CARTA DELLE AUTONOMIE: I DEPUTATI COINVOLGANO GLI AMMINISTRATORI LOCALI

 

 

Care colleghe e cari colleghi deputati del gruppo del Partito Democratico,

 

 

con l’atto Camera 3118 “semplificazione dell’ordinamento regionale e degli enti locali, trasferimento di funzioni amministrative e Carta delle autonomie locali” si affronta un passaggio fondamentale per l’attuazione del Titolo V della seconda parte della Costituzione.

 

Un provvedimento molto atteso da comuni, province e regioni e che può rilanciare la loro dignità di istituzioni essenziali per far funzionare meglio il paese, renderlo meno burocratico e costoso, più vicino ai cittadini e al mondo produttivo, capace di dare un contributo decisivo per uscire dalla profonda crisi in cui versa l’Italia e affermare nuovi modelli di sviluppo.

 

Da qui si passa per costruire davvero un sistema federale e per mettersi in condizione di attuare il federalismo fiscale.

 

Il Governo si è mosso malissimo. Ha affrontato temi propri di questo provvedimento in modo frammentato, rubricandoli qualche volta sotto la voce costi della politica altre volte sotto la voce lotta alla corruzione, palesando un’idea negativa del sistema delle autonomie locali e dando prova di un pericoloso centralismo di ritorno in barba ad un federalismo sbandierato.

 

I colpi inferti ai bilanci degli enti locali, la vicenda indecorosa del rimborso ICI prima casa, l’indisponibilità a rivedere il patto di stabilità interno per favorire gli investimenti e consentire di pagare i creditori, sono tutti aspetti che concorrono a dare un giudizio negativo del comportamento del governo centrale verso comuni, province e regioni.

 

Ancora una volta il governo ha cercato il consenso immediato, gli spot, e ha evitato di prendere decisioni coraggiose, forti e coerenti, quelle che servirebbero all’Italia. Il ritardo con cui si arriva a discutere di quella che semplicemente chiamiamo “carta delle autonomie” e il profilo decisamente basso di alcuni contenuti proposti  ne sono l’ennesima prova.

 

 I parlamentari del PD vogliono invece cogliere fino in fondo questa opportunità di produrre cambiamento, innovazione, convinti che pur con tanti limiti, la riforma del titolo V della Costituzione sia stata una riforma importante  che va pienamente attuata e che il federalismo sia la strada costituzionalmente corretta per riaffermare con forza una visione nazionale e ribadire il valore della unità della nazione.

Questa consapevolezza ci ha spinto a leggere il provvedimento a partire da tre parametri di valutazione:

 

 1 – Quanto il provvedimento rafforzi la democrazia, il suo radicamento e favorisca una risposta al tema di un’opinione pubblica sempre più smarrita, sfiduciata, bisognosa di una rappresentanza vicina, efficace, sobria nei costi, riaccenda il valore della partecipazione democratica alla vita pubblica.

 

2 – Quanto il provvedimento rafforzi l’autonomia ovvero dia un senso concreto al federalismo; lo traduca in responsabilità effettive in capo a classi dirigenti che devono essere messe in condizione di esercitare il loro ruolo per poi effettivamente essere chiamate a risponderne. Superando davvero il centralismo statale che soprattutto con questo governo è tornato ad interferire pesantemente e negativamente sulla autonomia statutaria, finanziaria, amministrativa delle autonomie locali.

 

 3 – Quanto il provvedimento superando sovrapposizioni di competenze e attuando i principi costituzionali di sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza, produca un sistema efficace, dia una forte spinta alla riforma della pubblica amministrazione, ponga in essere sistemi di governo manageriali e trasparenti, ridia un senso alla parola controllo.

