliardi di euro di capitali, ma che 50 miliardi di quelli formalmente regolarizzati continuano ad essere investiti all’estero attraverso figure di fiduciari o intermediari.
Qualcuno è in grado di smentire questa realtà e questo dato ? Qualcuno è in grado di assicurarci che dietro quegli intermediari e fiduciari non si nascondano economie criminali e che non vi sia, quindi, quel reale rischio del quale noi, durante il dibattito sullo scudo fiscale, vi avevamo chiamato alla piena assunzione di responsabilità ?
Credo che dovremmo prestare molta attenzione a questi rilievi e a questi dati, perché abbiamo previsto uno scudo fiscale che ha privilegiato l’anonimato e, sostanzialmente, ha sanato una serie di reati.
Abbiamo pensato a fare cassa e non tanto alla qualità di quella cassa; non abbiamo fatto neanche tutta la cassa che pensavamo di fare e, invece, abbiamo lasciato paurosamente spalancata la porta dei rischi.
Abbiamo parlato la scorsa settimana, proprio durante il dibattito sulla Bertolaso Spa, dell’alterazione del rapporto tra economia e politica che in questi 15 anni di ideologia berlusconiana si è prodotta nel nostro Paese. Abbiamo anche parlato di un’economia che risale i rami del potere e ne intacca la trasparenza e la legittimità. È un fatto che è davanti agli occhi di tutti noi e dovrebbe essere nostra responsabilità farvi fronte. La politica ha perso la sua capacità di orientare, regolare e, in qualche modo, farsi valere rispetto all’economia e l’economia ha preso il sopravvento sulla politica.
Questo è pericoloso in un Paese dove buona parte dell’economia in alcune regioni importanti, ma con infiltrazioni in tutto il Paese, è un’economia criminale. La vogliamo chiamare con il suo nome ?
Dunque, credo che la questione non sia polemizzare con il Governatore della Banca d’Italia ma, nel momento in cui ci proponete la riapertura dei termini dello scudo fiscale, sta nel fatto se il Governo saprà accompagnare questa riapertura dei termini con un’azione rafforzata di prevenzione di questi pericoli. Cosa ci sta proponendo ? Cosa ci dirà in quest’Aula ? È nostro dovere chiedervelo. È nostro dovere chiedervelo !
Direi che sareste molto più convincenti se ci faceste delle proposte concrete su questo fronte di quanto non lo siate in queste ore con questo balletto sui provvedimenti contro la corruzione, un balletto che in verità nasconde la ricerca della parola chiave per l’ennesimo spot, più che la predisposizione politica e istituzionale ad assumervi una responsabilità importante su tale questione. Vi sono altri aspetti in questo decreto legge che hanno attirato la mia attenzione e sui quali vorrei soffermarmi, in particolare, i commi 7-bis e 7-ter dell’articolo 2. Sostanzialmente con queste disposizioni decidiamo di spendere 2 milioni di euro in più – cioè di non risparmiare 2 milioni di euro rispetto a quanto avevamo preventivato – perché vogliamo attenuare le misure di riorganizzazione e di razionalizzazione della Presidenza del Consiglio dei ministri. Quando il Ministro Brunetta si presentò, da neo Ministro, alla Commissione di cui faccio parte lo fece con una parola d’ordine che a me piacque molto.
La parola d’ordine era che dovevamo fare in modo che si preparasse un « piano industriale » della pubblica amministrazione.
L’unica obiezione che gli contrapposi non era che fosse sbagliato pensare di fare un piano industriale della pubblica amministrazione. Gli dissi che le pubbliche amministrazioni sono tante e diverse tra di loro e non basta un piano industriale.
Il piano industriale infatti si caratterizza per obiettivi, risorse, tempi e risultati.
Non può essere l’etichetta messa su delle slides preparate da qualche professore della Bocconi. Dissi anche di prendere ad esempio un pezzo e di dimostrare che si può fare un piano industriale della pubblica amministrazione, dando cioè atto al Ministro che aveva individuato il punto: fare nella pubblica amministrazione dei veri e propri piani industriali.
Secondo me il Ministro Brunetta si è perso per strada, forse travolto dallo stato di fatto, forse perché non è tutto così facile come si rappresenta negli articoli di stampa, forse perché sta pensando ad altro, però sta di fatto che aveva un luogo dove dimostrare che un piano industriale
si poteva fare: la testa, l’emblema, la Presidenza del Consiglio dei ministri. Dove, se non lì, dimostrare al Paese che si può riorganizzare, migliorare l’efficienza, spendere meno, responsabilizzare?
Non so quanti sono, ma so che sono
migliaia i dipendenti della Presidenza del Consiglio e che siamo una delle Presidenze del Consiglio in Europa più gonfie (diciamo così) di dirigenti e di personale.
