Semplificazione dell’ordinamento regionale e degli enti locali, nonché delega al Governo in materia di trasferimento di funzioni amministrative e Carta delle autonomie locali.
C. 67 Stucchi, C. 68 Stucchi, C. 711 Urso, C. 736 Mogherini Rebesani, C. 846 Angela Napoli, C. 2062 Giovanelli, C. 2247 Borghesi, C. 2471 Di Pietro, C. 2488 Ria, C. 2651 Mattesini, C. 2892 Reguzzoni e C. 3118 Governo.

Oriano GIOVANELLI (PD) rileva con rammarico che il dibattito parlamentare in corso non rende merito al provvedimento in esame, che è di importanza fondamentale nell’attuazione del disegno di riforma costituzionale del 2001 e del federalismo fiscale, e che è stato lungamente atteso dalle autonomie territoriali. Dopo aver ricordato che

la Repubblica delle autonomie territoriali delineata dalla riforma del titolo V della parte II della Costituzione non è soltanto un diverso ordinamento fiscale o finanziario del Paese, ma un nuovo modello di ordinamento generale che aspira ad essere più efficiente e meno costoso, fa presente che quello in esame è il provvedimento più importante per l’attuazione di questo modello.
È stato sostenuto, nel corso delle audizioni svolte giovedì scorso, che la riforma del titolo V è stata timida e che si sarebbe potuto osare di più accentuando il ruolo delle regioni anziché equiparare i livelli di Governo come fa il nuovo articolo 114 della Costituzione. A suo avviso, vi sono in ogni caso i margini, anche con l’attuale articolo 114 della Costituzione, per rafforzare le autonomie regionali. Se non si insiste in questa direzione, è difficile pensare di cambiare alcunché e di addivenire ad un sistema davvero autonomistico. Rispetto a questa esigenza, il disegno di legge in esame non appare pienamente soddisfacente: si limita a ratificare l’esistente, senza tentare di cambiarlo.
In ogni caso, il titolo V della parte II della Costituzione impone di assumere una prospettiva di sistema. Sarebbe sbagliato pensare che possa cambiare soltanto lo Stato e non anche gli altri soggetti istituzionali della Repubblica. Serve una visione d’insieme, che si può definire tenendo presenti tre requisiti che devono essere tutti soddisfatti: democrazia, autonomia, efficacia.
Sotto il primo profilo, va detto che regioni, province e comuni svolgono un ruolo fondamentale nel radicamento della democrazia in Italia. Se c’è una crisi della democrazia è perché c’è una crisi della rappresentanza. Questa va affrontata potenziando, e non sminuendo, la rappresentanza popolare al livello istituzionale più vicino agli elettori, quello comunale. Per questo, se la riduzione del numero degli assessori può essere condivisibile, non lo è la riduzione del numero dei consiglieri comunali. La riduzione indiscriminata delle assemblee rappresentative rischia infatti di danneggiare la democrazia. Un discorso analogo può svolgersi per le circoscrizioni di decentramento comunale. Sono organi che hanno il compito fondamentale di trasmettere la voce dei cittadini alle istituzioni. È innegabile che esista anche un problema di costi delle istituzioni, ma questo può essere risolto anche in altri modi, per esempio ammettendo il mandato elettorale a titolo gratuito. Contemporaneamente, occorre trasformare le assemblee rappresentative, rafforzandone le funzioni di indirizzo e controllo e diminuendone quelle di decisione amministrativa.
Sotto il profilo dell’autonomia, va detto innanzitutto che l’autonomia statutaria degli enti locali è una conquista importante, da difendere, contro ogni timore di possibile uso distorto della stessa. Quanto all’autonomia organizzativa, va sottolineata l’importanza dell’esistenza, all’interno delle amministrazioni locali, di figure manageriali scelte dalle amministrazioni locali stesse. La figura del direttore generale qualifica in senso positivo l’amministrazione, come è emerso dai dati forniti nel corso delle audizioni, e dovrebbe essere prevista anche nei comuni con meno di quindicimila abitanti. Quanto invece all’autonomia amministrativa, occorre resistere a ogni tentazione di ripristinare i controlli esterni. Serve semmai rafforzare i controlli interni e promuovere i rapporti di collaborazione tra le
amministrazioni locali ela Corte dei conti; serve rendere obbligatorio il controllo strategico e il bilancio consolidato. Si tratta di misure che il disegno di legge C. 3118 prevede, anche se all’interno di un meccanismo eccessivamente complesso, che forse potrà essere semplificato in sede emendativa.
Sotto il profilo dell’efficacia, infine, va detto che appare poco convincente la scelta di non comprendere tra le funzioni fondamentali dei comuni la promozione dello sviluppo economico e di configurare in termini di mera partecipazione la competenza dei comuni in materia di pianificazione urbanistica. È giusto invece prevedere, come fa il disegno di legge in esame, che alcune funzioni debbano essere obbligatoriamente esercitate in forma associata. Appare peraltro contraddittorio, nel momento in cui opportunamente si promuovono le gestioni associate, colpire le comunità montane, che rappresentano allo stato la più importante forma di gestione associata di funzioni; senza contare che l’articolo 44 della Costituzione vincola il legislatore a tenere conto delle esigenze delle zone montane, che formano la gran parte del territorio italiano. È essenziale poi che sulle varie forme di gestione associata di funzioni svolga un ruolo di controllo la regione. Anche a questo fine sarebbe opportuno tentare di valorizzare, come sedi di dialogo tra la regione e gli enti locali, i consigli delle autonomie locali previsti dalla Costituzione.
Di grande interesse è poi la proposta avanzata dal disegno di legge C. 3118 in merito agli uffici territoriali del Governo. Su questo fronte occorrerebbe procedere più speditamente, la delega biennale rischia di essere troppo lunga. È indispensabile razionalizzare al più presto il sistema dell’amministrazione periferica dello Stato, trasferendo agli altri livelli di governo tutte le funzioni che non ha più senso che siano svolte dallo Stato. È qui infatti che si annidano i maggiori sprechi di risorse pubbliche.
Quanto alle province, la sua parte politica è contraria alla loro soppressione, come ha già avuto modo di chiarire in occasione della discussione delle proposte di legge vertenti su questa materia, ma è certamente favorevole a una revisione delle loro circoscrizioni in vista di una riduzione di numero. Altrettanto importante sarebbe la riduzione del numero dei comuni, che si potrebbe conseguire incoraggiando la fusione di comuni.