Buon giorno a tutti voi. Vi riporto di seguito un mio articolo pubblicato la scorsa settimana su "Italia Oggi".

Forse ci siamo. Dopo tanti tentennamenti, dopo spinte in avanti e altrettante vigorose retromarcia, forse ci siamo.
Il recente voto per il rinnovo di Camera e Senato parla il linguaggio dei territori. Mai come in queste ore questo termine campeggia incontrastato nelle analisi dei politici, nei commenti dei politologi, sulle colonne dei grandi giornali nazionali: territori. Viene quasi da chiedersi dov’erano costoro negli ultimi quindici anni.
Si parla il linguaggio dei territori, non delle classi sociali, non delle ideologie del ‘900, non di una idea di paese/nazione, ma quello concreto pragmatico, qualche volta brutale dei territori.
Avviene al Nord dove il voto premia il partito che da anni fa del radicamento territoriale il suo esclusivo tratto distintivo.
Avviene al Centro dove una consolidata classe dirigente erede moderna dei vecchi grandi partiti di centro e di sinistra riconferma per l’ennesima volta la sua capacità di governo, i suoi legami sociali e territoriali in barba al fatto che conta molto meno di quello che rappresenta all’interno dei propri partiti.
Avviene al Sud dove la speranza di una nuova primavera, (Angela grazie e perdonami) si infrange non solo sui rifiuti della Campania ma soprattutto sulla materna protezione di chi garantisce che si batte e si batterà per non rompere quella catena di assistenzialismo, che sarà pure poco nobile, ma garantisce i pubblici dipendenti, i forestali della Calabria e i precari della Campania, le imprese della Sicilia e gli agricoltori della Puglia, e se tutto questo deve scontare una opacità strutturale fra la politica e i poteri criminali poco importa: “primum vivere” per la filosofia non è aria.
E l’Italia dov’è? Bella domanda. L’Italia è questa prima ci rendiamo conto della realtà meglio è, prima smettiamo di raccontarci quello che ci piace e ci rincuora prima ritroveremo una idea di paese.
Perché questo è il punto.
L’idea di nazione, una idea moderna fresca, indispensabile passa per il riconoscimento della vitalità e delle contraddizioni dei suoi mille territori e il futuro stesso di questi territori, fuori dallo sfogo auto difensivo e elettoralmente pagante nell’immediato, è appeso al fatto che ciò che oggi leggiamo solo come periferia diventi centro, diventi nazione, diventi classe dirigente nazionale.
Questioni classicamente nazionali come la sicurezza, il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, un fisco giusto e fautore delle possibilità di crescita delle imprese, non sono più percepite come tali e vengono affidate ad una rappresentanza politica sempre più territoriale. Ma il punto di crisi di questa impostazione è alle porte, anzi l’abbiamo già dentro casa. Perché c’è da affrontare l’impetuosa crescita del prezzo del petrolio, perché il debito pubblico è lì pronto a chiederci conto, perché si sta nella competizione globale se il sistema paese tutto se ne fa carico.
Ecco allora che se noi ci limitiamo a dar voce ai territori senza porci parallelamente il tema di una nuova idea di nazione condanniamo il nostro paese al declino.
Ma questa idea di nazione non può essere rappresentata più da una classe dirigente che si è formata solo dentro alle logiche avvolgenti di uno Stato centralista e deve lasciare il passo a chi ha conoscenza, esperienza, direi cultura dei mille territori d’Italia.
Noi vogliamo dare il nostro contributo affinché questo accada fin da questa legislatura.
Le regioni, le province, i comuni, le realtà montane debbono essere lievito di tutte le politiche che verranno affrontate.
Dal federalismo fiscale, alle politiche di sviluppo, dalla riduzione dei costi della politica ad un sistema istituzionale efficace ed efficiente, dalle politiche sociali e culturali a quelle ambientali, dalle politiche di innovazione della pubblica amministrazione a quelle di governo del territorio.
Non sarà facile, siamo alla prova della coerenza.
Non basta dirsi federalisti del nord o del sud se non si favorisce l’emancipazione di chi si rappresenta da una asfittica visione localistica.
Non basta dirsi federalisti se non si tengono poi comportamenti coerenti a partire da ciò che sostanzia in primo luogo l’autonomia locale e cioè una vera autonomia tributaria e fiscale.
Non basta dirsi federalisti se non si affronta il nodo dei nodi e cioè il fatto che il sud scivola sempre più lontano dal centro e dal nord in termini di servizi, di opportunità per i giovani, di condizioni di crescita per le imprese ed è sempre più prigioniero del potere criminale.
Un federalismo per l’Italia.
E’ questo il compito che ci consegna il responso elettorale. Saremo inflessibili nei confronti di chi non si farà carico di questo mandato sia che si trovi al governo sia che si trovi all’opposizione, come saremo disponibili e costruttivi con tutti quelli che ci appariranno animati da buona volontà nel far corrispondere finalmente una idea di nazione ad un paese reale.