Dove, se non lì, un Ministro che ha nella sua responsabilità il Dipartimento della funzione pubblica che sta nella Presidenza del Consiglio dei ministri, deve dimostrare che si può fare un piano industriale? Qui c’è la resa, qui c’è la bandiera bianca: non riesce a stare nemmeno nei parametri che si era autoimposto e dice di avere bisogno di ridurre un po’ meno, di razionalizzare un po’ meno, di contenere un po’ meno la spesa. Spenderemo, quindi, due milioni in più di quanto avevamo preventivato di risparmiare.
Ma perché in questo Paese le cose non contano mai ? Perché in questo Paese i fatti non contano mai ? Questo è un comma di un articolo che passerà nell’assoluto silenzio de Il Sole 24 Ore, di Italia
Oggi e di tutti i giornali che di queste cose si occupano e che spesso puntano il dito. Il problema è che puntano il dito fino a che va di moda, ma non vanno mai a vedere quali sono i risultati. Puntano il dito sulle 35.000 poltrone in meno che ci saranno in Italia, poi se invece di 35.000
sono 35 nessuno lo va a vedere.
Questi sono fatti. Queste sono autodichiarazioni di impossibilità e di incapacità di procedere con rigore a processi di riorganizzazione e di razionalizzazione.
Quasi con un senso di colpa i commi da invece ripartono con ulteriori richieste di razionalizzazione di diversi comparti delle amministrazioni pubbliche, proponendo una riduzione in misura non inferiore al 10 per cento sia degli uffici dirigenziali non generali, sia delle dotazioni organiche del personale non dirigenziale entro il 30 giugno 2010, e se non sarà fatto ci saranno conseguenze.
Ma anche questa, nell’ottica di un piano industriale per la pubblica amministrazione, è una sostanziale resa. Perché non si può adottare il taglio della falce, ossia il taglio orizzontale prevedendo il 10 per cento in meno per tutti, tagliando così l’inefficiente e l’efficiente, magari compromettendo la funzionalità di alcuni settori della pubblica amministrazione e lasciando nell’assoluta indifferenza coloro che magari sono già inefficienti.
Il taglio orizzontale della pubblica amministrazione è un taglio stupido, perché nell’amministrazione, proprio perché si dovrebbe ragionare con la logica del piano industriale, bisognerebbe entrare nel merito e andare a guardare figura per figura, ufficio per ufficio, struttura per struttura se voglio veramente proporre non il 10 per cento in alcuni casi, ma il 30 per cento della razionalizzazione, e se in altri settori voglio dare, al contrario, un incremento per ottenere i risultati che la pubblica amministrazione deve perseguire.
Così non si lavora, così si perpetuano le situazioni di inefficienza, così alla fine si lasciano del tutto tranquilli i famosi fannulloni, cui fa riferimento il Ministro Brunetta, perché quelli non avranno nulla da temere da percorsi di questo tipo. Quello che verrà fuori da questi tagli non sarà diverso qualitativamente, semplicemente sarà un po’ più piccolo.
Un altro comma che mi ha incuriosito è il 19 dell’articolo 1, che proroga al 31 dicembre 2010 la possibilità del personale di Poste Italiane Spa (sottolineo che abbiamo parlato per una settimana di società per azioni) e Istituto poligrafico e Zecca dello Stato Spa in posizione di comando presso enti pubblici, di essere inquadrato nei ruoli delle pubbliche amministrazioni.
Allo stesso tempo, vengono prorogati i relativi provvedimenti di comando fino alla conclusione delle procedure di inquadramento e, comunque, non oltre il 30 dicembre 2010.
PRESIDENTE. Onorevole Giovanelli, la prego di concludere.
ORIANO GIOVANELLI. Signor Presidente, ho finito il tempo ?
PRESIDENTE. Sì, onorevole Giovanelli.
ORIANO GIOVANELLI. Signor Presidente, mi faccia finire questo concetto. Ho fatto il sindaco, una piccola esperienza: quando si trattava di privatizzare un servizio era nostro dovere e obbligo, anche per evitare le ire della Corte dei conti, trasferire il personale assieme al servizio.
Qui facciamo esattamente il contrario: per alleggerire i costi della struttura privata aumentiamo i costi di quella pubblica, e non lo abbiamo fatto per un tempo sufficientemente lungo, tant’è che lo prolunghiamo ulteriormente.
PRESIDENTE. Onorevole Giovanelli, dovrebbe concludere.
ORIANO GIOVANELLI. Così sono capaci tutti a fare le privatizzazioni, per non dire che sulla questione dei comandi poi c’è tutta la partita della trasparenza, con la quale si seleziona la pubblica amministrazione. O no? Ne abbiamo parlato l’altro giorno a proposito della Protezione civile. Se si bypassano le regole normali delle assunzioni e della selezione del personale vuol dire che introiettiamo nella pubblica amministrazione ulteriore privilegio e clientelismo e questo è, francamente, quanto di meno auspicabile noi oggi possiamo aspettarci per il nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
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