Il 30 novembre scorso su questo giornale, il professor Vincenzo Visco svolgeva un’analisi condivisibile sulle strade che oggettivamente si aprono davanti al paese per conseguire l’obiettivo della riduzione della spesa pubblica, e così concludeva la sua riflessione: “ si tratta (…) di riuscire a elaborare per ogni singolo centro di spesa (comuni, ministeri, enti…) dei veri e propri piani industriali in grado di programmare nel corso di più anni una completa riorganizzazione delle amministrazioni e risparmi di spesa credibili…”.

Il punto effettivamente –  e non da oggi – è tutto qui: prendere atto che i tagli lineari e il blocco dei salari nelle PA non producono alcun risultato virtuoso e strutturale; che nessuna politica generale e centralista è in grado di riorganizzare davvero le PA data la differenziazione e ormai la specializzazione delle diverse realtà che raccogliamo sotto il concetto di pubblica amministrazione; che  si tratta di spostare l’azione della politica dalla ricerca della messianica grande riforma della PA, a piani industriali che si concentrino sulla organizzazione più che sugli aspetti normativi.

Se solo le diverse forze politiche riuscissero a convergere su questa visione faremmo un bel passo avanti. Le pubbliche amministrazioni non possono continuare a vivere la condizione di terreno di continue scorribande demagogiche, clientelari, elettorali, ma devono essere assunte come uno strumento fondamentale del paese e del bene comune, e come tali trattate.

A ben vedere, la scelta di affrontare le diverse pubbliche amministrazioni con veri e propri piani industriali è la modalità migliore anche per perseguire obiettivi che da anni vengono declamati.

1 Fare il vero federalismo e non solo nella sua parte fiscale ma anche in quella ordinamentale fino ad oggi colpevolmente snobbata: semplificare il sistema è la strada maestra per far agire i principi di autonomia e responsabilità sul terreno della riorganizzazione dei servizi e delle strutture amministrative, terreno su cui le classi dirigenti dovranno essere valutate. L’attuazione del federalismo nella sua parte ordinamentale comporta predisporre piani industriali che riguardano lo Stato centrale e i suoi ministeri a partire dalla obesa Presidenza del Consiglio dei Ministri,  dal ministero della pubblica istruzione o da ministeri che neppure dovrebbero esserci e  le tante agenzie o enti di loro diretta emanazione. Ma in gioco sono chiamate anche le Regioni che debbono abbandonare velleità di gestione amministrativa, e i comuni che debbono superare la frammentazione nella gestione di alcune loro fondamentali funzioni, tutte operazioni che senza piani industriali e gestioni manageriali rimarranno previsioni sulla carta.

2 Ridare un senso alla parola dirigenza. I dirigenti sono troppi, ci si può porre l’obiettivo di una riduzione di almeno il trenta per cento. Ma il punto non è solo questo, i dirigenti con l’uso improprio dello spoil system e le nomine clientelari sono sempre più dequalificati e servili alla politica, cioè incapaci di svolgere il ruolo di direzione con effettiva professionalità, autonomia e responsabilità, ovvero essere i titolari dei diversi piani industriali necessari.

3 Combattere la corruzione. Non è inasprendo le norme che si combatte la corruzione, ma entrando nel merito dei processi organizzativi, smontando e rimontando prassi consolidate, individuando le opacità delle procedure, le strozzature, le incompatibilità e il conflitto di interessi dei responsabili dei procedimenti, dei consulenti.

4 Fare la valutazione, premiare il merito, rendicontare. Quante pagine sono state scritte su tutto questo. Ma non si possono perseguire queste virtuose modalità di gestione se non sono chiari gli obiettivi, le risorse a disposizione, i tempi cioè se non ci sono piani industriali.

5 Fare innovazione. Tutti d’accordo, ma applicata a che cosa? Abbiamo buttato al vento oltre 1 miliardo di euro dal 2001 ad oggi per investire sull’innovazione senza alcun risultato, mentre continuiamo ad arretrare nei confronti degli altri paesi europei. E’ mancata una visione e una strategia condivisa; è prevalsa la logica dello spendere perché bisogna spendere. Ma se in un sistema organizzativo non si unisce a qualcosa di concreto come un piano industriale, l’innovazione prodotta dagli uomini e dalle tecnologie non cambia né migliora l’efficienza.

Sì, la crisi con i suoi vincoli ma anche con la riscoperta del valore del pubblico, dei servizi, del bisogno di senso dello Stato, è una sfida che le pubbliche amministrazioni possono assumere e anche vincere riportando davvero il cittadino e le imprese al centro del sistema; ma il cambiamento di rotta rispetto alle politiche di questi ultimi è assolutamente necessario. altrimenti vince la sfiducia e, come ci ricorda il Censis, in barba alle mirabolanti profezie di cambiamento, il 47% ritiene che le cose nella pubblica amministrazione siano peggiorate.