 

 Per raggiungere questi scopi le norme debbono produrre un reale cambiamento dello Stato centrale che non deve essere indebolito nella sua autorevolezza ma certamente alleggerito nelle sue funzioni e nei suoi costi; delle regioni che debbono abbandonare velleità di gestione amministrativa a vantaggio della loro nuova missione legislativa e programmatoria; delle province che devono vedersi attribuite effettivamente le funzioni amministrative di area vasta; dei comuni che per la loro centralità nella gestione delle funzioni amministrative debbono farsi carico della lotta alla frammentazione e imboccare decisamente la strada della adeguatezza,unendosi.

 

 

 

 

Per questo ci vuole coraggio su alcuni passaggi chiave:

 

 1- La definizione delle funzioni amministrative fondamentali da attribuire a comuni e province deve evitare il più possibile sovrapposizioni, il che comporta fare scelte che incidano davvero sullo stato di fatto presente.

 

2 Alcune, secondo noi parecchie, funzioni fondamentali attribuite ai comuni debbono essere obbligatoriamente gestite in modo associato ( nei comuni fino a 3000 abitanti dice il testo,  secondo noi fino ai 5000 abitanti visto che è quella la soglia individuata dal pdl per definire un piccolo comune). Bisogna farsi carico della specificità della montagna che rappresenta il 57% del territorio nazionale, e bisogna favorire che anche comuni di altre dimensioni demografiche si associno nella gestione delle loro funzioni.

 

 3 – Bisogna avere il coraggio di respingere la demagogia che accompagna i tagli dei consiglieri comunali e l’eliminazione dei consigli di circoscrizione sotto i 250 mila abitanti, senza sottovalutare la questione costi (la situazione delle indennità degli amministratori locali è ben diversa da quella che si immagina e proprio perché condividiamo la riduzione del numero degli assessori dobbiamo creare le condizioni che sia possibile e dignitoso fare l’assessore a tempo pieno).

 

4 – Si devono prendere decisioni per un rilancio delle assemblee rafforzando e rendendo effettivo il loro ruolo di indirizzo e controllo.

 

 5 – Precisare alcune norme di semplificazione dell’attività amministrativa dei piccoli comuni.

 

6 – Occorre dire no alla nascita di nuove province, prevedere il superamento di quelle che coincideranno con le città metropolitane e avviare la razionalizzazione delle circoscrizioni provinciali secondo parametri seri.

 

7 – Molto netta deve essere la scelta di eliminare enti e agenzie che oggi gestiscono funzioni amministrative che possono essere utilmente svolte da province e comuni.

 

8 – Valorizzare la potestà della legislazione regionale nella definizione degli ambiti adeguati entro cui i comuni associati possano esercitare le funzioni e fare in modo che sia concreta la possibilità che le regioni con proprie leggi possano attribuire ulteriori funzioni a province e comuni prevedendo paletti stringenti capaci di smuovere le regioni “pigre” e tendenzialmente neo centraliste.

 

9- Bisogna obbligare il governo a provvedimenti certi nella direzione di passare funzioni che debbono essere poste in capo al sistema delle regioni e delle autonomie, superando la ingiustificata sussistenza di uffici decentrati dei ministeri che sono un costo enorme a fronte di una più che dubbia utilità. Nella stessa direzione va l’esigenza urgente di trasformare davvero le prefetture in Uffici Territoriali del Governo.

 

10 – Rafforzare il sistema dei controlli prevedendo la possibilità di incentivare il coinvolgimento dei cittadini/utenti alla valutazione dei servizi.

Questi sono alcuni punti rilevanti della riflessione in cui dobbiamo impegnarci, e per la cui efficacia anche sul piano politico, chiediamo ai colleghi e alle colleghe di prendere contatto con gli amministratori del loro territorio, le associazioni dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese.

 

 

I tempi possono sembrare stretti ma in verità siamo ancora all’inizio del dibattito che dopo la Camera dei Deputati vedrà coinvolto il Senato e che certo nel suo svolgersi produrrà cambiamenti sui quali sarà necessario mantenere vivo l’interesse e la partecipazione.

 

 

I deputati e le deputate della I Commissione.